Verona non sarà capitale italiana della cultura. Le lacrime di coccodrillo versate dal sindaco Sboarina

22 novembre 2020

 

Verona non solo non sarà Capitale italiana della Cultura per l’anno 2022, ma si è vista umiliata con l’esclusione anche dalla selezione che ha scelto le dieci finaliste.

Le ragioni per le quali tutto questo è avvenuto sono diverse.

Va detto, innanzitutto, che dal punto di vista del patrimonio monumentale, museale, bibliotecario, storico, Verona avrebbe avuto diversi assi nella manica, vantando ad esempio alcune unicità mondiali, come l’anfiteatro romano all’aperto più grande e importante, o l’essere l’unica città a che può fregiarsi di una tradizione dantesca, ma anche shakespeariana, fino alla diversificazione delle sue mura, che comprendono manufatti di epoca romana, longobarda, scaligera, veneziana e austriaca. La Biblioteca Capitolare è stata a lungo una delle più importanti d’Europa, mentre il Musero di Scienze Naturale racchiude, tra gli altri, pezzi rarissimi che lo contraddistinguono a livello continentale.

Ci fermiamo qui, ma l’elenco delle magnificenze della nostra città potrebbero continuare a lungo, ma, evdentemente, non bastano le vestigia del passato per decretarla capitale della cultura.

L’amministrazione Sboarina ha cercato di fare tutto da sola, senza avvalersi dell’aiuto di esperti e studiosi, senza coinvolgere attivamente le piccole realtà culturali che lavorano quotidianamente sul territorio e affidando il compito di redigere il dossier relativo al bando ad agenzie esterne all’amministrazione stessa.

La visione culturale della giunta comunale, d’altra parte, è stata sempre incentrata sul gigantismo dei grandi eventi, e dei grandi autori, promuovendo spesso il “divertimentificio” e penalizzando le produzioni del territorio, “colpevoli” forse di non avere abbastanza “mercato” e visibilità.

Uno degli esempi più eclatanti di queste pulsioni, (che non esitiamo a definire insane proprio per il danno che arrecano alla cultura veronese), è riscontrabile nella cosidetta “rigenerazione” del quartiere universitario e multietnico di Veronetta, nel quale noi stessi abbiamo aperto la sede. Veronetta è una vera è propria fucina di attività culturali e sociali autorganizzate e autoprodotte. La volontà politica dell’amministrazione è quella di “normalizzare” il quartiere, rendendolo forse più “pulito” e “decoroso”, ma anche asettico e impersonale, azzerando così la sua linfa vitale. Invece di fornire strumenti e servizi al caleidoscopio rappresentato dal rione storico per permetterne la crescita, la giunta, nel gennaio del 2019, ha pensato bene di cancellare d’imperio la programmazione dell’unico teatro esistente nella zona, (da sempre, e per statuto, dedicato al sociale), per consegnarlo allo showmen Adriano Celentano che lo ha trasformato in un set televisivo da dove veicolare sulla rete nazionale Canale 5 la sua ultima produzione, quell’”Adrian”, che di teatrale aveva davvero poco o nulla, e che si è rivelato un incredibile flop, sia dal punto di vista artistico che di audience, al punto da essere clamorosamente interrotto e sepolto.

L’interno del Teatro Camploy

Ma se parliamo di cultura non possiamo fare a meno di accennare alla situazione della Fondazione Arena, l’ente, presieduto da regolamento dal sindaco, che è stato portato sull’orlo del fallimento nonostante le sue produzioni inerenti il Festival lirico areniano siano un eccellenza a livello mondiale. I “bilanci creativi” dell’amministrazione Tosi hanno consegnato la Fondazione nelle mani dei commissari governativi, che hanno decretato, con il plauso di un sindaco che ne avrebbe comunque preferito la privatizzazione, sacrifici immani a carico di artisti e maestranze. Il licenziamento del corpo di ballo, fortemente voluto da Flavio Tosi, rappresenta ancora oggi una grave ferita, non sanata dal successore Federico Sboarina, nonostante le promesse elettorali.

Rispetto al tema della scarsissima attenzione dedicata ai circuiti di settore, da quello cinematografico, a quello teatrale, letterario ecc…, pensiamo sia rilevante la relazione che il regista veronese Alessandro Anderloni ha argomentato durante una seduta della Commissione Cultura. Si tratta di un documento che, nonostante risalga al 2 ottobre 2018, a nostro avviso mantiene inalterato, purtroppo, tutto il suo impianto. Nel file audio originale, che era archiviato nel portale del Comune di Verona, ma che oggi risulta rimosso, si sentiva il consigliere Andrea Bacciga, oggi nominato alla vicepresidenza della stessa Commissione, (nonostante abbia un processo in corso con l’accusa di essersi esibito in aula consiliare in un saluto fascista), abbandonare indispettito l’aula in segno di forte critica verso le parole di Anderloni.

Ci colpisce particolarmente, visto che abbiamo intitolato il Centro di documentazione alla sua persona, la sostanziale indifferenza rispetto alla figura di Giorgio Bertani, l’editore eclettico e ribelle che era stato anche nominato membro onorario della Società Letteraria di Verona. Se non fosse stato per l’interessamento di alcuni attivisti veronesi e per l’impegno di Marc Tibaldi, che hanno anche prodotto un docufilm sulla sua opera e sul contesto nel quale viveva, la sua dedizione al mondo della cultura sarebbe caduto nel dimenticatoio con il beneplacito dell’amministrazione Sboarina.

Visto che il sindaco Sboarina e la sua giunta, nei giorni scorsi, hanno fatto esercizio di vittimismo e indignazione rispetto alla decisione della giuria che ha estromesso Verona dalla gara, buttandola in politica e accusando i giurati di voler favorire le candidature di città governate dal centrosinistra, bocciando invece quelle amministrate dal centrodestra, non possiamo certo esimerci dal seguire il sindaco sullo stesso terreno da lui proposto.

Noi pensiamo che la cultura, quella con la C maiuscola, dovrebbe rappresentare uno strumento di apertura nei confronti delle diverse soggettività che vivono sul territorio, favorendone la crescita, (non solo dal punto di vista economico) e il confronto.

La cultura, a nostro avviso, ha davvero poco a che fare con i muri, fisici o virtuali che siano, tesi a limitare proprio i valori insiti nel concetto più alto di cultura. Non ha a che fare con la propagazione dell’odio, del sospetto, o con il tentativo di ledere i diritti di chi è ritenuto “diverso”, e non ha a che fare nemmeno con la censura.

Insomma, per dirla con le parole di Alessandro Anderloni, la cultura dovrebbe essere inclusiva e non tesa ad escludere!

