Covid, dal “Modello Veneto” al “Caso Veneto”.

22.1.21            

La vicenda dei tamponi rapidi e le menzogne consapevoli della giunta leghista guidata da Luca Zaia

Nella seconda metà di ottobre del 2020 era in corso una gara d’appalto, del valore di 148 milioni di euro, per una maxi-fornitura di test rapidi che ha coinvolto diverse regioni italiane e che vedeva come capofila il Veneto. L’appalto prevede, valevole per un bimestre, era riconfermabile per ulteriore due mesi.

In quegli stessi giorni il professor Andrea Crisanti, direttore del reparto di microbiologia e docente universitario a Padova, attraverso le analisi condotte su 1593 pazienti, (numero considerato statisticamente significativo), conduceva, in collaborazione con i reparti di Infettivologia e di Pronto Soccorso, uno studio basato su un doppio test diagnostico per rilevare il Covid19, effettuando prima il tampone rapido e poi quello molecolare. I risultati mettevano in evidenza un margine di errore riferito ai falsi negativi riscontrati nei test rapidi pari all’incirca al 30%. Infatti, dei 61 casi positivi rintracciati, ben 18 di questi erano sfuggiti al test rapido! Vittime illustri di questo tipo di errori sono state, ad esempio, Federica Pellegrini e Mara Maionchi di “Italia’s Got Talent”, dapprima risultate negative al test rapido e successivamente scopertesi positive.

Questo risultato ha portato lo stesso Crisanti ad affermare che “i dati sollevino delle criticità”. Per questo ha aggiunto: “In autotutela, questa Unità operativa da oggi non emetterà referti negativi basati sul test antigenico Abbott”.

Tali criticità, anche se non ancora sorrette dall’evidenza dei numeri, erano già conosciute da tempo, al punto che Roberto Rigoli, direttore dell’Unità operativa complessa di Microbiologia dell’Usl 2 di Treviso, diventato coordinatore delle microbiologie venete, già nell’agosto del 2020, pur affermando in una missiva all’Azienda Zero del Veneto, (quella che coordina tutte le altre aziende sanitarie della regione), che “i prodotti in questione sono da ritenersi idonei per un’attività di screening ad ampio raggio”, non ha però potuto esimersi dall’aggiungere che “Gli eventuali campioni che dovessero risultare positivi saranno sottoposti a esame di conferma mediante le tradizionali tecniche di biologia molecolare attualmente in uso, che rimangono quelle di elezione per la diagnosi di infezione da Covid-19”.

Il professor Rigoli ammetteva dunque una maggiore attendibilità dei test molecolari, al punto da stabilire che i casi di positività dovessero essere confermati da un test “di elezione” molecolare. Il problema però non sono i falsi positivi, (che al massimo rischiano un fastidioso perìodo di quarantena), ma i falsi negativi, che risultano ben più numerosi e possono aumentare i contagi.

Successivamente, il 29 settembre 2020, una Circolare del Ministero della Salute, sulla quale torneremo in seguito, attestava nuovamente, e con più determinatezza rispetto alle parole del professor Rigoli, la scarsa affidabilità dei tamponi rapidi di prima e seconda generazione rispetto a quelli molecolari.

Tutto questo non significa che quel tipo di test rapidi, e ci riferiamo a quelli di prima e seconda generazione, siano del tutto inutili o che la Regione Veneto abbia sbagliato nel comperarli, considerato il fatto che ad ottobre erano ancora i più innovativi e che in alcuni contesti, come quello scolastico, possano essere utilizzati come “screening di comunità”, in modo da capire in tempi rapidi se è necessario agire con test che abbiano specificità e sensibilità maggiore, come quelli molecolari.

E’ necessario fare un passo indietro per raccontare come i rapporti tra il professor Crisanti e il governatore Luca Zaia si siano fortemente incrinati al finire della prima fase della pandemia. Lo riteniamo importante perché ci appare evidente come al centro della vicenda vi sia, ancora una volta, lo scontro tra una visione politica, incarnata da Zaia, e l’evidenza scientifica, sostenuta da Crisanti. Nonostante l’innegabile apporto che il microbiologo ha dato con lo studio epidemiologico di Vò Euganeo nelle fasi iniziali dell’emergenza sanitaria, e il conseguente sdoganamento dell’utilizzo dei tamponi molecolari, all’epoca sconsigliati addirittura dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, Crisanti è stato poi bruscamente emarginato non appena la prima fase di contagio acuto si è indebolita. Luca Zaia ha preferito, o ha dovuto, rientrare nei ranghi della visione politica del suo partito, la Lega, che insisteva nel minimizzare gli effetti del virus e nel sostenere la priorità dell’emergenza economica. Abbandonati i consigli del professore, evidentemente giudicato troppo prudente, il governatore ha disconosciuto anche i suoi innegabili meriti, forse impaurito dalla popolarità che Crisanti stava assumendo nell’avvicinarsi delle elezioni regionali. Luca Zaia ebbe modo di ripetere in più occasioni che il merito del “salvataggio del Veneto” era da ascrivere più alle decisioni politiche che all’impegno della scienza. Nell’immediatezza della scadenza elettorale il presidente della Regione Veneto ha stravolto il consolidato contenuto, (incentrato sulla conoscenza orografica e della natura del territorio) di un diario che la regione destina ogni anno ai bambini delle scuole primarie, per trasformarlo in un pacchiano fumetto dove lui stesso, autoproclamatosi per l’occasione “Re del Veneto” appare in compagnia della professoressa Russo, (la dirigente dell’ente di prevenzione al contagio del Coronavirus, indicata come colei che non ha attivato l’app Immuni in regione), nei panni della principessa, in una narrazione che racconta come proprio il Re del Veneto, assieme ai suoi fedelissimi, avrebbe sconfitto il virus. Pubblicazione da ventennio, insomma, nella quale colpisce la mancanza assoluta del riferimento al professor Crisanti… Forse, vista la caratura del diario, è davvero meglio così.

Un assaggio del fumetto del “Re del Veneto”.

Tornando al perìodo nel quale esce lo studio sui test rapidi, il  problema che si palesa alla Giunta regionale è che, nonostante il professor Crisanti sia stato emarginato, continua ad affermare le sue tesi, forte del suo studio epidemiologico (che non è mai stato messo in discussione), e della popolarità ormai acquisita che lo mette nelle condizioni di essere ascoltato e apprezzato. Il danno d’immagine per Luca Zaia, fino ad ora osannato come il fautore del “Modello Veneto”, e che ha spinto molto nella Conferenza Stato-Regioni perché altre regioni si avvalessero dei test diagnostici rapidi, avrebbe potuto quindi essere consistente. Ad aggravare la situazione è la coincidenza temporale nella quale si chiude la gara d’appalto per la fornitura dei test e la pubblicazione della verifica condotta dallo staff di Crisanti che, pubblicata il 21 ottobre, viene inviata dopo una settimana agli enti governativi interessati. Inoltre, con l’innalzamento dei contagi in Veneto è lo stesso modello Zaia, portato ad esempio in tutta la nazione, a venir messo sotto osservazione.

E’ a questo punto che, secondo un’inchiesta de “L’Espresso” inizia una campagna finalizzata a screditare il professor Crisanti.

Pochi giorni dopo la pubblicazione dello studio, infatti, un giornale locale dà notizia di una lettera interna all’ospedale di Padova ed indirizzata al primario Luciano Fior, nella quale sia il primario Vito Cianci del Pronto Soccorso che quello di malattie infettive Anna Maria Cattelan, prendono le distanze dalle verifiche sui test rapidi effettuati da Crisanti, affermando di non essere «mai stati contattati da Crisanti».

La lettera non mette in dubbio i dati scaturiti dalle analisi, ma mette in evidenza la violazione della privacy dei pazienti e le forme procedurali rispetto alle autorizzazioni per condurre i test clinici. Nei giorni successivi, racconta sempre “L’Espresso”, i medici e i collaboratori dei due primari firmatari della missiva hanno chiesto, perplessi, spiegazioni ai loro diretti superiori. Uno dei due ha risposto che la lettera non rappresentava un atto spontaneo, ma “sollecitato dalle alte sfere della Regione”. Le parole del secondo primario, riportate testualmente, sono ancora più esplicite: «Siamo stati presi per il collo, con tutte le relative possibili minacce sottostanti».

In realtà “L’Espresso” ha scopero l’esistenza di una seconda lettera indirizzata al direttore dell’ospedale, e redatta nei giorni immediatamente successivi la consegna della prima, dove i due primari asserivano che i test clinici erano avvenuti «nell’ambito di un approfondimento diagnostico in pazienti sintomatici per sospetto covid-19 sulla base di criteri clinici e gestionali».

Alla stampa è stata però data notizia soltanto della prima lettera, evidentemente sempre su pressione delle “alte sfere della Regione”.

Ma non è tutto qui, anzi, il peggio, dal punto di vista sanitario, è scritto nel seguito del nostro articolo.

Con la delibera di giunta n°1422, promulgata il 21 ottobre 2020, e quindi lo stesso giorno in cui è stato pubblicato lo studio, la Regione Veneto ha varato un nuovo piano antipandemico, all’interno del quale spicca la nuova normativa diretta alle Aziende sanitarie e relativa all’utilizzo dei tamponi rapidi, in sostituzione a quelli molecolari, per lo screening periodico di monitoraggio sul personale medico. Per avvallare questa decisione nella delibera viene menzionata a testimonianza la Circolare del Ministero della Salute del 29 settembre alla quale abbiamo accenato precedentemente…E allora la citiamo anche noi, nel passaggio inerente alla differente affidabilità dei test rapidi rispetto a quelli molecolari, e a riprova della malafede della giunta regionale guidata da Luca Zaia. In essa si può infatti leggere:

“I tempi di risposta di questi tamponi (quelli rapidi ndr) sono molto brevi (circa 15 minuti) ma la loro sensibilità e specificità di questi test – a seguito di una validazione effettuata su campioni conservati a -80°C – sembrano essere inferiori a quelle del test molecolare”.

Rispetto a questo utilizzo distorto della Circolare il segretario regionale del sindacato Anaao Assomed, Adriano Benazzato, afferma:

“La delibera di Giunta travisa e viola il senso e la lettera della circolare ministeriale e della nota tecnica ad interim per avvalorare la scelta dei soli test rapidi”. Infatti, “la circolare del 29 settembre ha ad oggetto l’uso dei test antigenici rapidi ‘con particolare riguardo al contesto scolastico’”.

Nonostante l’esempio negativo della Lombardia durante la prima ondata pandemica abbia ampiamente dimostrato che quando l’infezione causa focolai all’interno delle strutture sanitarie, contribuendo ad alzare notevolmente i contagi e a mandare in sofferenza le stesse, la Regione Veneto, forse dovendo anche giustificare la maxi fornitura di tamponi, ha quindi deciso scientemente di correre il rischio di avere medici e infermieri che si spostano tra i reparti degli ospedali o tra i padiglioni delle case di cura, ignari di essere diventati vettori di contagio.

