Il dominio dell’economia sulla salute si traduce, nel Decreto “Rilancio” in altri soldi alle imprese e nuovi tagli alla sanità

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L’epidemia da Covid19 ha evidenziato una serie di fattori che fino ad ora erano rimasti in ombra come, ad esempio, l’assoggettamento delle scelte politiche ai dettami economici. Non abbiamo dimenticato le pressioni di Confindustria Lombardia per evitare che Alzano e la Val Seriana diventassero Zona rossa; una mancata decisione che influì non poco sull’esponenziale numero di contagi, e di morti, subiti dalla città di Bergamo. In quei terribili giorni nei quali non vi era più posto per le bare nei cimiteri qualcuno arrivo ad appendere, di fronte alla sede di Confindustria di Bergamo, uno striscione con la scritta “Padroni assassini”.

Lo striscione appeso di fronte alla sede di Confindustria di Bergamo

Il presidente di Confindustria Verona, Michele Bauli, allo stesso modo, mentre si avvicinava l’inevitabile scelta di attuare il lockdown affermava, come riportato dalle pagine dei giornali cittadini, che “la produzione non si può fermare. Giù le mani dalle aziende!”.

Le pressioni esercitate da Confindustria nazionale furono fortissime e nel momento in cui si decideva la chiusura totale, l’associazione degli industriali, assieme a governo e sindacati confederali, firmava un accordo che, in deroga ai famosi codici Ateco, permetteva alle attività produttive di rimanere aperte compilando una semplice autocertificazione da sottoporre ai Prefetti e che non prevedeva alcun previo controllo.

Tutto questo ha fatto sì che, secondo i dati Inail di una settimana fa, come dichiarato dal ministro Boccia al Corriere della Sera, in Italia sono ancora 300 i contagi, e dieci i decessi, che avvengono a causa della riapertura delle aziende.

Chi si accollerà questa responsabilità? Siamo davvero disponibili a pagare questo prezzo?  Sono state davvero scelte ineluttabili quelle prese dal governo Conte o forse, garantendo un reddito reale e non solo scritto sulla carta, ai lavoratori e alle lavoratrici ed un sostegno alle imprese, come avvenuto in altri paesi, sarebbe stato possibile preparare una fase due meno caotica e più sicura?

Queste domande chiamano direttamente in causa il governo italiano, che nella fase due sta dando l’impressione di barcollare e di cedere terreno anche alle pressioni delle Regioni, facilitando quella sorta di “ognuno per sé” che, al di là delle centinaia di pagine di decreti e linee guida, sta sotto gli occhi di tutti.

Una delle richieste che da sempre gli industriali pongono ai governi di ogni colore è la soppressione dell’Irap, una tassa in carico alle aziende e agli enti pubblici.

Nella situazione attuale, nella quale effettivamente le industrie arrancano, tale richiesta non poteva che assumere toni perentori. Il neopresidente di Confindustria Carlo Bonomi ha infatti richiesto a gran voce l’abolizione, o almeno il taglio, delle aliquote di quella che ha definito come “la tassa più odiata dagli italiani”.

Queste parole ci incutono un senso di fastidio; lo stesso fastidio che proviamo ogni volta che gli industriali provano a veicolare l’idea che, in fondo, i loro interessi e i loro problemi collimano esattamente con gli interessi e i problemi del resto della popolazione. E’ la retorica della “grande famiglia” che dovrebbe, secondo loro, accomunare nelle stesse rivendicazioni imprenditori e lavoratori. Una retorica che, almeno per un momento, pare essersi incrinata nel perìodo che stiamo vivendo.

Forse, se tutti gli italiani sapessero che la tassa in questione, l’irap, è utilizzata per finanziare il fondo per la sanità, quella retorica si incrinerebbe ulteriormente!

Il governo, da parte sua, non ha esitato ad accontentare Confindustria, inserendo nel Decreto-legge denominato “Rilancio” un taglio dell’Irap per 4 miliardi di euro.

Allo stesso tempo, e sempre all’interno dello stesso Decreto, ha anche previsto un fondo per la sanità pari a 3 miliardi e 250 milioni di euro, magnificando la scelta adottata come un evento unico nella storia recente della Repubblica. Lo stesso ministro della salute Speranza ha definito la quantità dei finanziamenti “senza precedenti”. I denari stanziati dovrebbero essere così ripartiti:

  • il finanziamento della medicina territoriale
  • l’assunzione di 9.600 infermieri
  • la creazione di 4200 borse di studio

A prima vista le cose sembrerebbero davvero così e parrebbe che il governo Conte abbia trovato il giusto equilibrio per rispondere sia alle esigenze degli industriali che a quelle sociali, e in particolare alle carenze sanitarie messe in luce dalla pandemia.

Se però proviamo ad addentrarci un po’ di più nei dettagli scopriamo che non è tutto oro quel che luccica.

Innanzitutto dobbiamo fare una premessa. Le risorse stanziate per la sanità non sono aggiuntive ma sostitutive, e cioè i soldi allocati non vanno ad aggiungersi a quelli che sarebbero derivati dal gettito Irap non incassato ma li sostituiscono.

Un altro dato imprescindibile è quello che abbiamo trovato sulla pagina della Camera dei Deputati e che fissa la percentuale esatta che va prelevata dall’intero ammontare della tassa Irap e devoluta al fondo sanitario. Questa percentuale è pari al 90%.