Ebbene, tutte queste modalità sono invece ben radicate nell’ideologia di gran parte delle destre, sia di quelle appartenenti all’ultradestra, sia in quelle più istituzionali, alle quali il sindaco Sboarina e la sua giunta attingono a piene mani.

Davvero il sindaco pensava di poter censurare come se nulla fosse quei libri che affrontano la tematica omosessuali come espressione di libertà, arrivando persino a ritirare quelli già presenti nelle biblioteche pubbliche e nelle scuole, tenendo così fede a quanto sta scritto nel suo programma elettorale?

Davvero credeva che le ripetute affermazioni e mozioni sessiste e omofobe, o i sistematici patrocinii e finanziamenti concessi ad eventi di carattere discriminatorio e che strizzano l’occhio all’ideologia nazifascista, non avrebbero pesato sulla bilancia delle decisioni?

E l’organizzazione di un Convegno mondiale, quello delle famiglie (esclusivamente “naturali”), tenutosi a Verona nel marzo del 2019, e fortemente voluto dai consiglieri della maggioranza e adagiato in un contesto fortemente antiabortista e sessista, è forse stato un buon viatico per presentare la candidatura o, invece, ha gettato l’ennesima ombra oscurantista sulla nostra città, prima in assoluto ad ospitare quel baraccone demenziale in tutta l’Europa occidentale?

L’imponenete corteo organizzato da Non Una di Meno che ha attraversato le vie di Verona contrapponendosi al Convegno mondiale delle famiglie

Tornando poi sul già nominato Andrea Bacciga, il vicepresidente della Commissione Cultura, non crediamo sia stata considerata con entusiasmo dai giurati l’episodio che lo ha visto protagonista del “dono” di quindici libri inneggianti al nazifascismo recapitato alla Biblioteca Civica.

Sono solamente alcune delle vicende più eclatanti che hanno costruito lo “spessore culturale” della giunta Sboarina, e che hanno mortificato e umiliato la città, troppe volte finita sulle pagine dei giornali nazionali per motivazioni che traspirano ignoranza e non certo cultura. Le colpe non sono attribuibili solamente all’amministrazione vigente, ma sono il risultato di un lunghissimo perìodo nel quale le pulsioni più retrive hanno alimentato una certa politica e da essa sono state restituite come un’onda ad investire ampie fasce di popolazione, mentre altri, anche se non imbevuti dall’aquitrino formatosi, per troppo tempo si sono limitati a minimizzare crogiolandosi nella loro inconsapevolezza.

Il fatto è che Verona, per ambire a diventare Capitale della Cultura, dovrebbe avere ben altri amministratori. Non possiamo che essere rammaricati per l’esclusione di Verona dalla possibilità di competere per quell’importante titolo ma, nello stesso tempo, avremmo considerato il contrario come un segnale davvero pericoloso, in quanto avrebbe costituito l’ennesimo sdoganamento dell’ignoranza che si atteggia a cultura!

La strage neofascista, i revisionisti e gli ignoranti

2 agosto 2020

Dopo 40 anni dalla strage alla stazione di Bologna, dal passato emergono ancora pezzi di verità.

Il lavoro degli inquirenti della Procura di Bologna, che dal 2018 hanno ricominciato da zero le indagini per rivalutare elementi scartati in altri momenti storici a causa dei depistaggi messi in atto dai servizi segreti controllati da poteri massonici, unitamente alle inchieste giornalistiche della trasmissione “Report” e di Paolo Biondani de “L’Espresso”, hanno portato infatti a nuove rivelazioni.

In particolare, un documento appartenente a Licio Gelli e sequestrato in occasione del suo arresto avvenuto nel 1981 a Ginevra, ha permesso di ripercorrere il flusso di denaro utilizzato per finanziare i terroristi neofascisti, svelando nel contempo inquietanti retroscena sulla vicenda del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

Allo stato attuale, quindi, la strage di Bologna è l’unica per la quale sono stati individuati, e condannati, gli esecutori materiali, i depistatori dei servizi segreti italiani legati alla Loggia massonica P2 e il finanziatore Licio Gelli. Inoltre, i legami tra quest’ultimo e i servizi segreti italiani e statunitensi sembrano confermare pienamente quella verità storica già da tempo assodata, che indica nella strategia della tensione, di matrice atlantica, i mandanti dei percorsi destabilizzanti che hanno insanguinato l’Italia con la modalità stragista.

Nonostante tutto questo, l’attuale generazione neofascista pare non voler fare i conti con le sue radici, e ancora oggi cerca di confutare la matrice ideologica delle stragi, indicando altre “piste” e rigettando verità storiche e processuali.

A nostro avviso si tratta di un processo mentale contorto che, pure se in diversa forma, è utilizzato anche per quanto attiene al perìodo storico della Repubblica di Salò. Da una parte si rivendica quel passato, mentre dall’altra i neofascisti odierni cercano di cancellare dalla memoria storica le responsabilità degli eccidi nazifascisti e, quando ciò non è possibile, si rifugiano nella loro età anagrafica, ormai distante da fatti e vicende tanto scomodi.

Quest’anno, ad esempio, la pagina facebook de “Il bastione veronese”, associazione culturale di comodo legata a Forza Nuova, annuncia che, in occasione della terribile strage del 2 agosto a Bologna, i neofascisti scenderanno nelle piazze più rappresentative d’Italia per invocare la verità, cercando di rimuovere quindi quella ufficiale.

Anche in questo caso assistiamo, da una parte al rifiuto di ciò che è stato, ma dall’altra ad un legame molto stretto con quegli anni e quegli ambienti, visto che la formazione nazifascista di Forza Nuova è capeggiata da Roberto Fiore, fondatore del gruppo terrorista di estrema destra “Terza Posizione”.

Accanto a questi tentativi ve ne sono altri, più subdoli e quasi ridicoli, che appaiono come frutto di “semplice” ignoranza ma che forse nascondono qualche cosa di più.

Il 2 agosto scorso, ad esempio, sulla pagina facebook di “Lega Nord Cerea”, è stato pubblicato un post che attribuiva la strage di Bologna alle Brigate Rosse. A prima vista potrebbe apparire come uno dei tanti conati di ignoranza ai quali ci hanno abituato gli esponenti della Lega ma, quando, dopo le inevitabili rimostranze per una simile affermazione, il post è stato modificato, abbiamo notato che la volontà di attribuire responsabili alla strage pareva svanita all’improvviso, come se lo scrivere “strage fascista” bruciasse i polpastrelli delle dita sulla tastiera.