Il giorno prima che venisse promulgata la delibera della giunta leghista lo stesso Comitato scientifico della Regione Veneto, mai interpellati prima, ha preso le distanze dall’utilizzo dei test rapidi, chiedendo che medici e infermieri venissero sottoposti a test molecolari ogni otto giorni. Tra i firmatari, oltre a Crisanti, anche l’infettivologa Cattelan, la stessa che, grazie alle pressioni delle “alte sfere della Regione”, aveva siglato l’atto d’accusa contro il microbiologo operante a Padova.

La risposta della Regione Veneto, come abbiamo visto, non si è fatta attendere e, oltre alla delibera in oggetto, ha chiesto un consulto al Comitato tecnico scientifico nazionale.

La risposta è arrivata nei primi giorni di gennaio, con l’ennesima Circolare del Ministero della Salute che conferma, ancora una volta, l’inaffidabilità dei tamponi rapidi di prima e seconda generazione. I parametri minimi richiesti dal Ministero, ad esempio, sono quantificati in 80% di sensibilità, mentre i test utilizzati dalla Regione Veneto arrivano al 70%.

La Circolare si sofferma sui nuovi test, quelli di terza generazione, definendoli “sovrapponibili ai test molecolari”. Nello stesso tempo all’interno del documento si continua a giudicare comunque prevalente il test molecolare.

A questo punto come pensate abbia reagito la Regione Veneto? Facendo mea culpa rispetto agli errori del passato? Tacendo e mettendovi riparo?

Nulla di tutto questo. Infatti se da una parte ha dovuto tornare, con passo felpato, sui suoi passi rispetto all’imposizione dei test rapidi effettuati sul personale sanitario, anche grazie ad una diffida depositata dai sindacati, dall’altra, e cioè nei confronti dell’opinione pubblica, ha mantenuto il comportamento già utilizzato con la precedente Circolare ministeriale del 29 settembre, travisando la nuova circolare e continuando a raccontare bugie cantando vittoria. In un comunicato stampa pubblicato sul portale della regione il 9 gennaio, infatti, il professor Rigoli afferma; “Test di ultima generazione assimilabili alla biologia molecolare. Conferma che il Veneto aveva visto la strada giusta”, “dimenticando” però di rivelare che proprio il Veneto non utilizza i tamponi di terza generazione ma quelli precedenti, e cioè quelli definiti in tutte le circolari ministeriali meno affidabili. Zaia, da parte sua, affida ad un post facebook la sua “vittoria”, non usando nemmeno la sottigliezza mendace di Rigoli e scrivendo semplicemente che la Regione Veneto aveva ragione, perché i tamponi rapidi, (senza quindi nemmeno distinguere tra i vecchi e i nuovi) sono sovrapponibili a quelli molecolari!

A questo punto ci si dovrebbe aspettare un atto di resa all’evidenza scientifica, e invece Luca Zaia e il professor Rigoli, microbiologo operante a Treviso e braccio destro del Presidente per quanto riguarda la lotta al Covid, hanno cantato vittoria, citando la sovrapponibilità dei due test, evitando accuratamente di dire che tale sovrapponibilità si riferisce solamente ai tamponi rapidi di terza generazione, mentre quelli utilizzati dalla Regione sono quelli vecchi, quelli di seconda generazione!

Il “modello veneto” della prima ondata pare sia stato sostituito dal “caso Veneto” durante la seconda. L’incremento esponenziale di casi positivi e decessi ha raggiunto il suo apice in dicembre, attestandosi tra le regioni più colpite dal virus.

Quanto ha inciso l’utilizzo generalizzato dei test rapidi, effettuati quoridianamente in misura doppia rispetto ai tamponi molecolari?

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Non sono solo canzonette, Elena Donazzan non può ricoprire il ruolo di assessore all’Istruzione alla Regione Veneto.

12.1.21

L’assessore all’istruzione Donazzan indossa una collanina con croce celtica

Elena Donazzan, assessore all’istruzione, al lavoro e alla formazione per la Regione Veneto è ormai diventata famosa per le sue intemperanze nostalgiche. Sono davvero numerosi gli episodi che attestano la nostra affermazione. L’ultimo in ordine di tempo ha fatto scalpore. Si tratta di un video postato sui social nel quale la Donazzan canta “Faccetta nera”. Non paga di ciò, una volta contattata dalla trasmissione “La zanzara”, che le chiedeva conto dell’accaduto, ha cantato nuovamente il motivetto in diretta radio, affermando poi che “Faccetta nera” era una canzone alla quale era legato lo zio Costantino, aderente alla Repubblica Sociale, la stessa che un altro suo collega di partito, il veronese Massimo Mariotti, in occasione della Festività del 2 giugno, definì come l’unica vera repubblica. Sarebbe il caso di ricordarle che la bella abissina della canzoncina “goliardica” era probabilmente una delle tante bambine di dodici o tredici anni che dovevano provvedere al soddisfacimento dei bisogni sessuali dei giovani invasori italici, come lo stesso Indro Montanelli, protagonista di una di queste vicende, testimoniò in alcune interviste.

Evidentemente all’assessora tutto questo sembra del tutto normale e, sempre nella trasmissione radiofonica, è arrivata ad affermare che a quei tempi mentre in alcune case italiane si cantava “Faccetta nera” in altre si cantava “Bella Ciao”. Parrebbe quasi raccontare di un sereno festival canoro e, rispetto alla scelta di campo, lei non ha dubbi e afferma candidamente di preferire di gran lunga “Faccetta nera”!

La vicinanza di Elena Donazzan agli ambienti nostalgici dell’estrema destra è mal camuffata dietro la retorica della pacificazione nazionale. In un post facebook dell’anno scorso, ad esempio, nello spiegare come lei non partecipi alle commemorazioni della Festa della Liberazione, (di fatto disconoscendola), aspirando ad un più alto piano, (secondo il suo punto di vista) nel quale si arrivi alla commemorazione delle vittime di tutte le guerre e di tutte le fazioni in lotta al di là del chiarirne le responsabilità, scrive, in riferimento alla lotta tra repubblichini e antifascisti, di pregare per “coloro che hanno combattuto, chi per la libertà, chi per difendere l’Onore d’Italia”.

E’ in queste situazioni che Elena Donazzan, fervente cattolica, si commuove e prega. Nulla di sbagliato in questo, se non fosse per il fatto che questa fede la porta a considerare la sua religione superiore alle altre, e a dimenticare che la scuola è un’istituzione che deve rimanere laica.

E’ in questi casi che la Donazzan si commuove e prega. Prega molto l’assessora perché fervente cattolica. Non vi sarebbe nulla da ridire se non per il fatto che questo suo ardore per il primato della religione cattolica sulle altre, come da lei sostenuto in diverse occasioni, al punto tale che, in passato, dimenticando il ruolo laico che dovrebbe avere l’istruzione scolastica, materia di sua stretta competenza, è arrivata a proporre di “regalare” a tutti gli studenti e le studentesse della regione una Bibbia!

Vale la pena ricordare che il luogo dove l’assessora si reca ogni anno per commemorare il suo particolare 25 Aprile, Il Monte Como, è, a suo dire, una foiba dove vennero gettati soldati repubblichini e civili.

La tragedia delle foibe appassiona l’assessora all’istruzione che però, anche in questo caso, non riesce proprio a mantenere un comportamento oggettivo come il suo ruolo le imporrebbe. Nel 2019 “regalò” agli studenti e alle studentesse del Veneto un libro a fumetti dal nome “Foiba Rossa”, edito dalla casa editrice di estrema destra Ferrogallico, che ripercorre la storia di Norma Cossetto, infoibata dai partigiani titini nel 1943. La decontestualizzazione storica e un nazionalismo spinto che ammicca al regime fascista sono i tratti salienti del fumetto e vi invitiamo a leggerne una recensione non proprio edificante fatta dal famoso sito, appannaggio di storici, Novecento.org. L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, che ebbe l’ardire di criticare la scelta di Elena Donazzan contestando il “regalo”, incorse nelle ire dell’assessora, che minacciò addirittura lo scioglimento dell’associazione perchè “fomentatrice di odio”.

Ma il rapporto della Donazzan con i libri non prevede solamente il “regalo”, ma anche la censura. Nel 2011 propose di spedire una lettera a tutti i dirigenti scolastici veneti redigendo una lunga lista di autori, tra i quali Saviano, Evangelisti, WuMing e molti altri, che a suo dire erano cattivi maestri perchè sostenevano l’innocenza di Cesare Battisti, ex terrorista di estrema sinistra che, successivamente, sarà estradato e condannato in Italia.

Le vicende che abbiamo ripercorso è un parziale racconto delle azioni prevaricatorie messe in atto dalla Donazzan nella sua veste di assessora all’Istruzione. Riteniamo che lei non possa continuare a ricoprire un ruolo tanto delicato, nel quale l’equilibrio e il rispetto delle diverse culture e religioni che popolano gli istituti scolastici deve rappresentare criterio irrinunciabile.

Inoltre crediamo, come già detto in altre occasioni, che chi manifesti intendimenti riconducibili all’apologia del fascismo, siano o meno sanzionati giuridicamente, non abbia il diritto di ricoprire ruoli istituzionali in una Repubblica nata proprio dalla lotta al regime mussoliniano. In fondo è la stessa Elena Donazzan, in un’intervista rilasciata qualche anno fa a dichiarare che “l’antifascismo non è un valore”!

 

 

 

Tutti i soldi di Casa Pound

     29 dicembre 2020

 

 

 

 

Se c’è un elemento che colpisce nell’estrema destra neofascista  di oggi è il flusso di denaro frutto di attività commerciali e imprenditoriali che finisce poi per riversarsi nelle casse delle varie organizzazioni presenti nel nostro paese.

Casapound di questo è un esempio più che  evidente.

Dietro alla organizzazione che ha per simbolo la tartaruga frecciata, con base a Roma ma sedi e presenze in moltissime città italiane, tra cui Verona e Padova nel Veneto,  si possono tracciare tre filoni intorno ai quali girano alcuni personaggi di spicco di questo gruppo che, come vedremo, ricorrono in diverse situazioni, e   alleanze politico imprenditoriali anche a  livello internazionale che fruttano un notevole giro di soldi.

Questi tre filoni sono la ristorazione, la moda e l’editoria.

Ma, insieme a queste tre direttrici,  ci sono anche i finanziamenti che possiamo definire “istituzionali”, quelli che provengono dal 5 mille a vantaggio delle associazioni di area. E qui già si nota una caratteristica di questa formazione: la capacità di mimetismo, la presenza in diversi settori dalle onlus all’associazionismo culturale a quello, più frequentato nel loro caso, dell’associazionismo sportivo.