Il calcolo è presto fatto e risulta che il 90% dei 4 miliardi di Irap tagliata, che avrebbe dovuto quindi  rimpinguare le casse della sanità in situazione normale, sarebbe stata pari a 3 miliardi e 600 milioni.

Il raffronto tra l’ammanco dovuto al taglio della tassa e i 3 miliardi e 250 milioni stanziati in sostituzione ad essi ci illustra come, al di là delle parole roboanti, vi sia stato l’ennesimo taglio al fondo della sanità per 350 milioni di euro!

Per finire, se vogliamo fare un ulteriore raffronto, possiamo trovare, sempre all’interno del Decreto “Rilancio” uno stanziamento di 3 miliardi (e quindi di poco inferiore ai soldi devoluti alla sanità) in favore di Alitalia, una vera e propria mangiatoia alla quale si sono abbuffati, negli ultimi quindici anni, tutti i volti più noti dell’imprenditoria e della finanza italiana.

 

 

 

 

 

 

 

 

L’islamofobia e il maschilismo: altri due virus non ancora debellati

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La vicenda di Silvia Romano, la volontaria rapita in Africa e liberata dopo 18 mesi di prigionia in mano ad un gruppo di uomini armati che fanno parte della galassia integralista islamica, ha riaperto, se mai si fosse chiuso, il vaso di Pandora delle schifezze. Se qualcuno si fosse illuso  che l’esperienza della pandemia, dei 30mila morti, (solo in Italia) destinati purtroppo ad aumentare ancora, ci avrebbe cambiati rendendoci più solidali e attenti al valore della vita umana, crediamo debba ricredersi.

La casa di Silvia è presidiata dalla polizia perché moltissime minacce ed insulti le sono state recapitate via social, al punto che il suo profilo facebook è stato chiuso.

I giornali più conservatori  l’hanno attaccata e derisa definendola una “vispa Teresa”. Altri, più “politicamente scorretti” hanno invece criticato la sua scelta di andare in Africa ad aiutare bambini, specifcando “con la pelle nera”. In evidenza il fatto che il suo gesto di solidarietà è costato alle casse italiane circa 4 milioni di euro, cifra tutto sommato davvero irrisoria rispetto al denaro che ogni anno politicanti e “prenditori” rubano dalle stesse casse frodando il fisco o truffando i cittadini…Non abbiamo, ad esempio, dimenticato i 49 milioni di euro rubati dalla Lega. Certo, il nostro ragionamento non regge alla prova dei “falchi”, che invece preferiscono, dall’interno delle loro confortevoli redazioni e delle ampie sedi di partito, condannare la debolezza che esprime un pagament di riscatto ai terroristi. “Non va mai fatto, in qualsiasi caso!”, tuonano, figurarsi per salvare una ragazza che “se l’è andata a cercare”. Il loro modello sono i falchi dei falchi, quelli statunitensi, omettendo però che proprio loro non esitano a trattare con il gruppo terroristico dei Talebani in Afghanistan, peraltro, come ormai ampiamente documentato, da loro stessi, in collaborazione con i servizi segreti inglesi e pakistani, creati in chiave antisovietica.

In troppi non hanno “perdonato” a Silvia di essersi convertita alla religione islamica, la stessa dei suoi rapitori, e di essere scesa dall’aereo sorridente e felice, e non triste e provata, nonostante i milioni di riscatto pagati!  Anche chi ha preso le sue difese spesso lo ha fatto in modo ambiguo, mettendo in relazione la sua conversione con il contesto nel quale ha vissuto per 18 mesi. Può certamente essere una possibilità, ma perché escludere a priori, come Silvia ha ripetuto più volte, una libera scelta presa studiando il Corano?

Al di là dei giornalisti come Sallusti, che è arrivato a scrivere che la sua conversione all’Islam è paragonabile ad un internato in un campo di sterminio che, liberato, si presentasse con l’uniforme nazista, e dei leoni da tastiera che magari si nascondono dietro un profilo fake per vomitare il proprio odio, ciò che è più avvilente è la reazione di una certa destra, quella che da sempre propaga odio e che dovrebbe andare in lockdown perpetuo. Tanto per citare alcune “perle” qualche giorno fa, in Parlamento, un deputato leghista ha definito Silvia “neo-terrorista”, dimostrando grande ignoranza e dimenticando appositamente che il maggior numero di morti è dovuto ad attentati di suprematisti bianchi, e che la gram parte delle vittime di attentati di matrice integralista islamica sono proprio musulmani, il che, evidentemente, dimostra in modo incontrovertibile, se ve ne fosse bisogno, che solo una piccola parte degli islamici sono terroristi, proprio come solo una piccola parte di occidental sono suprematisti terroristi!

Per quanto riguarda il nostro territorio va invece segnalato il post facebook di Massimo Giorgetti, vicepresidente della Regione Veneto per Fratelli d’Italia, che ha scritto di non essere affatto contento della liberazione di Silvia, perché ora abbiamo (in Italia) un’islamica in più e 4 milioni in meno!

Il post di Massimo Giorgetti

La vicenda di Silvia riporta alla mente altri rapimenti, altre liberazioni e le stesse ingiurie. Ricordiamo bene, ad esempio, quella delle “due Simone” rapite in Iraq e sbeffeggiate dopo la liberazione per essere andate in luoghi così pericolosi, evidentemente appannaggio dei soli uomini. Ben altra sorte fu riservata agli aviatori Bellini e Cocciolone, abbattuti e catturati dall’esercito iracheno durante un bombardamento nella prima guerra del Golfo, e ricoperti di onore e promozioni alla loro liberazione per il coraggio dimostrato.