Il post pubblicato l’anno scorso sulla pagina Facebook della Lega di Cerea

La memoria è quindi un valore che non è mai assodato una volta e per sempre, e che va rinvigorita anno dopo anno, e sempre più mano a mano che il passato si allontana. Il venire meno a questo impegno può portare a risvolti davvero pericolosi, al revisionismo, al negazionismo e alla decontestualizzazione storica.

Un esposto in Procura contro il camerata Massimo Mariotti

 

L’avvocata Panizzo ha depositato in Procura a Verona un esposto contro Massimo Mariotti, a seguito della pubblicazione da parte di quest’ultimo, il 2 giugno scorso, di un post facebook nel quale affermava che “l’unica Repubblica è quella Sociale”. Il riferimento alla Repubblica di Salò è inequivocabile e per questo Aned Verona (l’associazione degli ex deportati nei campi di sterminio nazisti), Rifondazione Comunista e l’Associazione Infospazio161, che ospita anche il Centro di Documentazione Giorgio Bertani, hanno deciso di presentare l’esposto.

I reati ipotizzati e per i quali si chiede di indagare  sono apologia di fascismo e manifestazione fascista.

Riteniamo che soprattutto chi ricopre incarichi pubblici, lautamente pagati dai cittadini della vituperata Repubblica Italiana, nata dalla lotta antifascista, non possano concedersi affermazioni simili.

Crediamo quindi che Massimo Mariotti, non nuovo ad episodi simili, non dovrebbe concorrere alle prossime elezioni regionali, dove risulta candidato nel listino di Fratelli d’Italia, né mantenere la carica di Presidente della partecipata dal Comune di Verona Serit, né, infine, quella di consigliere del Consorzio Zai, altra partecipata municipale.

Non avendo alcuna illusione sul ravvedimento del camerata Mariotti, abbiamo lanciato, nei primi giorni di giugno, una petizione indirizzata, tra gli altri, al sindaco di Verona e al capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione Veneto, chiedendo la rimozione di Massimo Mariotti da tutti gli incarichi.

Nemmeno nei destinatari della petizione abbiamo molta fiducia, anche se ci auguriamo che l’esposto in oggetto possa consigliare una presa di distanza dalle affermazioni di Mariotti e la revoca dei suoi incarichi.

Probabilmente, ce ne rendiamo perfettamente conto, non accadrà nulla di tutto ciò, ma vi invitiamo caldamente a firmare, se non lo avete già fatto, la petizione, e a farla firmare anche ai vostri contatti.

Essa, infatti, speriamo diventi uno strumento per dimostrare la connivenza, che denunciamo da tempo, sempre più stretta tra la cosidetta “destra istituzionale” e la “destra radicale”; più persone prenderanno posizione, a fronte di un silenzio inquietante della “destra istituzionale”, più la sovrapposizione tra le due destre, e l’ipocrisia che ne consegue, sarà visibile.

Anticipandovi che a breve inizieremo una nostra specifica campagna elettorale raccontandovi per filo e per segno fatti e misfatti dei candidati alle prossime elezioni regionali, vi invitiamo a connettervi al link sottostante dove potrete leggere e firmare la petizione. Grazie a tutte e tutti.

https://www.change.org/p/federico-sboarina-urgente-massimo-mariotti-dimissioni-serit-e-ritiro-candidatura-regionali-stop-fascismo

I fatti di Vicenza, le correlazioni con Verona e l’ipocrisia delle destre.

Le vicende che ci apprestiamo a raccontare e documentare hanno una correlazione stretta con la nostra città per quanto attiene a quella clausola di salvaguardia, detta anche “clausola antifascista”, a suo tempo inserita e oggi rimossa dal Regolamento comunale, a Vicenza, e mai recepita, invece, a Verona.

Qualche anno fa, a fronte di uno sdoganamento progressivo nei confronti  delle forze riconducibili all’ideologia nazifascista, l’Associazione ex Deportati nei campi di sterminio nazist e l’Associazione Partigiani d’Italia decisero di avviare una campagna nazionale, sottoscritta da molte associazioni, realtà di movimento e persone singole, finalizzata all’inserimento di una clausola all’interno dei Regolamenti comunali che ponesse come requisito per la concessione di spazi pubblici il riconoscimento nei valori della Costituzione Italiana, che comprende il ripudio e la condanna del fascismo.

Alcuni comuni aderirono all’iniziativa e tra questi quello di Vicenza, che, grazie all’amministrazione di centrosinistra guidata dal sindaco Achille Variati, inserì nell’articolo 5 del suo Regolamento la “clausola antifascista”.

L”articolo 5 rimosso dal Regolamento del Comune di Vicenza

Mentre tutto ciò accadeva nel capoluogo berico, in riva all’Adige le cose andavano molto diversamente e l’ennesima amministrazione di centrodestra, guidata dal sindaco Federico Sboarina, si rifiutava sostanzialmente di prendere in considerazione la possibilità di munirsi della clausola di salvaguardia. Anpi e Aned hanno chiesto più volte incontri con il Presidente del Consiglio Comunale Ciro Maschio, di Fratelli d’Italia, non ricevendo riscontri e non qualche risposta evasiva tesa a far cadere la cosa nel dimenticatoio.

Una bozza di mozione, peraltro mai presentata per la mancanza di minimali presupposti di adesione politica, era stata redatta da un consigliere dell’opposizione e potete leggerla QUI, in modo da avere un’idea più dettagliata della richiesta:

Tornando a Vicenza, la nuova amministrazione comunale guidata dal sindaco Francesco Rucco, con la Delibera di giunta n°177, approvata il 21 novembre 2018, ha pensato bene di togliere l’articolo 5 del Regolamento, agevolando la possibilità di ottenere spazi pubblici per le realtà ispirate all’ideologia nazifascista.

Silvio Giovine, iscritto al gruppo Fratelli d’Italia e assessore al commercio e alle attività produttive ha così motivato il suo operato:

“A più di 70 anni dalla fine del secondo conflitto mondiale credo sia il caso di pensare ad una effettiva pacificazione nazionale. Le amministrazioni si devono concentrare sul risolvere i problemi reali dei cittadini anziché perdere tempo su sterili polemiche relative a fascismo e antifascismo” .

L’accenno alle “sterili polemiche” su accadimenti relegati al secondo conflitto mondiale, denota il rifiuto di pronunciarsi sulla necessità, alla base della campagna avviata da Anpi e Aned, di mettere un freno all’intensificarsi di fenomeni violenti e discriminatori, in realtà mai sopiti. Se la tematica fosse stata poi così priva di interesse da essere considerata una semplice “perdita di tempo”, non si capisce perché proprio lui abbia perso tempo nell’andare a rimuovere la clausola antifascista dal Regolamento comunale.