Intorno a Casapound ruota un universo di associazioni e gruppi: “La Salamandra”, ad esempio, è una onlus che si occupa di protezione civile che si è fatta conoscere soprattutto in occasione del terremoto in Italia centrale, anche se esisteva da prima.

A darle visibilità, un video girato ad Amatrice che mostra il soccorso di un anziano finito sotto le macerie.

“La Salamandra” è una onlus ma è anche  riconosciuta come organizzazione di protezione civile da alcune regioni italiane come ad esempio l’Emilia Romagna e la Campania.

Ma gli ambiti di azione sono i più vari: “La foresta che avanza”, sempre legata a Casapound, è invece un’associazione ecologista e antivivisezionista che fa campagne contro l’uso degli animali nel circo ma è anche la stessa sigla che ha ricostruito la scritta “dux” sul monte Giano, nell’Appennino abruzzese,  e che organizza la festa degli alberi ogni anno in onore di Arnaldo Mussolini.

Elia Rosati, nel suo libro “I fascisti del terzo millennio” (Mimesis, 2018) aveva messo a fuoco in modo estremamente chiaro questa strategia: “Spesso le onlus e le associazioni collaterali ai movimenti di estrema destra vengono inquadrate come la faccia pulita di queste realtà. Ma la situazione è più complessa. La strategia è di attirare militanti attraverso associazioni ambientalistiche, escursionistiche, sportive”.

A chi la carbonara? A noi

Che relazione ci può essere tra il mondo della ristorazione e i “fascisti del terzo millennio”? I ristoranti e le catene di ristoranti hanno avuto un autentico boom in questi ultimi anni complice anche l’enorme sviluppo del turismo- ovviamente in epoca preCovid-  soprattutto nelle città d’arte. E in questo mondo si sono buttati in tanti.

Gianluca Iannone e la sua compagna, Maria Bambina Crognale ad esempio.

I due rilevano un nome noto a Roma, l’Osteria Angelino dal 1899, vicino al Colosseo.

Proprietario è la Mag srl dietro cui troviamo la Crognale e Annamaria Grovino, giornalista de Il Secolo d’Italia.

Cucina romana, grande frequentazione di turisti ma anche un po’ una base accogliente e “rispettabile” per Iannone sfruttata per  incontri e colloqui. L’idea di rilevare il locale nasce insieme a Pierre Simoneau, francese, militante di estrema destra,  e da singolo  ristorante ora Angelino dal 1899 è diventata una vera e propria catena con 4 sedi, una addirittura in  Perù, a Lima.

E la Francia è un po’ la chiave per l’accesso a questo mondo per Casapound.

I rapporti coi camerati d’oltralpe si infittiscono e da rapporti politici diventano presto anche  commerciali.

L’ambiente neofascista francese che stabilisce questa alleanza imprenditoriale con Casapound è quella che esce dall’esperienza del Gud e che poi è passata al Front National della Le Pen.

Un legame così solido che a Roma sbarca un importante marchio francese della ristorazione, “Le Carrè francaise”: con due locali,  uno nell’elegante e centrale quartiere  Prati e l’altro a Monti.

Cucina francese, ostriche, cibi pregiati ma soprattutto un fatturato di più di mezzo milione di euro.

Proprietari di  “Le Carrè Monti” troviamo Chiara Del Fiacco, attivissima dentro Casapound, e uno degli avvocati dell’organizzazione Domenico di Tullio. In questo affare a metà tra la Francia e l’Italia entrano una serie di personaggi, come detto,  legati al Front National: Hildaz Mahe, e Sebastien de Boeldieu.

Un ambiente- quello del partito della Le Pen- che in Francia ha goduto dell’interesse e dei finanziamenti anche da parte della Russia che ha foraggiato varie organizzazione sovraniste e di estrema destra in mezza Europa.

De Boeldieu poi non è un personaggio di poco rilievo: è la persona che ha gestito  le ultime campagne elettorali della La Pen e che ha intessuto un’alleanza con ambienti vicinissimi a Bashar al Assad in Siria con una società chiamata Riwal.

Società anche questa sbarcata nel nostro paese- con la denominazione Riwal Italia- e che ha trovato sede in uno splendido e lussuoso palazzo del centro della capitale. Ma gli interessi di questo personaggio non finiscono qui: se la comunicazione politica è il suo mestiere perchè non praticarlo anche in Italia? A questo serve “Squadra Digitale”, società di comunicazione che la sede l’ha trovata in un luogo simbolico per il post fascismo italiano: via della Scrofa, siamo sempre a Roma, dove ha la sua sede la Fondazione  Alleanza Nazionale e la redazione de Il Secolo d’Italia.

 

Stile, affari e Casapound 

 

Insieme alla ristorazione- versione casareccia e versione “nouvelle cuisine”- troviamo però anche la moda.

Casapound ha una vera e propria ossessione per lo “stile” tanto da farne  un elemento importante che la differenzia dagli altri gruppi neofascisti oltre  ad essere una fonte di investimento e quindi di finanziamento per tutta la macchina organizzativa.

Dietro a Pivert, il nome scelto per la linea di abbigliamento, troviamo un altro dei personaggi più noti di Casapound, Francesco Polacchi.

Pivert vuole vestire “l’uomo che si sporca le mani ma non sopporta la massa, gli standard e le cose di tutti per tutti. L’uomo Pivert combatte sul ring o nella vita, non fa differenza”.

E Polacchi per combattere ha combattuto:  magari con una spranga tra le mani alla guida di un manipolo di suoi camerati del Blocco Studentesco come nel 2008  in piazza Navona. Una giornata di scontri tra l’organizzazione giovanile  di Casapound, il Blocco, e il movimento studentesco di allora. Tante le foto e i filmati che testimoniano il suo ruolo negli scontri. Un ruolo che viene riconosciuto anche nei processi che seguono quella giornata: Polacchi, che era il responsabile nazionale di Blocco studentesco a quel tempo, viene condannato infatti  ad  un anno e 4 mesi.

Il marchio Pivert però  circola e ha successo: i negozi aperti ora sono diventati 14 e la casa madre è sempre a Roma, non lontano dalla sede di Casapound. E il marchio riesce a farsi pubblicità anche con testimonial importanti: Matteo Salvini, ad esempio, che sfoggia un giubbino  Pivert per uno dei suoi innumerevoli selfie.

Ma  la moda per Casapound non è una novità: c’era già stata un’altra avventura in questo settore  con un’altra catena di negozi, prima di Pivert: ad aprire questa strada, con i “Badabinding Shop”, ancora Chiara Del Fiacco.

E assieme all’abbigliamento ora  ci sono anche le scarpe con un altra linea di prodotti, Stolen.

Libro, moschetto e fake news

Per un gruppo che punta all’egemonia nella propria area l’editoria e la comunicazione sono fondamentali e anche Casapound non sfugge a questa regola. Anche se l’organizzazione è più orientata all’azione e all’ imprenditoria- come queste vicende testimoniano- piuttosto che alla produzione teorica.

Ma una casa editrice ci vuole e Altaforte risponde a questa esigenza.

I nomi si rincorrono e i protagonisti sono sempre quelli: anche qui a fare da proprietario c’è ancora Francesco Polacchi che nelle interviste cerca di sostenere l’insostenibile, cioè l’estraneità di Altaforte al circuito dell’organizzazione politica.

“Io sono un editore- dice Polacchi- ma prima un militante di Casapound e non mi vergogno di questo”.

A gestire la casa editrice non è da solo: ad aiutarlo l’ex vicepresidente di Casapound Andrea Antonini protagonista dell’assalto alla redazione del programma “Chi l’ha visto?”- colpevole di avere trasmesso alcuni  video degli scontri di piazza Navona- negli studi della Rai,   assalto che Casapound definì “passeggiata futurista”.

La missione di Altaforte è quella tipica dell’editoria di ultradestra e sovranista, “dare spazio al pensiero non omologato”.

In catalogo troviamo “La dottrina del fascismo” di Mussolini e Gentile- a proposito di fascismo del terzo millennio- come “Diario di uno squadrista toscano” ma anche “Nascosti tra le foglie” di Franco Nerozzi, veronese, titolare della onlus Popoli, oppure “Ho difeso Licio Gelli” dell’avvocato Augusto Sinagra.

E troviamo anche le graphic novel su Sergio Ramelli e quella su Marta Cossetto, “Foiba rossa”, entrambi distribuiti  dal consigliere comunale veronese  di estrema destra Andrea Bacciga  nelle scuole cittadine.

Ma troviamo anche “Io sono Matteo Salvini”, libro intervista e ritratto del leader leghista curato dalla giornalista Chiara Giannini.

Un libro che è poi all’origine  della vicenda Altaforte-Salone del libro di Torino.

La casa editrice di Casapound era stata prima invitata, poi esclusa da quella che è la principale manifestazione dell’editoria del nostro paese. La rescissione del contratto tra Altaforte e il Salone era stata chiesta anche dal Comune di Torino e da altri soggetti istituzionali, ma ne era nata una polemica sui giornali e anche una causa giudiziaria, peraltro ancora in corso, con la richiesta di Altaforte, rappresentata dall’avvocato ex senatore di Forza Italia Paniz,  di 200 mila euro di risarcimento.

Ma la presenza editoriale di Casapound non si ferma alla casa editrice Altaforte: c’è spazio anche per un quotidiano online, che si definisce “sovranista”, Il Primato Nazionale, che esce anche nelle edicole come mensile.

La proprietà della testata è della società Sca 2080 e dietro questa sigla troviamo per l’ennesima volta Francesco Polacchi insieme stavolta al fratello Mauro.

Sca 2080 è legata, attraverso compartecipazioni, alla holding Minerva che ha svariate connessioni: tra le tante una società denominata Eized che fa capo a Lorenza Lei, la prima direttrice generale donna della Rai.

Primato Nazionale, nella versione mensile, ha una tiratura dichiarata di 20 mila copie, il suo direttore è Adriano Scianca, già responsabile nazionale per la cultura di Casapound.

Molte le firme di personaggi affermati: Vittorio Sgarbi, Alessandro Meluzzi, Diego Fusaro, il giornalista della Verità Francesco Borgonovo e il giornalista sportivo di Mediaset Paolo Bargiggia.

E moltissimi gli infortuni del mensile e quotidiano online sovranista, più volte accusato di diffondere notizie false o infondate.

Primato Nazionale attribuì infatti  a Carola Rackete una frase che la comandante della Sea Watch e attivista umanitaria non aveva mai pronunciato: “Berlino ci ordinò di portare i migranti in Italia”.

Una autentica fake news come la creazione in un laboratorio cinese del Covid 19, altro falso che ogni tanto torna nel dibattito pubblico italiano.