Ma il coraggio dimostrato dalle due Simone, come da Silvia, o da molti altri cooperanti e volontarie, che si sono recate in zone pericolose per portare solidarietà e aiuto, è, a nostro avviso, imcomparabilmente maggiore di quello di chi, ad esempio, sgancia bombe da 2mila metri di quota dall’interno di velivoli supertecnologici senza nemmeno saper bene chi ammazza, perché le bombe, proprio come i denigratori di Silvia, sono molto ciniche e poco intelligenti!

E’ successo (anche) il 25 aprile 2008

percorsi di memoria

 

Oltre a forze e movimenti che cercano, anno dopo anno, di ricordare la Resistenza e la Liberazione dal nazifascismo, dando ad essa, anno dopo anno, contenuti per attualizzarla e renderla più viva, ogni 25 aprile si tengono  le celebrazioni ufficiali, all’interno delle quali si muovono anche figure istituzionali che vedono quella giornata come fumo negli occhi, evidentemente per un’appartenenza politica che è ben più vicina all’altro fronte, quello dei repubblichini di Salò. Questa vicinanza non è riscontrabile solamente in alcuni ruoli apicali che governano e hanno governato Verona, ma anche la sua Provincia e la stessa Regione Veneto.

Sarà per questo che, anno dopo anno, vengono devuluti finanziamenti e sponsorizzazioni al Comitato per le celebrazione delle Pasque Veronesi, un Comitato formato da gruppi cattolici integralisti e della destra reazionaria e identitaria. La rivolta del popolo veronese contro le truppe napoleoniche, svoltasi tra il 17 e il 25 aprile 1797 è effettivamente una verità storica, ma, come approfondisce in modo davvero interessante questa intervista allo storico Vendrasco, nel blog “Malora”, in realtà fù il frutto di un tranello teso dagli stessi francesi che, identificando Verona come città strategica e di confine, lo misero in atto consci di non poter occupare la città, sotto il dominio dell’alleato veneziano, se non con una valida ragione.

Tra le verità storiche che vengono taciute dagli organizzatori perché scomode vi è anche quella secondo la quale la rivolta popolare, comunque capeggiata dal clero e dai possidenti, si indirizzò contro il ghetto ebraico, additato come “covo di giacobini”. In realtà ciò che muoveva in quella direzione era l’antisemitismo, che già all’epoca era una piaga ben  praticata in Europa. L’uso distorto e strumentale, in chiave identitaria, della storia, risulta quindi evidente nei festeggiamenti che ogni 25 aprile cercano, sostenuti dalle istituzioni, di contrapporre alla Festa della Liberazione dal nazifascismo, il mito di San Marco, rivolte popolari nate malamente e indirizzate peggio e un’integralismo cattolico reazionario che affonda le sue radici nella battaglia di Lepanto, che vide i veneziani sconfiggere i musulmani. QUI la pubblicistica su carta patinata prodotta dal Comitato per la celebrazione della Pasque Veronesi, che invitava a partecipare agli eventi commemorativi dal 16 al 25 aprile 2008.

 

 

 

 

Amarcord…Succedeva il 25 aprile 2008

percorsi di memoria

 

Erano i tempi del sindaco sceriffo Flavio Tosi, degli sgomberi e delle ordinanze sul “decoro”, quelli in cui l’ideologia della “tolleranza zero” si insinuava nelle menti e nelle azioni e degli adesivi che riempivano la città ritraendo il sindaco di profilo nell’atto di spegnere la canna di una pistola fumante, con sotto la scritta “Ho la faccia come il culo”. Erano i tempi della messa a punto di quel laboratorio delle destre che racchiudeva integralisti cattolici, leghiesti, fascisti istituzionali ed estremisti di destra, lo stesso “format” che ora però agisce su scala nazionale.

Era anche il tempo, ieri come oggi, della Resistenza. Il  Circolo Pink, nato come circolo Lgbt ma capace in realtà di offrire l’apertura e la condivisione che lo renderà ciò che è oggi, una realtà insostituibile nel panorama veronese, in grado di fare da collante tra i diversi gruppi, ampliando la propria identità senza per questo rinunciare alla propria specificità. Erano i tempi in cui c’era il Metropolis Cafè, un gruppo che, tra le altre cose, ha avuto il merito di investire sui giovani, facendo crescere una generazione di attivisti che ancora oggi, al di là della situazione contingente, si muovono nell’ambito cittadino. Ed infine esisteva ancora il gruppo del Csos La Chimica, che continuava a R/esistere nonostante proprio il sindaco Flavio Tosi, come primo gesto “politico” della sua amministrazione, avesse mandato le ruspe a demolire la sede del Centro sociale, all’incirca un anno prima, decretando la fine di sperimentazioni sociali che avevano riscosso successo e creato coscienza politica e conflittualità diffusa, senzaa però riuscire a scalfire l’anima di quegli attivisti! Questi erano i soggetti promotori di quelle due giornate, il 25 e il 26 aprile 2008.