L’attualizzazione della violenza fascista non si è fatta attendere, e solo qualche giorno dopo la cancellazione dell’articolo 5, i soliti noti, evidentemente galvanizzati dal successo ottenuto, non hanno esitato a lanciare una bottiglia molotov contro la sede dell’associazione Caracol Olol Jackson, bruciando uno striscione che recava la scritta “Ieri partigiani, oggi antifascisti”.

La bottiglia molotov lanciata dai fascisti

La risposta è stata grande, e il 19 giugno un corteo formato da circa 3000 persone, organizzato dal Centro sociale Bocciodromo, ha percorso le vie della città, arrivando ad affiggere una gigantesca bandiera antifascista sul muro del Comune di Vicenza.

E’ stata un’uniziativa conro i fascismi, sia quello dal volto più istituzionale, sia quello sbandierato dai gruppi radicali.

Se la pericolosità di questi ultimi si esprime mediante atti squadristi, la responsabilità politica va spesso ricercata in quei partiti della destra istituzionale, a partire da Fratelli d’Italia e Lega che, da una parte agiscono con contenuti discriminatori verso i migranti o i diversi orientamenti sessuali, ad esempio costruendo percezioni distorte finalizzate all’introduzione di politiche securitarie o lanciando campagne oscurantiste, mentre dall’altra rispolverano il substrato ideologico e nostalgico atto allo sdoganamento dei gruppi più radicali. In caso di episodi violenti o atti anche simbolici, chiaramente legati all’ideologia fascista, spesso non si pronunciano e, quando lo fanno, si limitano a generiche condanne, senza mai indicarne chiaramente la matrice.

 Il confine tra le due destre è quindi davvero molto labile, come dimostra, ad esempio, la partecipazione di numerosi esponenti, anche di caratura nazionale, dei due partiti sopracitati, al raduno nazionale di Casa Pound, che si è tenuto l’estate scorsa proprio nei territori al confine tra la provincia di Verona e quella di Vicenza.

Vi sarà tempo per continuare a documentare tutto questo, provando a dare alla cittadinanza qualche chiave di lettura più reale sul profilo dei candidati della destra alle prossime elezioni regionali, ma per ora ci limitiamo a fare qualche esempio sulla sinergia e la sovrapposizione che contraddistingue le due destre.

Sempre a Vicenza sconcertano il profilo e le dichiarazioni di Daniele Beschin, inserito nelle liste della Lega come indipendente per le elezioni del grosso centro di Arzignano, pur ricoprendo ancora il ruolo di referente della provincia di Vicenza per Forza Nuova.

In seguito ad un post sul suo profilo Facebook in cui dichiarava che la modella Mati Fall Diba, di origine senegalese ma con cittadinanza italiana, non poteva essere considerata italiana perché la sua pelle non è bianca, la Lega di Arzignano, commissariata nel perìodo dell’elezione di Beschin in consiglio comunale dal senatore veronese Tosato, decise l’espulsione dell’ormai ex dirigente di Forza Nuova. In realtà nemmeno questo gesto di cesura nei confronti della “destra radicale” fu portato a termine, e dopo tre lunghi mesi fu lo stesso Beschin ad abbandonare il gruppo consiliare della Lega.

A Verona, per tornare su terreni più conosciuti, ricordiamo la figura di Andrea Miglioranzi, passato dal Veneto Front Skinheads e dal gruppo nazi-rock dei Gesta Bellica, alla Lista Tosi, (quella dell’ex sindaco di Verona che, come lui, è stato condannato in via definitiva per istigazione all’odio razziale), fino a Fratelli d’Italia, partito dal quale è stato espulso dopo l’inchiesta “Isola Scaligera”, nella quale Miglioranzi viene accusato di corruzione e collusioni con la criminalità organizzata mentre rivestiva l’incarico di Presidente di un’importante municipalizzata veronese.

Ma l’esempio più eclatante è quello di Andrea Bacciga, finito sotto processo con l’accusa di essersi esibito in un saluto romano rivolto alle attiviste di Non Una di Meno che protestavano, all’interno della sala consiliare contro una mozione antiabortista presentata dal leghista, e integralista cattolico, Alberto Zelger.

Cercando tra gli innumerevoli atti perpetrati dal consigliere riteniamo sia importante sottolineare la mozione n°458 da lui presentata a sostegno dell’ex ministro veronese in forza alla Lega Lorenzo Fontana, che chiedeva l’abolizione della Legge Mancino, la quale norma come reato l’istigazione all’odio razziale.

La motivazione del sostegno è interessante, perché ricondotta alla difesa della libertà di espressione, spesso e volentieri invocata, atteggiandosi a vittime predestinate, dai politici appartenenti alla “destra istituzionale” che intendono promuovere lo sdoganamento della “destra radicale”, (sempre che tali distinzioni abbiano davvero senso). Questa strategia evidenzia però le contraddizioni che dimostrano la strumentalità della motivazione stessa. Ad esempio, il programma elettorale di Sboarina, che prevedeva sostanzialmente la censura dei libri che difendono i diritti delle persone omosessuali mal si accompagna alla donazione alla Biblioteca Civica di libri di ispirazione nazifascista da parte di uno dei consiglieri eletti nella sua lista. Da una parte si limita drasticamente la libertà di espressione nella rivendicazione di un diritto, mentre dall’altra si invoca la stessa libertà per dare visibilità a pubblicazioni scritte anche da chi ha agito per reprimere, spesso nel sangue, diritti esistenziali, tra i quali proprio quello relativo all’orientamento sessuale.

Un estratto dal programma elettorale del sindaco Federico Sboarina

Rispetto alla concessione degli spazi, la stessa relazione tra contraddizione e coerenza raggiunge a Verona, vette inimmaginabili. Mentre da una parte si continuano a concedere spazi pubblici, patrocini e sponsorizzazioni alle formazioni dell’estrema destra, con relative umiliazioni per la nostra città, dall’altra il consigliere Bacciga, con evidente intento provocatorio rispetto alla richiesta di approvazione della clausola antifascista, è arrivato a depositare una mozione, la n°186 , che chiedeva a sindaco e giunta di precludere spazi alla sinistra antagonista!

Il monumento di Porta Palio, concesso a Forza Nuova tramite l’assessore Toffali, sfregiato dalle bandiere fasciste

La contraddizione è palese, la coerenza nel favorire lo sdoganamento lo è ancor di più.