L’ultima comparsa in senato, grazie a Matteo Salvini. Ma tra i primi a diffonderla troviamo proprio l’organo di stampa di Casapound.

 

Casa Pound tra ipocrisia e criminalità organizzata

 21 dicembre 2020

 

I militanti di Casa Pound stanno pattugliando il quartiere di Veronetta, dove già da tempo hanno aperto una sede, (“Il Mastino”), ubicata in via Nicola Mazza.

Si tratta di vere e proprie ronde, spesso contraddistinte dalla presenza del “vessillo italico”, che comportano talvolta comportamenti intimidatori e violenti.

Il loro intento, dicono, è quello di riportare ordine e sicurezza in un rione che è pericoloso per l’alto tasso di migranti che vi risiedono.

Definizioni che non rispondono al vero e pratiche che sono apertamente illegali.

Le loro ronde non apportano alcun giovamento agli eventuali problemi riguardanti la sicurezza ma, al contrario, ne aggiungono altri.

Potremmo chiudere così la vicenda, in modo lapidario e senza molte parole in più.

Ma quello che vorremmo evidenziare con questo articolo è l’ipocrisia di un movimento politico che in realtà nasconde, dietro un velo di retorica, ben altre vicende, in aperto contrasto con le affermazioni e le finalità che prova, nonostante tutto, a veicolare ad un’opinione pubblica disillusa e distratta.

Il fatto è che Casa Pound ha documentati intrecci con il clan mafioso degli Spada, a Ostia, e stretti legami con un boss camorrista dedito al traffico internazionale di droga o con organizzazioni impegnate nel reclutamento e nell’addestramento di mercenari e in tentativi di colpo di stato in paesi stranieri.

In fondo potremmo dire che non c’è nulla di nuovo in vista, perché i movimenti fascisti, da sempre, sono stati protagonisti di traffici e trame eversivi.

Casa Pound e il clan mafioso degli Spada.

 

Lo scenario inquietante che fa da sfondo a questa vicenda è quello di Roma e del suo litorale.

Il primo contatto evidente tra Casa Pound tra la famiglia Spada, (a detta degli inquirenti dedita all’usura, all’estorsione e al traffico di stupefacenti), risale all’8 dicembre del 2015, quando ad Ostia Nuova, (“territorio di famiglia”), e precisamente in Piazza Gasparri, Casa Pound organizzò la festa “Giovinezza in Piazza”. La motivazione ideale era quella di riqualificare il quartiere, liberandolo proprio dalla criminalità e dallo spaccio, ma l’iniziativa, come denunciarono al tempo i givani del Partito democratico in una nota, era organizzata in collaborazione con Famus Boxe, palestra di proprietà proprio della famiglia Spada e messa sotto sequestro per occupazione abusiva. Ad esaltare la buona riuscita della festa era Luca Marsella, all’epoca a capo del movimento per il litorale romano, e indagato, nel luglio 2019, per violenza privata aggravata dai futili motivi, proprio in merito alle ronde che i neofascisti conducevano nelle spiagge della costa romana. L’ennesimo ribaltamento della realtà, quindi, pratica alla quale le forze dell’estrema destra attingono da tempo, mostrandosi, ma solo apparentemente, paladini  della legalità, della giustizia, della sicurezza e della tutela dei cittadini. Se a compiere reati sono i forti detentori del potere malavitoso non esitano ad assoggettarsi ad essi; se invece sono i migranti senza voce che cercano di sopravvivere vendendo le loro merci sulle spiagge la violenza e l’arroganza rappresentano la quoridianità.

A dire il vero quell’iniziativa di piazza non è stato il primo abboccamento tra i “fascisti del terzo millennio”, (come amano definirsi), e la famiglia Spada.

Se infatti facciamo qualche passo indietro nel tempo scopriamo che, nel 2012, l’allora leader locale del movimento, Ferdinando Colloca, fece una società con il genero di Armando Spada, esponente di spicco del clan. Con la complicità dell’ex capo dell’ufficio tecnico del X Municipio di Roma tolsero al legittimo proprietario uno stabilimento balneare impossessandosene.

Colloca per questo motivo è stato condannato in primo grado per corruzione aggravata dal metodo mafioso, mentre Federica Angeli, cronista di Repubblica, per aver scritto della vicenda è per avere assistito ad una sparatoria che coinvolse due degli Spada, è costretta da diversi anni a vivere sotto scorta.

Nell’aprile del 2016, nell’ambito dell’inchiesta Sub Urbe dieci appartenenti alla famiglia Spada vennero arrestati. Il Gip di Roma Anna Maria Fattori scriveva che il clan si è fatto largo sul litorale tra minacce, tradimenti, “stanze delle torture” e pestaggi, “sostituendo il potere già detenuto dalla famiglia Fasciani con la quale era alleata e “prendendo possesso delle case popolari di gran parte di Ostia Ponente”.

Anche quest’ultima circostanza segnalata dal magistrato, se confrontata con il pogrom che nel 2019 i militanti di Casa Pound hanno scatenato, con violenze e intimidazioni inaudite a Casal Bruciato, rione della periferia romana, al fine di impedire l’ingresso di una famiglia rom in una casa popolare regolarmente assegnata, restituisce un’immagine estremamente ipocrita e vigliacca del movimento neofascista.

Nemmeno gli arresti e le incriminazioni servono, in ogni caso, ad interrompere Il sodalizio tra il clan Spada e Casa Pound, che si concretizza in modo ancor più forte nelle elezioni amministrative del 5 novembre del 2017. Roberto Spada, sul suo profilo facebook scrive:

” qua sto periodo se vedono tutti sti politici a raccontarci barzellette ,mai visti prima, e dopo le votazioni risparirranno a guardarsi i cazzi propri….gli unici sempre presenti sempre esclusivamente Casapound”……..e questa la realtà ho molti errano? Cosa hanno fatto le altre forze politiche in questi due anni?”

Il candidato di Casa Pound Luca Marsella assieme al mafioso Roberto Spada

 Solamente due giorni dopo, il 7 novembre, Roberto Spada reagirà violentemente ai giornalisti della trasmissione Rai “Nemo” e per questa reazione violenta verrà  condannato in Corte di Cassazione a sei anni di reclusione per lesioni aggravate dal metodo mafioso.

 

Casa Pound e il boss della camorra

 

Ma quello con il clan mafioso degli Spada non è certo l’unico connubio che i “fascisti del terzo millennio” intrattengono con la criminalità organizzata. Andrea Antonini, ad esempio, vicepresidente di Casa Pound Italia e attualmente indagato anche  per aver aggredito alcuni giornalisti, nell’aprile del 2016 è stato condannato a due anni di reclusione per aver fornito un documento d’identità falso ad un boss della camorra dedito al narcotraffico internazionale. Lo stesso Antonini, nel 2011 era stato gambizzato in circostanze mai chiarite. Le due vicende sono forse correlate tra loro? Antonini dichiarò che a sparargli in pieno giorno mentre, a bordo del suo scooter, percorreva la Via Flaminia a Roma, furono gli estremisti di sinistra, senza però portare alcun indizio rispetto a questa versione. Potrebbe essere stato, invece, un regolamento di conti nell’ambito del mondo della criminalità? Quale legame vi può essere tra Mario Santafede, il camorrista dedito al traffico internazionale di cocaina e il vicepresidente di Casa Pound?

 

L’omicidio Fanella

 

Giovanni Ceniti, nel momento in cui si svolge la vicenda che ci accingiamo a raccontare, non faceva più parte di Casa Pound. Era stato espulso un paio di anni prima non per comportamenti criminali, si affretta a spiegare Gianluca Iannone, per una “certa pigrizia intellettuale” che non si confaceva al ruolo di dirigente della zona di Verbania, in Piemonte, che ricopriva. Lo citiamo comunque perché riteniamo interessante il suo profilo alla luce dell’impegno “solidale” che egli elargì, mentre ancora faceva parte di Casa Pound, nel sostegno alla causa dell’etnia Karen, che analizzeremo nel prossimo paragrafo.

Fanella era il “cassiere” di Gennaro Mokbel, imprenditore legato all’estrema destra e autore della famosa maxi truffa ai danni di  Fastweb e Telecom Sparkle. Pare che l’obiettivo del sequestro e del conseguente omicidio fosse proprio quel “tesoretto”, quantificato in circa 50 milioni di euro, frutto della truffa stessa. Giovanni Ceniti, condannato a 20 anni per l’omicidio avvenuto nel 2014, ha fatto parte, fino al 2012, proprio di Casa Pound, e, in particolare, come responsabile della onlus “La Salamandra” nella zona di Verbania. La sua presenza in Birmania, come d’altra parte in Kosovo, è stata ampiamente documentata.

 

Casa Pound e i rapporti con i terroristi internazionali

 

L’incontro tra la Onlus Popoli e Casa Pound ha aperto la strada della Birmania ai neofascisti.

Popoli è un’associazione, apparentemente filantropica, nata in riva all’Adige per volontà del giornalista Franco Nerozzi che si autodefinisce “un bieco e delirante anticomunista”. Il cronista veronese è uno dei  fautori del comunitarismo, l’ideologia post-fascista che crede nel superamento del conflitto tra fascismo e comunismo in nome di un’alleanza in chiave antiamericana e antisemita. Inoltre è anche  un emulo di Bob Denard, il mito dei mercenari contemporanei.

La Onlus da lui fondata si occupava di sostenere la popolazione dei Karen, che dal 1948 si batte per sottrarsi all’assoggettamento del regime birmano. Negli anni sono stati costruiti, nel territorio della minoranza etnica, un ospedale da campo e due villaggi, “Little Verona” e “L’uomo libero”.

La Onlus di raccordo tra i neofascisti e il giornalista è “La Salamandra”, fondata nel 2009 e della quale, all’epoca dei fatti che vi stamo raccontando, era presidente proprio Pietro Casasanta, l’attivista di Casa Pound condannato assieme ad Antonini per il documento d’identità falso fornito al boss della camorra. Si tratta di una struttura associativa con compiti di protezione civile in Italia e all’estero.

Nel 2010 Nerozzi porta i neofascisti in Birmania, per mostrare loro i villaggi Karen. Nell’occasione entrano nel paese asiatico le figure apicali di Casa Pound, a cominciare dal suo fondatore Gianluca Iannone, (frontman del gruppo nazirock ZetaZeroAlfa), Andrea Antonini e, ovviamente, Pietro Casasanta. Con loro altri camerati dello stesso movimento, tra i quali figurano anche Giovanni Ceniti e Alberto Palladino. Da allora, ma alcune fonti dicono già dal 2008, diversi viaggi in Birmania sono stati affrontati dai militanti di Casa Pound.

Quest’ultimo personaggio non lo abbiamo ancora descritto. Ci apprestiamo a farlo visto che sarà uno dei maggiori “conferenzieri” che, in giro per l’Italia, racconteranno le gesta solidali di Casa Pound nei confronti dei popoli oppressi.