L’appello alla partecipazione – 25 aprile 2008

QUI tutti i contenuti e i materiali presenti in archivio e inerenti al 25 aprile 2008

 

SUCCEDEVA UN ANNO FA – Il corteo di Verona città transfemminista in opposizione al Congresso mondiale delle famiglie

30.3.2020    percorsi di memoria

 

 

Il gigantesco corteo della Verona Città Transfemminista, promosso dal gruppo femminista Non una di meno, attraversa la città, contrapponendosi al Convegno mondiale delle famiglie, che unisce elementi dell’estrema destra, integralisti cattolici, ma anche ministri e figure istituzionali della destra istituzionale nazionale e internazionale. Tra gli altri numerosi esponenti veronesi, tra i quali, oltre al ministro della famiglia Lorenzo Fontana, anche il sindaco di Verona Federico Sboarina. Mentre le sale del prestigioso monumento cittadino della Gran Guardia ospitano rigurgiti omofobi e sessisti in salsa medievale, all’esterno circa 150mila persona rivendicano l’autodeterminazione sessuale e denunciano la violenza sessista. Un ricordo che oggi, con le strade completamente vuote a causa dell’emergenza sanitaria dovuta al contagio da Coronavirus, evidenzia un contrasto surreale. Doveroso denunciare che in questi giorni drammatici, le violenze contro le donne sono aumentate notevolmente proprio all’interno delle famiglie chiuse nelle loro case.

Rispolveriamo due video. Il primo è un servizio della trasmissione di La7 “Piazza pulita” intitolato “Dio, patria e famiglia”, che fa chiarezza sulla caratura intellettuale dei partecipanti al Congresso mondiale delle famiglie, raccontando inoltre il retroterra della destra e dell’estrema destra cittadina e i loro collegamenti, senza peraltro tralasciare la voce di chi, in quei giorni, si è opposto con forza ad una visione del mondo traboccante odio e bigottismo.

Il secondo, invece, (molto lungo) ripropone integralmente il corso del corteo che ha attraversato la città il 30 marzo 2019.

Due documenti, quelli che vi proponiamo oggi, che riteniamo importanti per non farci sfuggire, in questi giorni, alcune delle tematiche importanti che non saranno certo scomparse quando l’emergenza sarà finita.

SUCCEDEVA UN ANNO FA – La censura dell’amministrazione comunale rispetto al racconto delle foibe e del suo contesto storico/1

14 febbraio 2020        percorsi di memoria

 

In questa foto, scattata nei giorni scorsi alla foiba di Basovizza, compare il vessillo fascista della XMas, ed è l’emblema della strumentalizzazione politica messa in atto dalle destre rispetto alla vicenda delle foibe.

Nel presentarvi questi materiali, che fanno parte della rassegna “Percorsi nella memoria”, e che sono inerenti la censura dell’amministrazione del Comune di Verona nei confronti della sezione locale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia in merito ad una conferenza sulle foibe avvenuta l’anno scorso e ritenuta “inaccettabile” dal sindaco Federico Sboarina, non possiamo esimerci dal collegare quelle minacce con quelle che, proprio in questi giorni, hanno nuovamente messo nel mirino l’Anpi su tutto il territorio nazionale.

Alle intimidazioni dell’anno scorso, accompagnate dalle accuse di “giustificazionismo”, rivolte all’associazione dalla carica istituzionale cittadina più alta, seguono quest’anno i manifesti incollati sul muro della sede di via Cantarane, firmate dagli autodefinitosi “fascisti del terzo millennio” di Casa Pound che si spingono oltre, affibbiando all’Anpi addirittura l’etichetta di “negazionisti”.

Ci appare evidente come esista una correlazione tra le due vicende, e come la destra istituzionale, in questo caso, abbia consentito lo sdoganamento alle intimidazioni dell’estrema destra. Il compito che ci siamo prefissati come Centro di Documentazione è proprio quello di evidenziare relazioni e collegamenti tra vicende che rischiano altrimenti, nell’apatia generale, di scivolare nel dimenticatoio come fatti a sé stanti, ognuno indipendente l’uno dall’altro.

Tornando alle accuse rivolte all’Anpi desideriamo inoltre provare, nel nostro piccolo, a contribuire a chiarire alcuni concetti che possono avere un carattere generale per poi essere proprio applicati alla tragicità dei fatti legati alle foibe.

Si parla, molto spesso a sproposito, di “memoria condivisa”, scordando che le memorie sono sovente contrapposte, perché molte volte i protagonisti hanno vissuto in campi contrapposti. La “memoria condivisa” è quindi possibile solamente se ci si affida alla Storia, quella con la S maiuscola e non manipolata dalla politica, che avrebbe proprio il compito di assemblare le diverse memorie, stilando un percorso che tenga conto quindi di tutti i punti di vista, mettendoli in relazione tra loro e cristallizzandoli in un racconto supportato da documentazioni inoppugnabili.

Se accettiamo questo paradigma e proviamo ad adattarlo alle vicende inerenti le fobie, non possiamo fare a meno di considerare gli antefatti, e quindi il punto di vista, o se preferite le memorie delle popolazioni istriane che hanno subito le discriminazioni nei primi anni del regime fascista, per poi vedere, successivamente, il proprio territorio devastato dagli occupanti nazifascisti con tutti gli orrori conseguenti e che hanno portato alla morte di 300.000 persone, una parte delle quali è stata bruciata nel forno crematorio della Risiera di San Sabba, un campo di sterminio ubicato in territorio italiano.

Noi pensiamo che negazionista sia chi, per ragioni politiche legate alla volontà di attuare un revisionismo storico di ciò che rappresentò il fascismo per riabilitare una cultura nazionalista, tralasci, o meglio, censuri, anche questi ultimi punti di vista.