In questa ultima mozione vediamo anche lo sforzo, sostenuto da tempo dai partiti della destra, ma a volte anche da quelli di sinistra, di equiparare l’ideologia fascista al pensiero comunista, sorvolando sulle notevoli differenze, storiche e di senso, che ne sottendono.

Mentre la sinistra ha preso le distanze e condannato con forza le aberrazioni dello stalinismo, a destra non vi è mai stata una chiara presa di distanza dal fascismo. Inoltre, e non è certo cosa secondaria, i milioni di morti dovuti alla guerra, i soprusi e le indicibili sofferenze subite dalla popolazione italiana durante il ventennio fascista non sono certo attribuibili ai comunisti, che hanno invece contribuito, assieme alle diverse realtà democratiche, all’uscita dell’Italia da una dittatura. I “pacificatori nazionali”, a partire dall’assessore regionale all’istruzione Elena Donazzan e dall’assessore Silvio Giovine, se fossero davvero interessati a questo percorso, dovrebbero prenderne atto e riconoscere le responsabilità del fascismo, perché la continua rimozione del passato, unito al suo sdoganamento nel presente, indica ai nostri occhi, tutt’altro!

La “pacificatrice nazionale” Elena Donazzan, assessore in Regione Veneto all’istruzione, alla formazione e al lavoro per Fratelli d’Italia, mentre indossa una collanina con un famoso simbolo neofascista, la croce celtica.

 

 

 

 

 

 

Il dominio dell’economia sulla salute si traduce, nel Decreto “Rilancio” in altri soldi alle imprese e nuovi tagli alla sanità

Logo

 

L’epidemia da Covid19 ha evidenziato una serie di fattori che fino ad ora erano rimasti in ombra come, ad esempio, l’assoggettamento delle scelte politiche ai dettami economici. Non abbiamo dimenticato le pressioni di Confindustria Lombardia per evitare che Alzano e la Val Seriana diventassero Zona rossa; una mancata decisione che influì non poco sull’esponenziale numero di contagi, e di morti, subiti dalla città di Bergamo. In quei terribili giorni nei quali non vi era più posto per le bare nei cimiteri qualcuno arrivo ad appendere, di fronte alla sede di Confindustria di Bergamo, uno striscione con la scritta “Padroni assassini”.

Lo striscione appeso di fronte alla sede di Confindustria di Bergamo

Il presidente di Confindustria Verona, Michele Bauli, allo stesso modo, mentre si avvicinava l’inevitabile scelta di attuare il lockdown affermava, come riportato dalle pagine dei giornali cittadini, che “la produzione non si può fermare. Giù le mani dalle aziende!”.

Le pressioni esercitate da Confindustria nazionale furono fortissime e nel momento in cui si decideva la chiusura totale, l’associazione degli industriali, assieme a governo e sindacati confederali, firmava un accordo che, in deroga ai famosi codici Ateco, permetteva alle attività produttive di rimanere aperte compilando una semplice autocertificazione da sottoporre ai Prefetti e che non prevedeva alcun previo controllo.

Tutto questo ha fatto sì che, secondo i dati Inail di una settimana fa, come dichiarato dal ministro Boccia al Corriere della Sera, in Italia sono ancora 300 i contagi, e dieci i decessi, che avvengono a causa della riapertura delle aziende.

Chi si accollerà questa responsabilità? Siamo davvero disponibili a pagare questo prezzo?  Sono state davvero scelte ineluttabili quelle prese dal governo Conte o forse, garantendo un reddito reale e non solo scritto sulla carta, ai lavoratori e alle lavoratrici ed un sostegno alle imprese, come avvenuto in altri paesi, sarebbe stato possibile preparare una fase due meno caotica e più sicura?

Queste domande chiamano direttamente in causa il governo italiano, che nella fase due sta dando l’impressione di barcollare e di cedere terreno anche alle pressioni delle Regioni, facilitando quella sorta di “ognuno per sé” che, al di là delle centinaia di pagine di decreti e linee guida, sta sotto gli occhi di tutti.

Una delle richieste che da sempre gli industriali pongono ai governi di ogni colore è la soppressione dell’Irap, una tassa in carico alle aziende e agli enti pubblici.

Nella situazione attuale, nella quale effettivamente le industrie arrancano, tale richiesta non poteva che assumere toni perentori. Il neopresidente di Confindustria Carlo Bonomi ha infatti richiesto a gran voce l’abolizione, o almeno il taglio, delle aliquote di quella che ha definito come “la tassa più odiata dagli italiani”.

Queste parole ci incutono un senso di fastidio; lo stesso fastidio che proviamo ogni volta che gli industriali provano a veicolare l’idea che, in fondo, i loro interessi e i loro problemi collimano esattamente con gli interessi e i problemi del resto della popolazione. E’ la retorica della “grande famiglia” che dovrebbe, secondo loro, accomunare nelle stesse rivendicazioni imprenditori e lavoratori. Una retorica che, almeno per un momento, pare essersi incrinata nel perìodo che stiamo vivendo.

Forse, se tutti gli italiani sapessero che la tassa in questione, l’irap, è utilizzata per finanziare il fondo per la sanità, quella retorica si incrinerebbe ulteriormente!

Il governo, da parte sua, non ha esitato ad accontentare Confindustria, inserendo nel Decreto-legge denominato “Rilancio” un taglio dell’Irap per 4 miliardi di euro.

Allo stesso tempo, e sempre all’interno dello stesso Decreto, ha anche previsto un fondo per la sanità pari a 3 miliardi e 250 milioni di euro, magnificando la scelta adottata come un evento unico nella storia recente della Repubblica. Lo stesso ministro della salute Speranza ha definito la quantità dei finanziamenti “senza precedenti”. I denari stanziati dovrebbero essere così ripartiti:

  • il finanziamento della medicina territoriale
  • l’assunzione di 9.600 infermieri
  • la creazione di 4200 borse di studio

A prima vista le cose sembrerebbero davvero così e parrebbe che il governo Conte abbia trovato il giusto equilibrio per rispondere sia alle esigenze degli industriali che a quelle sociali, e in particolare alle carenze sanitarie messe in luce dalla pandemia.

Se però proviamo ad addentrarci un po’ di più nei dettagli scopriamo che non è tutto oro quel che luccica.

Innanzitutto dobbiamo fare una premessa. Le risorse stanziate per la sanità non sono aggiuntive ma sostitutive, e cioè i soldi allocati non vanno ad aggiungersi a quelli che sarebbero derivati dal gettito Irap non incassato ma li sostituiscono.