Alberto Palladino, nella notte del 13 novembre 2011 era alla testa di una quindicina di camerati armati di caschi, bastoni e mazze ferrate. L’aggressione a tre attivisti del Partito democratico gli costerà una condanna a due anni in primo grado.

Dopo poco tempo lo ritroviamo però come penna de “Il Giornale” diretto da Sallusti in qualità di “reporter di guerra” nell’occhiello guerra.it.  In quella veste Palladino dispensava elementi propagandistici cari al fascismo del ventennio, esaltando crismi nazionalistici e identitari. Tra gli altri articoli ne spiccano alcuni dal titolo inequivocabile: come: “I Karen tra identità e estinzione” o “Io, legionario cristiano contro il califfato”.

Le parole che il Palladino scriveva erano piene di retorica machista e militarista, come, ad esempio:

“C’è un indole antica sopita negli uomini è l’istinto al combattimento, alla reazione, alla difesa. Una tradizione che ricorre spesso nella storia europea”.

Chiudendo la parentesi di presentazione inerente Alberto Palladino, pensiamo sia utile chiedersi perché il movimento neofascista appronti una galassia di associazioni e onlus, alcune delle quali comunque rintracciabili sul suo stesso portale internet sotto la voce associazioni.

Evidentemente è difficile presentarsi in alcune circostanze, come nel caso del terremoto del centro Italia, dove Casa Pound si è improvvisata Protezione civile con “La Salamandra”, con la faccia violenta e razzista. Forse per questo nasce l’esigenza di trasformarsi, costruirsi una faccia diversa, caritatevole e solidale. In realtà, come testimoniano le violenze dei “legionari caritatevoli”, scavando appena sotto il trucco, si scopre per cio che davvero è.

Riprendendo il filo del racconto riguardante il sodalizio tra “Popoli” e “La Salamandra”, va sottolineato che esso si dipana anche a Verona, arrivando a propagandare il proprio “filantropismo” anche nelle scuole.

La conferenza di Popoli all’Istituto G.Marconi

Dal 12 al 14 gennaio del 2012, all’interno dell’Istituto tecnico G.Marconi, si tenne una tre giorni nella quale la presentazione dell’attività della Onlus Popoli si intervallò con proiezioni di film espressamente solidaristici e umanitari come…”John Rambo”! L’iniziativa, guarda caso, fù voluta dai tre rappresentanti di istituto eletti nelle liste di Blocco Studentesco, (la sezione giovanile di Casa Pound). Ne dava notizia la giornalista Alessandra Vaccari in un articolo su “L’Arena”, che, evidentemente entusiasta dell’iniziativa scrive che“se ai ragazzi vengono spiegate le cose per quello che sono, la loro attenzione resta alta”.

Una frase davvero infelice perché incurante della condanna inflitta proprio al fondatore della Onlus, Franco Nerozzi, (in seguito a patteggiamento e quindi riconoscimento del reato compiuto) per aver violato la legge «chi recluta, finanzia o istruisce persone con lo scopo di combattere in un territorio straniero». L’inchiesta svolta dalla Procura di Verona nel 2001 nacque quasi per caso in seguito al rinvenimento di alcune scritte antisemite sui muri della Sinagoga e della casa del rabbino, ma approdò ben presto a vicende ancora più oscure. Nel computer di Nerozzi vennero trovate fotografie che lo ritraevano assieme a diversi avventurieri nei territori dei Karen, attorniato da mitra, bombe di mortaio e granate. L’evoluzione dell’inchiesta portò alla luce un vero e proprio campo di addestramento per formare mercenari in vista di un colpo di stato alle Isole Comore, commissionato proprio da Bob Denard. All’epoca venne indagato anche Giulio Spiazzi, figlio del colonnello Amos, (implicato in molti deglli intrighi eversivi riconducibili all’estrema destra avvenuti in Italia). Giulio Spiazzi scelse come avvocato difensore proprio Roberto Bussinello, il camerata all’epoca a capo di Forza Nuova e che oggi invece è leader del movimento veronese di Casa Pound.

Le missioni umanitarie di Popoli rappresentarono quindi una copertura per gli addestramenti di mercenari.

Guerriglieri Karen con la bandiera di Casa Pound

In seguito all’inchiesta non vi fù, in ogni caso, alcuna presa di distanza di Casa Pound da Franco Nerozzi e, al contrario, il connubio continuò come nulla fosse accaduto, come dimostra, ad esempio, proprio l’iniziativa che si svolse all’iatituto G.Marconi ben sette anni dopo la condanna.

A ben vedere, viste le vicende che hanno coinvolto le figure apicali di Casa Pound Italia, anche se non vi è nessuna prova del coinvolgimento diretto nell’intrigo birmano, possiamo affermare che il militarismo machista e la mancanza di scrupoli del giornalista veronese era perlomeno condivisa dai “fascisti del terzo millennio”.

I militanti di Casa Pound combattenti nel Donbass

 

Se per quanto riguarda la Birmania sembra non vi siano evidenze di un coinvolgimento militare degli attivisti di Casa Pound nel conflitto tra guerriglieri Karen e truppe governative, parrebbe invece documentata la presenza di combattenti legati al movimento neofascista italiano nel teatro di guerra che vede l’Ucraina contrapposta alla Russia, tra i quali spiccano Alberto Palladino, detto “Zippo”, che abbiamo già incontrato nel paragrafo precedente, e Francesco Saverio Fontana.

Quest’ultimo si è arruolato nella squadraccia nera del battagione ucraino Azov, famoso per essere formato da elementi nazifascisti e protagonista di diversi crimini contro la popolazione civile.

In realtà le posizioni dell’estrema destra nel conflitto tra Russia e Ucraina sembrano confuse; non si è certi, a parte alcuni casi, del chi combatta per chi e se, in cambio dell’aiuto militare, vi sia un corrispettivo in denaro pagato ai combattenti o alle organizzazioni di provenienza, individuabili in Casa Pound e Forza Nuova. Un’analisi sicuramente complicata e che ci farebbe uscire dal tema della criminalità per approdare alla sfera squisitamente politica.

La bandiera di Casa Pound nel campo di addestramento neonazista di Carpathia Sich

…E poteva mancare il candidato massone?….

 

Il Fatto Quotidiano del 31 gennaio 2018 dàva notizia di un candidato a dir poco discutibile per quanto riguardava le elezioni politiche. Si tratta del numero uno in lista per Casa Pound nel Lazio e rispondeva al nome di Augusto Sinagra. Ex magistrato, avvoccato di Licio Gelli e di diversi collonnelli del dittatore argentino Videla. Piduista, con tessera n°2234, della Loggia massonica che, negli anni ’70, tra i suoi iscritti annoverava molti soggetti che cospiravano per fomentare in Italia un golpe fascista di stampo sudamericano. Sinagra precisa che in realtà lui non riuscì mai ad entrare ufficialmente nella loggia del “Venerabile” perché “sequestrarono le liste prima della mia iniziazione”

Nella sua carriera avvocatizia Sinagra, che vanta il titolo di Console onorario della Repubblica Turca di Cipro, ha anche rappresentato proprio il governo turco contro Ocalan in occasione della sua estradizione dall’Italia. Tra i colonnelli difesi da Sinagra figura anche Jorge Antonio Olivera che fù scarcerato clamorosamente nel 2000 dalla Corte d’Appello di Roma in seguito alla presentazione di un certificato poi rivelatosi falso. Olivera era un torturatore accusato di aver reso desaparecida una ragazza francese dopo averla violentata. L’ex magistrato figura anche tra i fondatori di Alleanza Nazionale e con i nazisti Merlino e Signorelli ha fatto parte della “Consulta per la revidione storica”. Il primo, Mario Merlino, dopo aver seguito un addestramento, nel 1968, alle tecniche di infiltrazione in Grecia, all’epoca del regime dei colonnelli ha utilizzato le conoscenze acquisite ai danni dei  gruppi anarchici romani, dopo aver militato nella comitiva neofascista tra i quali spiccava Stefano Dalle Chiaie. Per quanto riguarda Paolo Signorelli egli è noto come intellettuale nazifascista, fondatore e collaboratore di diverse riviste d’area.

L’ex giudice Carlo Palermo ritiene Augusto Sinagra “frequentatore del circolo trapanese di Salvatore Scontrino dove nell’86 i carabinieri scoprirono sei logge massoniche e una superloggia coperta denominata Loggia C punto d’incontro fra massonerie e cupola mafiosa”

Altri frequentatori del circolo erano il principe Alliata di Monreale, coinvolto in diversi episodi della strategia della tensione e Michele Papa, l’agente Z del Sismi che, secondo l’ex giudice Palermo, rappresentava gli interessi di Gheddafi in Italia.

Ecco, ora, quando vedete i palestrati ragazzotti di Casa Pound impegnati a pattugliare le strade per garantire la “sicurezza” dei cittadini (rigorosamente italiani), o leggete articoli nei quali viene esaltata la loro sensibilità nel distribuire qualche pacco di pasta, sapete di quale organizzazione criminale fanno parte, e potete ben capire perché essi non possono risolvere alcun problema, rappresentando in realtà una pericolosità aggiuntiva.

Verona non sarà capitale italiana della cultura. Le lacrime di coccodrillo versate dal sindaco Sboarina

22 novembre 2020

 

Verona non solo non sarà Capitale italiana della Cultura per l’anno 2022, ma si è vista umiliata con l’esclusione anche dalla selezione che ha scelto le dieci finaliste.

Le ragioni per le quali tutto questo è avvenuto sono diverse.

Va detto, innanzitutto, che dal punto di vista del patrimonio monumentale, museale, bibliotecario, storico, Verona avrebbe avuto diversi assi nella manica, vantando ad esempio alcune unicità mondiali, come l’anfiteatro romano all’aperto più grande e importante, o l’essere l’unica città a che può fregiarsi di una tradizione dantesca, ma anche shakespeariana, fino alla diversificazione delle sue mura, che comprendono manufatti di epoca romana, longobarda, scaligera, veneziana e austriaca. La Biblioteca Capitolare è stata a lungo una delle più importanti d’Europa, mentre il Musero di Scienze Naturale racchiude, tra gli altri, pezzi rarissimi che lo contraddistinguono a livello continentale.

Ci fermiamo qui, ma l’elenco delle magnificenze della nostra città potrebbero continuare a lungo, ma, evdentemente, non bastano le vestigia del passato per decretarla capitale della cultura.

L’amministrazione Sboarina ha cercato di fare tutto da sola, senza avvalersi dell’aiuto di esperti e studiosi, senza coinvolgere attivamente le piccole realtà culturali che lavorano quotidianamente sul territorio e affidando il compito di redigere il dossier relativo al bando ad agenzie esterne all’amministrazione stessa.