Chiaramente l’unire tutti i “puntini” non serve a giustificare, come crede il sindaco di Verona, perché nessun massacro che sia indirizzato anche verso vittime innocenti, (ed è inconfutabile che nelle foibe vi finirono anche questa tipologia di persone) non può mai essere giustificato, pena il cadere nello stesso errore di manipolazione della storia, ma aiuta sicuramente a comprendere.

Un’altra bandiera sventolata dagli assertori di chi considera solo il punto di vista degli italiani infoibati e quello della “storia negata”, come se essa fosse un complotto delle sinistre che avrebbero nascosto la vicenda delle foibe. In realtà, se occultamento c’è stato, non ha riguardato solamente questi fatti, e per provarlo basterebbe accennare al famoso armadio della vergogna, quello rivolto con le ante al muro e che conteneva i faldoni riguardanti centinaia di stragi perpetrati sul suolo italiano, dopo l’8 settembre del 1943, dalle SS naziste e dai repubblichini fascisti. Per decine di anni quell’armadio non fu aperto e quando, finalmente, si decise che era tempo di farlo, molti dei responsabili degli eccidi erano ormai morti o si erano messi in salvo nell’anonimato garantito da paesi lontani.

Le ragioni di tali occultamenti, come quelle che hanno spinto, dopo il secondo conflitto generalizzato, ad un’amnistia generalizzata nei confronti dei fascisti, complicando non poco la possibilità del popolo italiano di fare i conti con il proprio passato, non sono riconducibili alla sinistra quanto ai nuovi assetti geopolitici scaturiti dal secondo conflitto mondiale, che hanno immediatamente trasformato gli alleati sovietici in pericolosi nemici, e dovendo recuperare il più in fretta possibile l’alleanza delle popolazioni, italiane e tedesche in primo luogo visto che avrebbero dovuto rappresentare i nuovi guardiani dei confini della nuova guerra fredda, anche a costo di nascondere sotto il tappeto la polvere.

Di fronte a questi scenari epocali le rivendicazioni del sindaco Federico Sboarina o i manifesti di Casa Pound sono ben poca cosa, ma la relazione tra la destra istituzionale e l’ultra destra, e il riconoscimento reciproco che ne scaturisce e che rafforza sentimenti nazionalisti anche attraverso ricostruzioni storiche avulse dai loro contesti storici, e che non riguardano ovviamente solo la nostra città, sono pericolosi campanelli d’allarme che non dovremmo sottovalutare e che siamo chiamati a smontare, pezzo per pezzo, come abbiamo cercato di fare in questo articolo.

Chiudendo questa sezione della rassegna “Percorsi nella memoria”, davvero particolare per i suoi contenuti che forse poco hanno a che fare con il racconto dei fatti veronesi ma più con valutazioni di carattere più ampio, vi invitiamo a visionare i comunicati stampa e la rassegna stampa che ci riportano esattamente ad un anno fa, ma prima di lasciarvi alla lettura permetteteci di esprimere la nostra solidarietà all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Il 18 febbraio pubblicheremo i materiali inerenti alla seconda parte di questa storia di censura, inerente ancora l’amministrazione comunale di Verona e la negazione della sale pubbliche ad una storica che, guarda caso, avrebbe dovuto parlare proprio di foibe.

APPROFONDIMENTI E MATERIALI ARCHIVIATI NELLA SEZIONE FOIBE

 

Massimo Giorgetti, un “pacificatore” da prendere…a torte in faccia!

25.1.2020     Logo

 

 

La torta nazifascista di Massimo Giorgetti

 

L’altra sera, 23 gennaio, Massimo Giorgetti, vicepresidente della Regione Veneto in quota ad Fratelli d’Italia, era ospite della trasmissione televisiva “Diretta Verona”. Il tema in discussione era la contraddizione evidente nella scelte dell’amministrazione veronese guidata dal sindaco Federico Sboarina. Nella stessa seduta del Consiglio comunale, infatti, è stata conferita la cittadinanza onoraria a Liliana Segre, sopravissuta al campo di sterminio di Auschwitz, e l’intitolazione di una via a Giorgio Almirante.

Volendo riassumere, un riconoscimento ad una vittima e, nel contempo, a chi si è schierato apertamente con i suoi carnefici.

Il vicepresidente del Veneto, nell’occasione si è sperticato nel parlare della necessità di avviare percorsi di “pacificazione nazionale” rispetto a quel perìodo buio della storia ed ha addotto questa motivazione per difendere la doppia scelta della giunta veronese.

Ci chiediamo però se tale percorso include anche l’ostentare simbologie naziste e fasciste, pur se su di una torta. Ci riferiamo ai diversi articoli di giornale che riportano la notizia di una festa di compleanno a sorpresa avvenuta il 23 ottobre 2015 per festeggiare il 56° compleanno di Massimo Giorgetti e alla torta che gli è stata regalata, la cui foto potete vedere in questo articolo.

“A caval donato non si guarda in bocca” dice il proverbio, e forse Giorgetti vorrebbe spiegare così l’accaduto.

Ma evidentemente la torta gli è piaciuta, e gli è piaciuta così tanto da pubblicarne la foto anche sul suo profilo facebook. Ormai il post non è più visibile ma fortunatamente l’”Huffington Post” ci riporta il messaggio che accompagnava l’immagine, e che riportiamo a nostra volta:

 

“Bellissimo e originale quadro di auguri, bollicine e caraffe di Gin tonic e una meravigliosa ed originale torta”.