Un altro dato imprescindibile è quello che abbiamo trovato sulla pagina della Camera dei Deputati e che fissa la percentuale esatta che va prelevata dall’intero ammontare della tassa Irap e devoluta al fondo sanitario. Questa percentuale è pari al 90%.

Il calcolo è presto fatto e risulta che il 90% dei 4 miliardi di Irap tagliata, che avrebbe dovuto quindi  rimpinguare le casse della sanità in situazione normale, sarebbe stata pari a 3 miliardi e 600 milioni.

Il raffronto tra l’ammanco dovuto al taglio della tassa e i 3 miliardi e 250 milioni stanziati in sostituzione ad essi ci illustra come, al di là delle parole roboanti, vi sia stato l’ennesimo taglio al fondo della sanità per 350 milioni di euro!

Per finire, se vogliamo fare un ulteriore raffronto, possiamo trovare, sempre all’interno del Decreto “Rilancio” uno stanziamento di 3 miliardi (e quindi di poco inferiore ai soldi devoluti alla sanità) in favore di Alitalia, una vera e propria mangiatoia alla quale si sono abbuffati, negli ultimi quindici anni, tutti i volti più noti dell’imprenditoria e della finanza italiana.

 

 

 

 

 

 

 

 

L’islamofobia e il maschilismo: altri due virus non ancora debellati

Logo

 

La vicenda di Silvia Romano, la volontaria rapita in Africa e liberata dopo 18 mesi di prigionia in mano ad un gruppo di uomini armati che fanno parte della galassia integralista islamica, ha riaperto, se mai si fosse chiuso, il vaso di Pandora delle schifezze. Se qualcuno si fosse illuso  che l’esperienza della pandemia, dei 30mila morti, (solo in Italia) destinati purtroppo ad aumentare ancora, ci avrebbe cambiati rendendoci più solidali e attenti al valore della vita umana, crediamo debba ricredersi.

La casa di Silvia è presidiata dalla polizia perché moltissime minacce ed insulti le sono state recapitate via social, al punto che il suo profilo facebook è stato chiuso.

I giornali più conservatori  l’hanno attaccata e derisa definendola una “vispa Teresa”. Altri, più “politicamente scorretti” hanno invece criticato la sua scelta di andare in Africa ad aiutare bambini, specifcando “con la pelle nera”. In evidenza il fatto che il suo gesto di solidarietà è costato alle casse italiane circa 4 milioni di euro, cifra tutto sommato davvero irrisoria rispetto al denaro che ogni anno politicanti e “prenditori” rubano dalle stesse casse frodando il fisco o truffando i cittadini…Non abbiamo, ad esempio, dimenticato i 49 milioni di euro rubati dalla Lega. Certo, il nostro ragionamento non regge alla prova dei “falchi”, che invece preferiscono, dall’interno delle loro confortevoli redazioni e delle ampie sedi di partito, condannare la debolezza che esprime un pagament di riscatto ai terroristi. “Non va mai fatto, in qualsiasi caso!”, tuonano, figurarsi per salvare una ragazza che “se l’è andata a cercare”. Il loro modello sono i falchi dei falchi, quelli statunitensi, omettendo però che proprio loro non esitano a trattare con il gruppo terroristico dei Talebani in Afghanistan, peraltro, come ormai ampiamente documentato, da loro stessi, in collaborazione con i servizi segreti inglesi e pakistani, creati in chiave antisovietica.

In troppi non hanno “perdonato” a Silvia di essersi convertita alla religione islamica, la stessa dei suoi rapitori, e di essere scesa dall’aereo sorridente e felice, e non triste e provata, nonostante i milioni di riscatto pagati!  Anche chi ha preso le sue difese spesso lo ha fatto in modo ambiguo, mettendo in relazione la sua conversione con il contesto nel quale ha vissuto per 18 mesi. Può certamente essere una possibilità, ma perché escludere a priori, come Silvia ha ripetuto più volte, una libera scelta presa studiando il Corano?

Al di là dei giornalisti come Sallusti, che è arrivato a scrivere che la sua conversione all’Islam è paragonabile ad un internato in un campo di sterminio che, liberato, si presentasse con l’uniforme nazista, e dei leoni da tastiera che magari si nascondono dietro un profilo fake per vomitare il proprio odio, ciò che è più avvilente è la reazione di una certa destra, quella che da sempre propaga odio e che dovrebbe andare in lockdown perpetuo. Tanto per citare alcune “perle” qualche giorno fa, in Parlamento, un deputato leghista ha definito Silvia “neo-terrorista”, dimostrando grande ignoranza e dimenticando appositamente che il maggior numero di morti è dovuto ad attentati di suprematisti bianchi, e che la gram parte delle vittime di attentati di matrice integralista islamica sono proprio musulmani, il che, evidentemente, dimostra in modo incontrovertibile, se ve ne fosse bisogno, che solo una piccola parte degli islamici sono terroristi, proprio come solo una piccola parte di occidental sono suprematisti terroristi!

Per quanto riguarda il nostro territorio va invece segnalato il post facebook di Massimo Giorgetti, vicepresidente della Regione Veneto per Fratelli d’Italia, che ha scritto di non essere affatto contento della liberazione di Silvia, perché ora abbiamo (in Italia) un’islamica in più e 4 milioni in meno!

Il post di Massimo Giorgetti

La vicenda di Silvia riporta alla mente altri rapimenti, altre liberazioni e le stesse ingiurie. Ricordiamo bene, ad esempio, quella delle “due Simone” rapite in Iraq e sbeffeggiate dopo la liberazione per essere andate in luoghi così pericolosi, evidentemente appannaggio dei soli uomini. Ben altra sorte fu riservata agli aviatori Bellini e Cocciolone, abbattuti e catturati dall’esercito iracheno durante un bombardamento nella prima guerra del Golfo, e ricoperti di onore e promozioni alla loro liberazione per il coraggio dimostrato.

Ma il coraggio dimostrato dalle due Simone, come da Silvia, o da molti altri cooperanti e volontarie, che si sono recate in zone pericolose per portare solidarietà e aiuto, è, a nostro avviso, imcomparabilmente maggiore di quello di chi, ad esempio, sgancia bombe da 2mila metri di quota dall’interno di velivoli supertecnologici senza nemmeno saper bene chi ammazza, perché le bombe, proprio come i denigratori di Silvia, sono molto ciniche e poco intelligenti!