La visione culturale della giunta comunale, d’altra parte, è stata sempre incentrata sul gigantismo dei grandi eventi, e dei grandi autori, promuovendo spesso il “divertimentificio” e penalizzando le produzioni del territorio, “colpevoli” forse di non avere abbastanza “mercato” e visibilità.

Uno degli esempi più eclatanti di queste pulsioni, (che non esitiamo a definire insane proprio per il danno che arrecano alla cultura veronese), è riscontrabile nella cosidetta “rigenerazione” del quartiere universitario e multietnico di Veronetta, nel quale noi stessi abbiamo aperto la sede. Veronetta è una vera è propria fucina di attività culturali e sociali autorganizzate e autoprodotte. La volontà politica dell’amministrazione è quella di “normalizzare” il quartiere, rendendolo forse più “pulito” e “decoroso”, ma anche asettico e impersonale, azzerando così la sua linfa vitale. Invece di fornire strumenti e servizi al caleidoscopio rappresentato dal rione storico per permetterne la crescita, la giunta, nel gennaio del 2019, ha pensato bene di cancellare d’imperio la programmazione dell’unico teatro esistente nella zona, (da sempre, e per statuto, dedicato al sociale), per consegnarlo allo showmen Adriano Celentano che lo ha trasformato in un set televisivo da dove veicolare sulla rete nazionale Canale 5 la sua ultima produzione, quell’”Adrian”, che di teatrale aveva davvero poco o nulla, e che si è rivelato un incredibile flop, sia dal punto di vista artistico che di audience, al punto da essere clamorosamente interrotto e sepolto.

L’interno del Teatro Camploy

Ma se parliamo di cultura non possiamo fare a meno di accennare alla situazione della Fondazione Arena, l’ente, presieduto da regolamento dal sindaco, che è stato portato sull’orlo del fallimento nonostante le sue produzioni inerenti il Festival lirico areniano siano un eccellenza a livello mondiale. I “bilanci creativi” dell’amministrazione Tosi hanno consegnato la Fondazione nelle mani dei commissari governativi, che hanno decretato, con il plauso di un sindaco che ne avrebbe comunque preferito la privatizzazione, sacrifici immani a carico di artisti e maestranze. Il licenziamento del corpo di ballo, fortemente voluto da Flavio Tosi, rappresenta ancora oggi una grave ferita, non sanata dal successore Federico Sboarina, nonostante le promesse elettorali.

Rispetto al tema della scarsissima attenzione dedicata ai circuiti di settore, da quello cinematografico, a quello teatrale, letterario ecc…, pensiamo sia rilevante la relazione che il regista veronese Alessandro Anderloni ha argomentato durante una seduta della Commissione Cultura. Si tratta di un documento che, nonostante risalga al 2 ottobre 2018, a nostro avviso mantiene inalterato, purtroppo, tutto il suo impianto. Nel file audio originale, che era archiviato nel portale del Comune di Verona, ma che oggi risulta rimosso, si sentiva il consigliere Andrea Bacciga, oggi nominato alla vicepresidenza della stessa Commissione, (nonostante abbia un processo in corso con l’accusa di essersi esibito in aula consiliare in un saluto fascista), abbandonare indispettito l’aula in segno di forte critica verso le parole di Anderloni.

Ci colpisce particolarmente, visto che abbiamo intitolato il Centro di documentazione alla sua persona, la sostanziale indifferenza rispetto alla figura di Giorgio Bertani, l’editore eclettico e ribelle che era stato anche nominato membro onorario della Società Letteraria di Verona. Se non fosse stato per l’interessamento di alcuni attivisti veronesi e per l’impegno di Marc Tibaldi, che hanno anche prodotto un docufilm sulla sua opera e sul contesto nel quale viveva, la sua dedizione al mondo della cultura sarebbe caduto nel dimenticatoio con il beneplacito dell’amministrazione Sboarina.

Visto che il sindaco Sboarina e la sua giunta, nei giorni scorsi, hanno fatto esercizio di vittimismo e indignazione rispetto alla decisione della giuria che ha estromesso Verona dalla gara, buttandola in politica e accusando i giurati di voler favorire le candidature di città governate dal centrosinistra, bocciando invece quelle amministrate dal centrodestra, non possiamo certo esimerci dal seguire il sindaco sullo stesso terreno da lui proposto.

Noi pensiamo che la cultura, quella con la C maiuscola, dovrebbe rappresentare uno strumento di apertura nei confronti delle diverse soggettività che vivono sul territorio, favorendone la crescita, (non solo dal punto di vista economico) e il confronto.

La cultura, a nostro avviso, ha davvero poco a che fare con i muri, fisici o virtuali che siano, tesi a limitare proprio i valori insiti nel concetto più alto di cultura. Non ha a che fare con la propagazione dell’odio, del sospetto, o con il tentativo di ledere i diritti di chi è ritenuto “diverso”, e non ha a che fare nemmeno con la censura.

Insomma, per dirla con le parole di Alessandro Anderloni, la cultura dovrebbe essere inclusiva e non tesa ad escludere!

Ebbene, tutte queste modalità sono invece ben radicate nell’ideologia di gran parte delle destre, sia di quelle appartenenti all’ultradestra, sia in quelle più istituzionali, alle quali il sindaco Sboarina e la sua giunta attingono a piene mani.

Davvero il sindaco pensava di poter censurare come se nulla fosse quei libri che affrontano la tematica omosessuali come espressione di libertà, arrivando persino a ritirare quelli già presenti nelle biblioteche pubbliche e nelle scuole, tenendo così fede a quanto sta scritto nel suo programma elettorale?

Davvero credeva che le ripetute affermazioni e mozioni sessiste e omofobe, o i sistematici patrocinii e finanziamenti concessi ad eventi di carattere discriminatorio e che strizzano l’occhio all’ideologia nazifascista, non avrebbero pesato sulla bilancia delle decisioni?

E l’organizzazione di un Convegno mondiale, quello delle famiglie (esclusivamente “naturali”), tenutosi a Verona nel marzo del 2019, e fortemente voluto dai consiglieri della maggioranza e adagiato in un contesto fortemente antiabortista e sessista, è forse stato un buon viatico per presentare la candidatura o, invece, ha gettato l’ennesima ombra oscurantista sulla nostra città, prima in assoluto ad ospitare quel baraccone demenziale in tutta l’Europa occidentale?

L’imponenete corteo organizzato da Non Una di Meno che ha attraversato le vie di Verona contrapponendosi al Convegno mondiale delle famiglie

Tornando poi sul già nominato Andrea Bacciga, il vicepresidente della Commissione Cultura, non crediamo sia stata considerata con entusiasmo dai giurati l’episodio che lo ha visto protagonista del “dono” di quindici libri inneggianti al nazifascismo recapitato alla Biblioteca Civica.

Sono solamente alcune delle vicende più eclatanti che hanno costruito lo “spessore culturale” della giunta Sboarina, e che hanno mortificato e umiliato la città, troppe volte finita sulle pagine dei giornali nazionali per motivazioni che traspirano ignoranza e non certo cultura. Le colpe non sono attribuibili solamente all’amministrazione vigente, ma sono il risultato di un lunghissimo perìodo nel quale le pulsioni più retrive hanno alimentato una certa politica e da essa sono state restituite come un’onda ad investire ampie fasce di popolazione, mentre altri, anche se non imbevuti dall’aquitrino formatosi, per troppo tempo si sono limitati a minimizzare crogiolandosi nella loro inconsapevolezza.

Il fatto è che Verona, per ambire a diventare Capitale della Cultura, dovrebbe avere ben altri amministratori. Non possiamo che essere rammaricati per l’esclusione di Verona dalla possibilità di competere per quell’importante titolo ma, nello stesso tempo, avremmo considerato il contrario come un segnale davvero pericoloso, in quanto avrebbe costituito l’ennesimo sdoganamento dell’ignoranza che si atteggia a cultura!

La strage neofascista, i revisionisti e gli ignoranti

2 agosto 2020

Dopo 40 anni dalla strage alla stazione di Bologna, dal passato emergono ancora pezzi di verità.

Il lavoro degli inquirenti della Procura di Bologna, che dal 2018 hanno ricominciato da zero le indagini per rivalutare elementi scartati in altri momenti storici a causa dei depistaggi messi in atto dai servizi segreti controllati da poteri massonici, unitamente alle inchieste giornalistiche della trasmissione “Report” e di Paolo Biondani de “L’Espresso”, hanno portato infatti a nuove rivelazioni.

In particolare, un documento appartenente a Licio Gelli e sequestrato in occasione del suo arresto avvenuto nel 1981 a Ginevra, ha permesso di ripercorrere il flusso di denaro utilizzato per finanziare i terroristi neofascisti, svelando nel contempo inquietanti retroscena sulla vicenda del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

Allo stato attuale, quindi, la strage di Bologna è l’unica per la quale sono stati individuati, e condannati, gli esecutori materiali, i depistatori dei servizi segreti italiani legati alla Loggia massonica P2 e il finanziatore Licio Gelli. Inoltre, i legami tra quest’ultimo e i servizi segreti italiani e statunitensi sembrano confermare pienamente quella verità storica già da tempo assodata, che indica nella strategia della tensione, di matrice atlantica, i mandanti dei percorsi destabilizzanti che hanno insanguinato l’Italia con la modalità stragista.

Nonostante tutto questo, l’attuale generazione neofascista pare non voler fare i conti con le sue radici, e ancora oggi cerca di confutare la matrice ideologica delle stragi, indicando altre “piste” e rigettando verità storiche e processuali.

A nostro avviso si tratta di un processo mentale contorto che, pure se in diversa forma, è utilizzato anche per quanto attiene al perìodo storico della Repubblica di Salò. Da una parte si rivendica quel passato, mentre dall’altra i neofascisti odierni cercano di cancellare dalla memoria storica le responsabilità degli eccidi nazifascisti e, quando ciò non è possibile, si rifugiano nella loro età anagrafica, ormai distante da fatti e vicende tanto scomodi.

Quest’anno, ad esempio, la pagina facebook de “Il bastione veronese”, associazione culturale di comodo legata a Forza Nuova, annuncia che, in occasione della terribile strage del 2 agosto a Bologna, i neofascisti scenderanno nelle piazze più rappresentative d’Italia per invocare la verità, cercando di rimuovere quindi quella ufficiale.

Anche in questo caso assistiamo, da una parte al rifiuto di ciò che è stato, ma dall’altra ad un legame molto stretto con quegli anni e quegli ambienti, visto che la formazione nazifascista di Forza Nuova è capeggiata da Roberto Fiore, fondatore del gruppo terrorista di estrema destra “Terza Posizione”.

Accanto a questi tentativi ve ne sono altri, più subdoli e quasi ridicoli, che appaiono come frutto di “semplice” ignoranza ma che forse nascondono qualche cosa di più.