 

Sicuramente, il goloso “pacificatore nazionale” dovrebbe fare un po’ i conti con sé stesso prima di lanciare crociate all’iinsegna della concordia, ma in fondi siamo sicuri che, se potesse replicare, direbbe che si è trattato solo di una goliardata, proprio con le stesse parole che ha usato spesso il dirigente del partito nazifascista Forza Nuova Luca Castellini ogni volta che viene colto in fallo!

IN TROPPI NASCONDONO LA POLVERE NERA SOTTO IL TAPPETO E NON VI RACCONTANO DI UNIFORMI NAZISTE E BANDIERE DEL TERZO REICH

Venerdì 17 gennaio 2020  Logo

 

Le armi rinvenute durante la perquisizione

Nei giorni scorsi i giornali e le testate online hanno riportato la notizia secondo la quale un agricoltore di 42 anni, Mattia Nicola Cazzanelli, di 42 anni, è stato processato per direttissima per possesso di armi non regolarmente registrate.

Nella sua casa di Lavagno, dove risiede con la madre, è stato infatti ritrovato un vero e proprio arsenale. Oltre alle armi regolarmente detenute ne sono state ritrovate molte altre che l’agricoltore aveva omesso di denunciare. La lista di queste ultime, che vi proponiamo di seguito, fa rabbrividire!

  • 12 chilogrammi di polvere da sparo
  • decine di detonatori a miccia corta
  • diverse matasse di miccia
  • centinaia di armi bianche (coltelli, pugnali, baionette)
  • un revolver artigianale calibro 320 con relative cartucce
  • una pistola lanciarazzi con relativi razzi
  • centinaia di cartucce per pistole di diversi calibri.

L’elenco dettagliato appare su molti dei media locali e quindi, fino a qui, la notizia è stata data correttamente.

Non si trova però traccia delle uniformi naziste, (le stesse che indossavano alcuni corpi delle SS), e nemmeno delle bandiere del Terzo Reich, (una delle quali posta in bella mostra a sventolare nella parte posteriore del giardino di casa), rinvenute durante la stessa perquisizione.

Solo la testata online nextquotidiano.it e il Corriere di Verona riportano la notizia in modo completo. mantre Il TgR Veneto, il Dayly/Verona Network Group, L’Arena e il Veronasera si limitano a dare notizia solamente del rinvenimento del materiale esplodente illegale, quasi sposando la tesi difensiva. L’imputato, infatti, ha negato qualsivoglia matrice politica e ideologica ffermando di essere un comune collezzionista che ha  commesso un errore a non denunciare tutto il materiale di cui era in possesso.

La scelta di non dare conto di tutta la vicenda è quantomeno singolare, per non dire censoria, soprattutto se prendiamo in considerazione il fatto che recentemente, proprio nelle vicinanze di Lavagno, e precisamente a Caldiero, nell’ambito dell’operazione denominata “Ombre nere”, gli inquirenti hanno arrestato una donna di 55 anni in possesso di materiale informativo e propagandistico di stampo nazista, oltre al programma di 23 pagine del Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori del quale faceva parte. Inoltre, udite udite, anche nella sua abitazione, oltre alla bandiera di Forza Nuova, (formazione nazifascista nella quale la donna militava) sono state anche rinvenute altre due bandiere, la prima con la croce celtica e la seconda riconducibile proprio al Terzo Reich!

Non stà certo a noi emettere sentenze, ma possiamo però ipotizzare che il 42enne e la 55enne perlomeno si conoscessero, assodato che almeno l’interesse per le bandiere naziste pare accomunarli.

Chissà, magari erano presenti entrambi alla manifestazione indetta dal Comitato Verona ai Veronesi, che a Caldiero ha inscenato, tempo fa, una manifestazione, (davvero poco partecipata per la verità) contro l’accoglienza ai migranti. Il Comitato suddetto, che si definisce apartitico, pare sia in realtà proprio emanazione di Forza Nuova e del Veneto Front Skinheads e, recentemente, in relazione ai fatti avvenuti nel 2017 a Roncolevà, ha visto una ventina dei suoi militanti indagati per istigazione all’odio razziale.

Se partendo dalle bandiere naziste è possibile quindi ipotizzare alcuni intrecci, ripensando alle uniformi non possiamo dimenticare che un veronese è stato indagato per aver partecipato ad una “rievocazione storica” in salsa nazista sulle colline bolognesi avvenuta il 27 gennaio 2018, proprio nella data dedicata al ricordo delle vittime dei campi di sterminio nazisti. I cinque dementi erano vestiti proprio con uniformi naziste delle SS, complete di gradi e labari, e alcuni di loro erano politicamente vicini proprio a Forza Nuova.

Un intrico di bandiere, uniformi e vessilli che avrebbe dovuto quindi catturare l’attenzione dei giornalisti nostrani, consentendo loro di ripercorrere vicende che potrebbero essere correlate. Invece niente di niente, né correlazioni ma nemmeno la completezza della notizia, quasi che a Verona preoccuparsi di un’innegabile riemergere di sentimenti nostalgici rispetto al fascismo e al nazismo sia ancora un tabù, una cosa da nascondere sotto il tappeto.