E’ successo (anche) il 25 aprile 2008

percorsi di memoria

 

Oltre a forze e movimenti che cercano, anno dopo anno, di ricordare la Resistenza e la Liberazione dal nazifascismo, dando ad essa, anno dopo anno, contenuti per attualizzarla e renderla più viva, ogni 25 aprile si tengono  le celebrazioni ufficiali, all’interno delle quali si muovono anche figure istituzionali che vedono quella giornata come fumo negli occhi, evidentemente per un’appartenenza politica che è ben più vicina all’altro fronte, quello dei repubblichini di Salò. Questa vicinanza non è riscontrabile solamente in alcuni ruoli apicali che governano e hanno governato Verona, ma anche la sua Provincia e la stessa Regione Veneto.

Sarà per questo che, anno dopo anno, vengono devuluti finanziamenti e sponsorizzazioni al Comitato per le celebrazione delle Pasque Veronesi, un Comitato formato da gruppi cattolici integralisti e della destra reazionaria e identitaria. La rivolta del popolo veronese contro le truppe napoleoniche, svoltasi tra il 17 e il 25 aprile 1797 è effettivamente una verità storica, ma, come approfondisce in modo davvero interessante questa intervista allo storico Vendrasco, nel blog “Malora”, in realtà fù il frutto di un tranello teso dagli stessi francesi che, identificando Verona come città strategica e di confine, lo misero in atto consci di non poter occupare la città, sotto il dominio dell’alleato veneziano, se non con una valida ragione.

Tra le verità storiche che vengono taciute dagli organizzatori perché scomode vi è anche quella secondo la quale la rivolta popolare, comunque capeggiata dal clero e dai possidenti, si indirizzò contro il ghetto ebraico, additato come “covo di giacobini”. In realtà ciò che muoveva in quella direzione era l’antisemitismo, che già all’epoca era una piaga ben  praticata in Europa. L’uso distorto e strumentale, in chiave identitaria, della storia, risulta quindi evidente nei festeggiamenti che ogni 25 aprile cercano, sostenuti dalle istituzioni, di contrapporre alla Festa della Liberazione dal nazifascismo, il mito di San Marco, rivolte popolari nate malamente e indirizzate peggio e un’integralismo cattolico reazionario che affonda le sue radici nella battaglia di Lepanto, che vide i veneziani sconfiggere i musulmani. QUI la pubblicistica su carta patinata prodotta dal Comitato per la celebrazione della Pasque Veronesi, che invitava a partecipare agli eventi commemorativi dal 16 al 25 aprile 2008.

 

 

 

 

Amarcord…Succedeva il 25 aprile 2008

percorsi di memoria

 

Erano i tempi del sindaco sceriffo Flavio Tosi, degli sgomberi e delle ordinanze sul “decoro”, quelli in cui l’ideologia della “tolleranza zero” si insinuava nelle menti e nelle azioni e degli adesivi che riempivano la città ritraendo il sindaco di profilo nell’atto di spegnere la canna di una pistola fumante, con sotto la scritta “Ho la faccia come il culo”. Erano i tempi della messa a punto di quel laboratorio delle destre che racchiudeva integralisti cattolici, leghiesti, fascisti istituzionali ed estremisti di destra, lo stesso “format” che ora però agisce su scala nazionale.

Era anche il tempo, ieri come oggi, della Resistenza. Il  Circolo Pink, nato come circolo Lgbt ma capace in realtà di offrire l’apertura e la condivisione che lo renderà ciò che è oggi, una realtà insostituibile nel panorama veronese, in grado di fare da collante tra i diversi gruppi, ampliando la propria identità senza per questo rinunciare alla propria specificità. Erano i tempi in cui c’era il Metropolis Cafè, un gruppo che, tra le altre cose, ha avuto il merito di investire sui giovani, facendo crescere una generazione di attivisti che ancora oggi, al di là della situazione contingente, si muovono nell’ambito cittadino. Ed infine esisteva ancora il gruppo del Csos La Chimica, che continuava a R/esistere nonostante proprio il sindaco Flavio Tosi, come primo gesto “politico” della sua amministrazione, avesse mandato le ruspe a demolire la sede del Centro sociale, all’incirca un anno prima, decretando la fine di sperimentazioni sociali che avevano riscosso successo e creato coscienza politica e conflittualità diffusa, senzaa però riuscire a scalfire l’anima di quegli attivisti! Questi erano i soggetti promotori di quelle due giornate, il 25 e il 26 aprile 2008.

L’appello alla partecipazione – 25 aprile 2008

QUI tutti i contenuti e i materiali presenti in archivio e inerenti al 25 aprile 2008

 

SUCCEDEVA UN ANNO FA – Il corteo di Verona città transfemminista in opposizione al Congresso mondiale delle famiglie

30.3.2020    percorsi di memoria

 

 

Il gigantesco corteo della Verona Città Transfemminista, promosso dal gruppo femminista Non una di meno, attraversa la città, contrapponendosi al Convegno mondiale delle famiglie, che unisce elementi dell’estrema destra, integralisti cattolici, ma anche ministri e figure istituzionali della destra istituzionale nazionale e internazionale. Tra gli altri numerosi esponenti veronesi, tra i quali, oltre al ministro della famiglia Lorenzo Fontana, anche il sindaco di Verona Federico Sboarina. Mentre le sale del prestigioso monumento cittadino della Gran Guardia ospitano rigurgiti omofobi e sessisti in salsa medievale, all’esterno circa 150mila persona rivendicano l’autodeterminazione sessuale e denunciano la violenza sessista. Un ricordo che oggi, con le strade completamente vuote a causa dell’emergenza sanitaria dovuta al contagio da Coronavirus, evidenzia un contrasto surreale. Doveroso denunciare che in questi giorni drammatici, le violenze contro le donne sono aumentate notevolmente proprio all’interno delle famiglie chiuse nelle loro case.

Rispolveriamo due video. Il primo è un servizio della trasmissione di La7 “Piazza pulita” intitolato “Dio, patria e famiglia”, che fa chiarezza sulla caratura intellettuale dei partecipanti al Congresso mondiale delle famiglie, raccontando inoltre il retroterra della destra e dell’estrema destra cittadina e i loro collegamenti, senza peraltro tralasciare la voce di chi, in quei giorni, si è opposto con forza ad una visione del mondo traboccante odio e bigottismo.

Il secondo, invece, (molto lungo) ripropone integralmente il corso del corteo che ha attraversato la città il 30 marzo 2019.

Due documenti, quelli che vi proponiamo oggi, che riteniamo importanti per non farci sfuggire, in questi giorni, alcune delle tematiche importanti che non saranno certo scomparse quando l’emergenza sarà finita.

SUCCEDEVA UN ANNO FA – La censura dell’amministrazione comunale rispetto al racconto delle foibe e del suo contesto storico/1

14 febbraio 2020        percorsi di memoria

 

In questa foto, scattata nei giorni scorsi alla foiba di Basovizza, compare il vessillo fascista della XMas, ed è l’emblema della strumentalizzazione politica messa in atto dalle destre rispetto alla vicenda delle foibe.