Il 2 agosto scorso, ad esempio, sulla pagina facebook di “Lega Nord Cerea”, è stato pubblicato un post che attribuiva la strage di Bologna alle Brigate Rosse. A prima vista potrebbe apparire come uno dei tanti conati di ignoranza ai quali ci hanno abituato gli esponenti della Lega ma, quando, dopo le inevitabili rimostranze per una simile affermazione, il post è stato modificato, abbiamo notato che la volontà di attribuire responsabili alla strage pareva svanita all’improvviso, come se lo scrivere “strage fascista” bruciasse i polpastrelli delle dita sulla tastiera.

Il post pubblicato l’anno scorso sulla pagina Facebook della Lega di Cerea

La memoria è quindi un valore che non è mai assodato una volta e per sempre, e che va rinvigorita anno dopo anno, e sempre più mano a mano che il passato si allontana. Il venire meno a questo impegno può portare a risvolti davvero pericolosi, al revisionismo, al negazionismo e alla decontestualizzazione storica.

Un esposto in Procura contro il camerata Massimo Mariotti

 

L’avvocata Panizzo ha depositato in Procura a Verona un esposto contro Massimo Mariotti, a seguito della pubblicazione da parte di quest’ultimo, il 2 giugno scorso, di un post facebook nel quale affermava che “l’unica Repubblica è quella Sociale”. Il riferimento alla Repubblica di Salò è inequivocabile e per questo Aned Verona (l’associazione degli ex deportati nei campi di sterminio nazisti), Rifondazione Comunista e l’Associazione Infospazio161, che ospita anche il Centro di Documentazione Giorgio Bertani, hanno deciso di presentare l’esposto.

I reati ipotizzati e per i quali si chiede di indagare  sono apologia di fascismo e manifestazione fascista.

Riteniamo che soprattutto chi ricopre incarichi pubblici, lautamente pagati dai cittadini della vituperata Repubblica Italiana, nata dalla lotta antifascista, non possano concedersi affermazioni simili.

Crediamo quindi che Massimo Mariotti, non nuovo ad episodi simili, non dovrebbe concorrere alle prossime elezioni regionali, dove risulta candidato nel listino di Fratelli d’Italia, né mantenere la carica di Presidente della partecipata dal Comune di Verona Serit, né, infine, quella di consigliere del Consorzio Zai, altra partecipata municipale.

Non avendo alcuna illusione sul ravvedimento del camerata Mariotti, abbiamo lanciato, nei primi giorni di giugno, una petizione indirizzata, tra gli altri, al sindaco di Verona e al capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione Veneto, chiedendo la rimozione di Massimo Mariotti da tutti gli incarichi.

Nemmeno nei destinatari della petizione abbiamo molta fiducia, anche se ci auguriamo che l’esposto in oggetto possa consigliare una presa di distanza dalle affermazioni di Mariotti e la revoca dei suoi incarichi.

Probabilmente, ce ne rendiamo perfettamente conto, non accadrà nulla di tutto ciò, ma vi invitiamo caldamente a firmare, se non lo avete già fatto, la petizione, e a farla firmare anche ai vostri contatti.

Essa, infatti, speriamo diventi uno strumento per dimostrare la connivenza, che denunciamo da tempo, sempre più stretta tra la cosidetta “destra istituzionale” e la “destra radicale”; più persone prenderanno posizione, a fronte di un silenzio inquietante della “destra istituzionale”, più la sovrapposizione tra le due destre, e l’ipocrisia che ne consegue, sarà visibile.

Anticipandovi che a breve inizieremo una nostra specifica campagna elettorale raccontandovi per filo e per segno fatti e misfatti dei candidati alle prossime elezioni regionali, vi invitiamo a connettervi al link sottostante dove potrete leggere e firmare la petizione. Grazie a tutte e tutti.

https://www.change.org/p/federico-sboarina-urgente-massimo-mariotti-dimissioni-serit-e-ritiro-candidatura-regionali-stop-fascismo

I fatti di Vicenza, le correlazioni con Verona e l’ipocrisia delle destre.

Le vicende che ci apprestiamo a raccontare e documentare hanno una correlazione stretta con la nostra città per quanto attiene a quella clausola di salvaguardia, detta anche “clausola antifascista”, a suo tempo inserita e oggi rimossa dal Regolamento comunale, a Vicenza, e mai recepita, invece, a Verona.

Qualche anno fa, a fronte di uno sdoganamento progressivo nei confronti  delle forze riconducibili all’ideologia nazifascista, l’Associazione ex Deportati nei campi di sterminio nazist e l’Associazione Partigiani d’Italia decisero di avviare una campagna nazionale, sottoscritta da molte associazioni, realtà di movimento e persone singole, finalizzata all’inserimento di una clausola all’interno dei Regolamenti comunali che ponesse come requisito per la concessione di spazi pubblici il riconoscimento nei valori della Costituzione Italiana, che comprende il ripudio e la condanna del fascismo.

Alcuni comuni aderirono all’iniziativa e tra questi quello di Vicenza, che, grazie all’amministrazione di centrosinistra guidata dal sindaco Achille Variati, inserì nell’articolo 5 del suo Regolamento la “clausola antifascista”.

L”articolo 5 rimosso dal Regolamento del Comune di Vicenza

Mentre tutto ciò accadeva nel capoluogo berico, in riva all’Adige le cose andavano molto diversamente e l’ennesima amministrazione di centrodestra, guidata dal sindaco Federico Sboarina, si rifiutava sostanzialmente di prendere in considerazione la possibilità di munirsi della clausola di salvaguardia. Anpi e Aned hanno chiesto più volte incontri con il Presidente del Consiglio Comunale Ciro Maschio, di Fratelli d’Italia, non ricevendo riscontri e non qualche risposta evasiva tesa a far cadere la cosa nel dimenticatoio.

Una bozza di mozione, peraltro mai presentata per la mancanza di minimali presupposti di adesione politica, era stata redatta da un consigliere dell’opposizione e potete leggerla QUI, in modo da avere un’idea più dettagliata della richiesta:

Tornando a Vicenza, la nuova amministrazione comunale guidata dal sindaco Francesco Rucco, con la Delibera di giunta n°177, approvata il 21 novembre 2018, ha pensato bene di togliere l’articolo 5 del Regolamento, agevolando la possibilità di ottenere spazi pubblici per le realtà ispirate all’ideologia nazifascista.

Silvio Giovine, iscritto al gruppo Fratelli d’Italia e assessore al commercio e alle attività produttive ha così motivato il suo operato:

“A più di 70 anni dalla fine del secondo conflitto mondiale credo sia il caso di pensare ad una effettiva pacificazione nazionale. Le amministrazioni si devono concentrare sul risolvere i problemi reali dei cittadini anziché perdere tempo su sterili polemiche relative a fascismo e antifascismo” .

L’accenno alle “sterili polemiche” su accadimenti relegati al secondo conflitto mondiale, denota il rifiuto di pronunciarsi sulla necessità, alla base della campagna avviata da Anpi e Aned, di mettere un freno all’intensificarsi di fenomeni violenti e discriminatori, in realtà mai sopiti. Se la tematica fosse stata poi così priva di interesse da essere considerata una semplice “perdita di tempo”, non si capisce perché proprio lui abbia perso tempo nell’andare a rimuovere la clausola antifascista dal Regolamento comunale.

L’attualizzazione della violenza fascista non si è fatta attendere, e solo qualche giorno dopo la cancellazione dell’articolo 5, i soliti noti, evidentemente galvanizzati dal successo ottenuto, non hanno esitato a lanciare una bottiglia molotov contro la sede dell’associazione Caracol Olol Jackson, bruciando uno striscione che recava la scritta “Ieri partigiani, oggi antifascisti”.

La bottiglia molotov lanciata dai fascisti

La risposta è stata grande, e il 19 giugno un corteo formato da circa 3000 persone, organizzato dal Centro sociale Bocciodromo, ha percorso le vie della città, arrivando ad affiggere una gigantesca bandiera antifascista sul muro del Comune di Vicenza.

E’ stata un’uniziativa conro i fascismi, sia quello dal volto più istituzionale, sia quello sbandierato dai gruppi radicali.

Se la pericolosità di questi ultimi si esprime mediante atti squadristi, la responsabilità politica va spesso ricercata in quei partiti della destra istituzionale, a partire da Fratelli d’Italia e Lega che, da una parte agiscono con contenuti discriminatori verso i migranti o i diversi orientamenti sessuali, ad esempio costruendo percezioni distorte finalizzate all’introduzione di politiche securitarie o lanciando campagne oscurantiste, mentre dall’altra rispolverano il substrato ideologico e nostalgico atto allo sdoganamento dei gruppi più radicali. In caso di episodi violenti o atti anche simbolici, chiaramente legati all’ideologia fascista, spesso non si pronunciano e, quando lo fanno, si limitano a generiche condanne, senza mai indicarne chiaramente la matrice.

 Il confine tra le due destre è quindi davvero molto labile, come dimostra, ad esempio, la partecipazione di numerosi esponenti, anche di caratura nazionale, dei due partiti sopracitati, al raduno nazionale di Casa Pound, che si è tenuto l’estate scorsa proprio nei territori al confine tra la provincia di Verona e quella di Vicenza.

Vi sarà tempo per continuare a documentare tutto questo, provando a dare alla cittadinanza qualche chiave di lettura più reale sul profilo dei candidati della destra alle prossime elezioni regionali, ma per ora ci limitiamo a fare qualche esempio sulla sinergia e la sovrapposizione che contraddistingue le due destre.

Sempre a Vicenza sconcertano il profilo e le dichiarazioni di Daniele Beschin, inserito nelle liste della Lega come indipendente per le elezioni del grosso centro di Arzignano, pur ricoprendo ancora il ruolo di referente della provincia di Vicenza per Forza Nuova.

In seguito ad un post sul suo profilo Facebook in cui dichiarava che la modella Mati Fall Diba, di origine senegalese ma con cittadinanza italiana, non poteva essere considerata italiana perché la sua pelle non è bianca, la Lega di Arzignano, commissariata nel perìodo dell’elezione di Beschin in consiglio comunale dal senatore veronese Tosato, decise l’espulsione dell’ormai ex dirigente di Forza Nuova. In realtà nemmeno questo gesto di cesura nei confronti della “destra radicale” fu portato a termine, e dopo tre lunghi mesi fu lo stesso Beschin ad abbandonare il gruppo consiliare della Lega.

A Verona, per tornare su terreni più conosciuti, ricordiamo la figura di Andrea Miglioranzi, passato dal Veneto Front Skinheads e dal gruppo nazi-rock dei Gesta Bellica, alla Lista Tosi, (quella dell’ex sindaco di Verona che, come lui, è stato condannato in via definitiva per istigazione all’odio razziale), fino a Fratelli d’Italia, partito dal quale è stato espulso dopo l’inchiesta “Isola Scaligera”, nella quale Miglioranzi viene accusato di corruzione e collusioni con la criminalità organizzata mentre rivestiva l’incarico di Presidente di un’importante municipalizzata veronese.