Tacere, o ridimensionare questo allarme, non aiuta certo a prenderne le distanze e avvantaggia, a nostro avviso, proprio gli attori che, in alcuni casi, si celano dietro le quinte, proprio come Forza Nuova che, nonostante le evidenze, prova a distanziarsi dai suoi militanti indagati per la costituzione del Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori, oppure come Fortezza Europa, l’assocaizione culturale nata da una scissione interna a Forza Nuova, del quale è sodale anche il consigliere comunale Andrea Bacciga, (ex forzanovista) ed il cui presidente, Emanuele Tesauro, minacciò, a suo tempo, querele  contro chiunque si fosse permesso di definire Fortezza Europa come associazione di stampo neofascista, dimenticando il tatuaggio che porta sul suo stesso avambraccio destro, quell’inequivocabile R.S.I. che esibisce durante i concerti degli Hobbit, un gruppo musicale legato al circuito dell’estrema destra e del quale lui è il front-man.

L’IPOCRISIA DI FEDERICO SBOARINA E GLI INTERESSI MONDANI DI ZENTI

22 dicembre 2019   Logo

 

https://ufficiostampa.comune.verona.it/media/_Ufficio_Stampa/Allegati/FOTO/IMG-20191219-WA0000.jpg

In occasione degli auguri natalizi il sindaco Federico Sboarina ha nuovamente dato prova dell’ipocrisia che contraddistingue lui e la sua giunta.

Proprio un comunicato stampa del Comune di Verona ci dà la possibilità di leggere le dichiarazioni del sindaco, che si affanna nell’evidenziare la condivisione valoriale con la Curia veronese, dimenticando che il suo ruolo istituzionale suggerirebbe un approccio sicuramente più laico.

Il vescovo Zenti, da parte sua, oggi alla guida della Curia veronese si è sicuramente distinto, in questi anni, per i suoi interessi terreni più chs di quelli spirituali. Nel 2015, ad esempio, scaturì un polverone dalle sue indicazioni di voto alle elezioni regionali per una candidata leghista, motivando l’azione con le promesse di finanziamenti aggiuntivi alle scuole private cattoliche.

Siccome poi gli affari sono affari, a nulla sono valse, un paio di anni fa, le proteste della cittadinanza che gli chiedeva di mantenere all’interno di Villa Francescatti, di proprietà della Curia veronese, l’Ostello della Gioventù, invece di sottrarla alla cittadinanza destinandone l’utilizzo a qualche cosa di più interno alle strutture ecclesiastiche, ossia un centro della Caritas. Il tutto in barba allo sforzo dei volontari che, in anni passati, avevano rimesso a posto la villa, e ai finanziamenti pubblici che hanno contribuito a restaurarla.

 Del tutto inascoltate anche le proteste per il progetto che la Curia ha in serbo per l’ex Seminario, con la previsione di grandi aree commerciali che tradirebbero il carattere ambientalista del progetto iniziale, che prevedeva invece la costruzione dell’Ecoborgo di San Massimo.

Superando gli interessi materiali condivisi da Curia ed amministrazione, cerchiamo di analizzarne le “condivisioni valoriali” rivendicate dal sindaco a nome della Giunta che presiede.

Innanzitutto, nel virgolettato attribuito al sindaco si può leggere:

Durante questo ultimo anno abbiamo visto accendersi polemiche sterili e pretestuose ogni volta che è stata difesa la famiglia, sostenuta la maternità e contrastato l’uso delle droghe leggere. Siamo stati duramente attaccati, ci hanno persino accusati di essere medievali quando, invece, abbiamo solo dato risalto a tematiche importanti, che sono al centro della nostra società, manifestando quella che è la nostra opinione e posizione senza per questo escludere chi la pensa diversamente. Una visione aperta che Verona ha sempre dimostrato di avere, lasciando a tutti libertà di espressione.

Quando il sindaco parla di “difesa della famiglia” si guarda bene dall’aggiungere l’aggettivo “naturale”, che però compare chiaramente all’interno del suo programma elettorale laddove stà scritto che il suo impegno politico intende difendere la “famiglia naturale”, ossia quello specifico tipo di famiglia formato da madre, padre e figli  basato sul matrimonio. D’altra parte l’esclusività di tale attenzione la si deduce dalle sue stesse parole; il termine “famiglia” viene infatti declinato al singolare e mai al plurale, identificando quindi uno specifico modello familiare

Le accuse di medievalismo alle quali lo stesso sindaco accenna riguardano la concezione integralista del Convegno mondiale delle famiglie, svoltosi a Verona alla fine di marzo del 2018, e al quale sia il sindaco che il vescovo hanno portato il loro saluto. Un coacervo di integralisti, antiabortisti, omofobi ed estremisti di destra che non hanno certo evidenziato grande apertura distribuendo orribili feti di plastica come gadget e promettendo il fuoco degli inferi per sodomiti e adultere…Difficile quindi negare uno stampo medievalista, che potrebbe risultare anche ridicolo se, in realtà, la struttura e gli organizzatori del Convegno mondiale delle famiglie non fosse parte integrante di un ampio progetto internazionale del conservatorismo integralista, come documentato in modo approfondito in due recenti puntate della trasmissione “Report”.

Rispetto al “senza per questo escludere chi la pensa diversamente”, basterebbe tornare allo stesso frammento del programma politico, (già allegato sopra), presentato da Federico Sboarina, dove lo stesso si impegna a ritirare dalle scuole e dalle biblioteche pubbliche i libri “gender”, denominazione inventata dalle destre per identificare una inesistente teoria, la “teoria gender” appunto, inventata per fomentare nei genitori la paura e il sospetto verso persone o movimenti riconducibili ai movimenti lgbt.