Nel presentarvi questi materiali, che fanno parte della rassegna “Percorsi nella memoria”, e che sono inerenti la censura dell’amministrazione del Comune di Verona nei confronti della sezione locale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia in merito ad una conferenza sulle foibe avvenuta l’anno scorso e ritenuta “inaccettabile” dal sindaco Federico Sboarina, non possiamo esimerci dal collegare quelle minacce con quelle che, proprio in questi giorni, hanno nuovamente messo nel mirino l’Anpi su tutto il territorio nazionale.

Alle intimidazioni dell’anno scorso, accompagnate dalle accuse di “giustificazionismo”, rivolte all’associazione dalla carica istituzionale cittadina più alta, seguono quest’anno i manifesti incollati sul muro della sede di via Cantarane, firmate dagli autodefinitosi “fascisti del terzo millennio” di Casa Pound che si spingono oltre, affibbiando all’Anpi addirittura l’etichetta di “negazionisti”.

Ci appare evidente come esista una correlazione tra le due vicende, e come la destra istituzionale, in questo caso, abbia consentito lo sdoganamento alle intimidazioni dell’estrema destra. Il compito che ci siamo prefissati come Centro di Documentazione è proprio quello di evidenziare relazioni e collegamenti tra vicende che rischiano altrimenti, nell’apatia generale, di scivolare nel dimenticatoio come fatti a sé stanti, ognuno indipendente l’uno dall’altro.

Tornando alle accuse rivolte all’Anpi desideriamo inoltre provare, nel nostro piccolo, a contribuire a chiarire alcuni concetti che possono avere un carattere generale per poi essere proprio applicati alla tragicità dei fatti legati alle foibe.

Si parla, molto spesso a sproposito, di “memoria condivisa”, scordando che le memorie sono sovente contrapposte, perché molte volte i protagonisti hanno vissuto in campi contrapposti. La “memoria condivisa” è quindi possibile solamente se ci si affida alla Storia, quella con la S maiuscola e non manipolata dalla politica, che avrebbe proprio il compito di assemblare le diverse memorie, stilando un percorso che tenga conto quindi di tutti i punti di vista, mettendoli in relazione tra loro e cristallizzandoli in un racconto supportato da documentazioni inoppugnabili.

Se accettiamo questo paradigma e proviamo ad adattarlo alle vicende inerenti le fobie, non possiamo fare a meno di considerare gli antefatti, e quindi il punto di vista, o se preferite le memorie delle popolazioni istriane che hanno subito le discriminazioni nei primi anni del regime fascista, per poi vedere, successivamente, il proprio territorio devastato dagli occupanti nazifascisti con tutti gli orrori conseguenti e che hanno portato alla morte di 300.000 persone, una parte delle quali è stata bruciata nel forno crematorio della Risiera di San Sabba, un campo di sterminio ubicato in territorio italiano.

Noi pensiamo che negazionista sia chi, per ragioni politiche legate alla volontà di attuare un revisionismo storico di ciò che rappresentò il fascismo per riabilitare una cultura nazionalista, tralasci, o meglio, censuri, anche questi ultimi punti di vista.

Chiaramente l’unire tutti i “puntini” non serve a giustificare, come crede il sindaco di Verona, perché nessun massacro che sia indirizzato anche verso vittime innocenti, (ed è inconfutabile che nelle foibe vi finirono anche questa tipologia di persone) non può mai essere giustificato, pena il cadere nello stesso errore di manipolazione della storia, ma aiuta sicuramente a comprendere.

Un’altra bandiera sventolata dagli assertori di chi considera solo il punto di vista degli italiani infoibati e quello della “storia negata”, come se essa fosse un complotto delle sinistre che avrebbero nascosto la vicenda delle foibe. In realtà, se occultamento c’è stato, non ha riguardato solamente questi fatti, e per provarlo basterebbe accennare al famoso armadio della vergogna, quello rivolto con le ante al muro e che conteneva i faldoni riguardanti centinaia di stragi perpetrati sul suolo italiano, dopo l’8 settembre del 1943, dalle SS naziste e dai repubblichini fascisti. Per decine di anni quell’armadio non fu aperto e quando, finalmente, si decise che era tempo di farlo, molti dei responsabili degli eccidi erano ormai morti o si erano messi in salvo nell’anonimato garantito da paesi lontani.

Le ragioni di tali occultamenti, come quelle che hanno spinto, dopo il secondo conflitto generalizzato, ad un’amnistia generalizzata nei confronti dei fascisti, complicando non poco la possibilità del popolo italiano di fare i conti con il proprio passato, non sono riconducibili alla sinistra quanto ai nuovi assetti geopolitici scaturiti dal secondo conflitto mondiale, che hanno immediatamente trasformato gli alleati sovietici in pericolosi nemici, e dovendo recuperare il più in fretta possibile l’alleanza delle popolazioni, italiane e tedesche in primo luogo visto che avrebbero dovuto rappresentare i nuovi guardiani dei confini della nuova guerra fredda, anche a costo di nascondere sotto il tappeto la polvere.

Di fronte a questi scenari epocali le rivendicazioni del sindaco Federico Sboarina o i manifesti di Casa Pound sono ben poca cosa, ma la relazione tra la destra istituzionale e l’ultra destra, e il riconoscimento reciproco che ne scaturisce e che rafforza sentimenti nazionalisti anche attraverso ricostruzioni storiche avulse dai loro contesti storici, e che non riguardano ovviamente solo la nostra città, sono pericolosi campanelli d’allarme che non dovremmo sottovalutare e che siamo chiamati a smontare, pezzo per pezzo, come abbiamo cercato di fare in questo articolo.

Chiudendo questa sezione della rassegna “Percorsi nella memoria”, davvero particolare per i suoi contenuti che forse poco hanno a che fare con il racconto dei fatti veronesi ma più con valutazioni di carattere più ampio, vi invitiamo a visionare i comunicati stampa e la rassegna stampa che ci riportano esattamente ad un anno fa, ma prima di lasciarvi alla lettura permetteteci di esprimere la nostra solidarietà all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Il 18 febbraio pubblicheremo i materiali inerenti alla seconda parte di questa storia di censura, inerente ancora l’amministrazione comunale di Verona e la negazione della sale pubbliche ad una storica che, guarda caso, avrebbe dovuto parlare proprio di foibe.

APPROFONDIMENTI E MATERIALI ARCHIVIATI NELLA SEZIONE FOIBE