Si tratta in fondo della stessa lungimiranza e apertura contenuta nelle mozioni presentate dal leghista integralista cattolico Alberto Zelger. La mozione n°434, approvata il 10.10.2018, consente il finanziamento con soldi pubblici di associazioni antiabortiste, mentre l’Ordine del Giorno n°441, ad esso collegato e non ancora discusso, prevederebbe, a sottolineare evidentemente la libertà di espressione della quele il sindaco sarebbe paladino, la sepoltura dei feti abortiti, anche in assenza del consenso della madre.

Per finire, sempre rispetto alla paventata libertà di espressione sancita dal sindaco come tratto dell’azione politica della sua giunta, riteniamo importante sottolineare il contenuto della mozione n°186, non ancora discussa, ma nemmeo dichiarata inamissibile, dove si chiede, prendendo a pretesto alcuni tafferugli avvenuti a Piacenza, all’amministrazione di vietare spazi, patrocinii, sponsorizzazioni e l’utilizzo delle sale civiche alle realtà della sinistra non istituzionale.

Davanti a tutto questo non possiamo che ribadire la nostra accusa di ipocrisia al sindaco Federico Sboarina, che dietro alle parole paludate nasconde, come purtoppo oggi succede in gran parte d’Italia, azioni e politiche discriminatorie, che contribuiscono solamente ad aumentare odio, livore e paura!

L’assessore Polato e la sua vicinanza all’estrema destra

19 dicembre 2019       Logo

Daniele Polato, i suoi amici e i loro inquietanti saluti

L’assessore alla sicurezza del Comune di Verona è stato recentemente condannato in primo grado per aver autenticato delle firme, rivelatesi poi false, raccolte da Forza Nuova per presentarsi alle ultime elezioni regionali svoltesi in Veneto.

Al di là dell’iter processuale che prevede ancora diversi gradi di giudizio, resta il fatto che Daniele Polato abbia comunque agevolato una formazione nazifascista nel suo intento di entrare nel Consiglio regionale.

Forse qualcuno avrebbe da ridire sull’aggettivo nazifascista, riconoscendolo come esagerato e preferendo un più “sobrio” neofascista.

In realtà ricordiamo bene come il referente di Veneto e Lombardia per Forza Nuova, Luca Castellini, dal palco della Festa della Curva Sud dell’Hellas Verona, nell’estate del 2017, ringraziava pubblicamente per la riuscita dell’iniziativa nientemeno che Adolf Hitler e Rudolph Hess, proprio mentre dal pubblico partiva il coro “Una squadra fantastica fatta a forma di svastica”. Ricordiamo anche il balbettio con il quale lo stesso Castellini, incalzato da una giornalista che gli chiedeva cosa pensasse di Hitler, rispose, senza riuscire nemmeno a dire che, in fondo, si trattava di una cattiva persona!

Sempre in tempi recentissimi, poi, siamo venuti a conoscenza, tramite articoli di stampa,  della vicenda riguardante il tentativo di costruire il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Italiani.

Le indagini condotte dalla Magistratura hanno svelato un reticolo di persone che perseguivano quel progetto, e tra i 19 indagati almeno due appartenevano, al momento delle perquisizioni che hanno rinvenuto materiali inequivocabili, proprio a Forza Nuova. Una donna residente a Caldiero, alle porte di Verona e l’ex referente di Forza Nuova per la Liguria, invischiato anche in vicende di N’drangheta.

Alla luce di tutto questo è lecito chiedersi come un assessore alla sicurezza possa intrattenere rapporti con personaggi come Luca Castellini e i suoi accoliti, e suonerebbe davvero stonata la giustificazione, più volte utilizzata, che la democrazia si basa sulla libertà di pensiero, senza contare che, se la condanna venisse confermata nei successivi gradi di giudizio, l’idea di democrazia di chi falsifica le firme per potersi presentare alle elezioni è del tutto inacettabile.

Questa vicenda denota quanto sia ampia la contiguità dell’amministrazione giudata dal sindaco Federico Sboarina con le formazioni appartenenti all’estrema destra. E’ evidente che non si tratta del solo Andrea Bacciga, consigliere comunale eletto proprio nelle liste del sindaco, ex forzanovista e (rinviato a giudizio con l’accusa di essersi esibito, durante una seduta consiliare, in un saluto romano).

L’amministrazione comunale, infatti, continua a dispensare patrocinii, spazi e sponsorizzazioni alla galassia dell’ultradestra veronese, incurante delle critiche e della diffamazione che ciò comporta per la nostra città.

Ce ne sarebbe abbastanza per chiedere le dimissioni dell’assessore Polato, ma, a scanso di equivoci, è importante completare il quadro sulla sua visione politica.

Per questo motivo abbiamo deciso di pubblicare la foto in alto, peraltro già utilizzata dalla trasmissione “Piazza Pulita” e sottoposta all’assessore.

Nella foto si possono distingure diversi commensali a cena, molti dei quali stanno facendo il saluto fascista. L’etichetta interna alla foto permette di riconoscere proprio l’assessore Polato che, a differenza di altri, fa un altro saluto, componendo il numero tre con la mano.

Si tratta di una simbologia appartenente all’estrema destra nazionalista serba, quella che, tanto per essere chiari, ha rappresentato il motore che ha permesso il massacro di decine di migliaia di civili durante la guerra civile nella ex Jugoslvia.

Negli ultimi tempi questo saluto tende a sostituire proprio quello con il braccio teso, con l’obiettivo di essere comunque riconoscibili ma senza incappare in denunce per apologia di fascismo.

Non possiamo terminare questo articolo senza invitarvi a riflettere su quanto sia inquietante avere nella nostra città un assessore alla sicurezza simile!

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