Ma l’esempio più eclatante è quello di Andrea Bacciga, finito sotto processo con l’accusa di essersi esibito in un saluto romano rivolto alle attiviste di Non Una di Meno che protestavano, all’interno della sala consiliare contro una mozione antiabortista presentata dal leghista, e integralista cattolico, Alberto Zelger.

Cercando tra gli innumerevoli atti perpetrati dal consigliere riteniamo sia importante sottolineare la mozione n°458 da lui presentata a sostegno dell’ex ministro veronese in forza alla Lega Lorenzo Fontana, che chiedeva l’abolizione della Legge Mancino, la quale norma come reato l’istigazione all’odio razziale.

La motivazione del sostegno è interessante, perché ricondotta alla difesa della libertà di espressione, spesso e volentieri invocata, atteggiandosi a vittime predestinate, dai politici appartenenti alla “destra istituzionale” che intendono promuovere lo sdoganamento della “destra radicale”, (sempre che tali distinzioni abbiano davvero senso). Questa strategia evidenzia però le contraddizioni che dimostrano la strumentalità della motivazione stessa. Ad esempio, il programma elettorale di Sboarina, che prevedeva sostanzialmente la censura dei libri che difendono i diritti delle persone omosessuali mal si accompagna alla donazione alla Biblioteca Civica di libri di ispirazione nazifascista da parte di uno dei consiglieri eletti nella sua lista. Da una parte si limita drasticamente la libertà di espressione nella rivendicazione di un diritto, mentre dall’altra si invoca la stessa libertà per dare visibilità a pubblicazioni scritte anche da chi ha agito per reprimere, spesso nel sangue, diritti esistenziali, tra i quali proprio quello relativo all’orientamento sessuale.

Un estratto dal programma elettorale del sindaco Federico Sboarina

Rispetto alla concessione degli spazi, la stessa relazione tra contraddizione e coerenza raggiunge a Verona, vette inimmaginabili. Mentre da una parte si continuano a concedere spazi pubblici, patrocini e sponsorizzazioni alle formazioni dell’estrema destra, con relative umiliazioni per la nostra città, dall’altra il consigliere Bacciga, con evidente intento provocatorio rispetto alla richiesta di approvazione della clausola antifascista, è arrivato a depositare una mozione, la n°186 , che chiedeva a sindaco e giunta di precludere spazi alla sinistra antagonista!

Il monumento di Porta Palio, concesso a Forza Nuova tramite l’assessore Toffali, sfregiato dalle bandiere fasciste

La contraddizione è palese, la coerenza nel favorire lo sdoganamento lo è ancor di più.

In questa ultima mozione vediamo anche lo sforzo, sostenuto da tempo dai partiti della destra, ma a volte anche da quelli di sinistra, di equiparare l’ideologia fascista al pensiero comunista, sorvolando sulle notevoli differenze, storiche e di senso, che ne sottendono.

Mentre la sinistra ha preso le distanze e condannato con forza le aberrazioni dello stalinismo, a destra non vi è mai stata una chiara presa di distanza dal fascismo. Inoltre, e non è certo cosa secondaria, i milioni di morti dovuti alla guerra, i soprusi e le indicibili sofferenze subite dalla popolazione italiana durante il ventennio fascista non sono certo attribuibili ai comunisti, che hanno invece contribuito, assieme alle diverse realtà democratiche, all’uscita dell’Italia da una dittatura. I “pacificatori nazionali”, a partire dall’assessore regionale all’istruzione Elena Donazzan e dall’assessore Silvio Giovine, se fossero davvero interessati a questo percorso, dovrebbero prenderne atto e riconoscere le responsabilità del fascismo, perché la continua rimozione del passato, unito al suo sdoganamento nel presente, indica ai nostri occhi, tutt’altro!

La “pacificatrice nazionale” Elena Donazzan, assessore in Regione Veneto all’istruzione, alla formazione e al lavoro per Fratelli d’Italia, mentre indossa una collanina con un famoso simbolo neofascista, la croce celtica.

 

 

 

 

 

 

Il dominio dell’economia sulla salute si traduce, nel Decreto “Rilancio” in altri soldi alle imprese e nuovi tagli alla sanità

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L’epidemia da Covid19 ha evidenziato una serie di fattori che fino ad ora erano rimasti in ombra come, ad esempio, l’assoggettamento delle scelte politiche ai dettami economici. Non abbiamo dimenticato le pressioni di Confindustria Lombardia per evitare che Alzano e la Val Seriana diventassero Zona rossa; una mancata decisione che influì non poco sull’esponenziale numero di contagi, e di morti, subiti dalla città di Bergamo. In quei terribili giorni nei quali non vi era più posto per le bare nei cimiteri qualcuno arrivo ad appendere, di fronte alla sede di Confindustria di Bergamo, uno striscione con la scritta “Padroni assassini”.

Lo striscione appeso di fronte alla sede di Confindustria di Bergamo

Il presidente di Confindustria Verona, Michele Bauli, allo stesso modo, mentre si avvicinava l’inevitabile scelta di attuare il lockdown affermava, come riportato dalle pagine dei giornali cittadini, che “la produzione non si può fermare. Giù le mani dalle aziende!”.

Le pressioni esercitate da Confindustria nazionale furono fortissime e nel momento in cui si decideva la chiusura totale, l’associazione degli industriali, assieme a governo e sindacati confederali, firmava un accordo che, in deroga ai famosi codici Ateco, permetteva alle attività produttive di rimanere aperte compilando una semplice autocertificazione da sottoporre ai Prefetti e che non prevedeva alcun previo controllo.

Tutto questo ha fatto sì che, secondo i dati Inail di una settimana fa, come dichiarato dal ministro Boccia al Corriere della Sera, in Italia sono ancora 300 i contagi, e dieci i decessi, che avvengono a causa della riapertura delle aziende.

Chi si accollerà questa responsabilità? Siamo davvero disponibili a pagare questo prezzo?  Sono state davvero scelte ineluttabili quelle prese dal governo Conte o forse, garantendo un reddito reale e non solo scritto sulla carta, ai lavoratori e alle lavoratrici ed un sostegno alle imprese, come avvenuto in altri paesi, sarebbe stato possibile preparare una fase due meno caotica e più sicura?

Queste domande chiamano direttamente in causa il governo italiano, che nella fase due sta dando l’impressione di barcollare e di cedere terreno anche alle pressioni delle Regioni, facilitando quella sorta di “ognuno per sé” che, al di là delle centinaia di pagine di decreti e linee guida, sta sotto gli occhi di tutti.

Una delle richieste che da sempre gli industriali pongono ai governi di ogni colore è la soppressione dell’Irap, una tassa in carico alle aziende e agli enti pubblici.

Nella situazione attuale, nella quale effettivamente le industrie arrancano, tale richiesta non poteva che assumere toni perentori. Il neopresidente di Confindustria Carlo Bonomi ha infatti richiesto a gran voce l’abolizione, o almeno il taglio, delle aliquote di quella che ha definito come “la tassa più odiata dagli italiani”.

Queste parole ci incutono un senso di fastidio; lo stesso fastidio che proviamo ogni volta che gli industriali provano a veicolare l’idea che, in fondo, i loro interessi e i loro problemi collimano esattamente con gli interessi e i problemi del resto della popolazione. E’ la retorica della “grande famiglia” che dovrebbe, secondo loro, accomunare nelle stesse rivendicazioni imprenditori e lavoratori. Una retorica che, almeno per un momento, pare essersi incrinata nel perìodo che stiamo vivendo.

Forse, se tutti gli italiani sapessero che la tassa in questione, l’irap, è utilizzata per finanziare il fondo per la sanità, quella retorica si incrinerebbe ulteriormente!

Il governo, da parte sua, non ha esitato ad accontentare Confindustria, inserendo nel Decreto-legge denominato “Rilancio” un taglio dell’Irap per 4 miliardi di euro.

Allo stesso tempo, e sempre all’interno dello stesso Decreto, ha anche previsto un fondo per la sanità pari a 3 miliardi e 250 milioni di euro, magnificando la scelta adottata come un evento unico nella storia recente della Repubblica. Lo stesso ministro della salute Speranza ha definito la quantità dei finanziamenti “senza precedenti”. I denari stanziati dovrebbero essere così ripartiti:

  • il finanziamento della medicina territoriale
  • l’assunzione di 9.600 infermieri
  • la creazione di 4200 borse di studio

A prima vista le cose sembrerebbero davvero così e parrebbe che il governo Conte abbia trovato il giusto equilibrio per rispondere sia alle esigenze degli industriali che a quelle sociali, e in particolare alle carenze sanitarie messe in luce dalla pandemia.

Se però proviamo ad addentrarci un po’ di più nei dettagli scopriamo che non è tutto oro quel che luccica.

Innanzitutto dobbiamo fare una premessa. Le risorse stanziate per la sanità non sono aggiuntive ma sostitutive, e cioè i soldi allocati non vanno ad aggiungersi a quelli che sarebbero derivati dal gettito Irap non incassato ma li sostituiscono.

Un altro dato imprescindibile è quello che abbiamo trovato sulla pagina della Camera dei Deputati e che fissa la percentuale esatta che va prelevata dall’intero ammontare della tassa Irap e devoluta al fondo sanitario. Questa percentuale è pari al 90%.

Il calcolo è presto fatto e risulta che il 90% dei 4 miliardi di Irap tagliata, che avrebbe dovuto quindi  rimpinguare le casse della sanità in situazione normale, sarebbe stata pari a 3 miliardi e 600 milioni.

Il raffronto tra l’ammanco dovuto al taglio della tassa e i 3 miliardi e 250 milioni stanziati in sostituzione ad essi ci illustra come, al di là delle parole roboanti, vi sia stato l’ennesimo taglio al fondo della sanità per 350 milioni di euro!

Per finire, se vogliamo fare un ulteriore raffronto, possiamo trovare, sempre all’interno del Decreto “Rilancio” uno stanziamento di 3 miliardi (e quindi di poco inferiore ai soldi devoluti alla sanità) in favore di Alitalia, una vera e propria mangiatoia alla quale si sono abbuffati, negli ultimi quindici anni, tutti i volti più noti dell’imprenditoria e della finanza italiana.

 

 

 

 

 

 

 

 

L’islamofobia e il maschilismo: altri due virus non ancora debellati

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La vicenda di Silvia Romano, la volontaria rapita in Africa e liberata dopo 18 mesi di prigionia in mano ad un gruppo di uomini armati che fanno parte della galassia integralista islamica, ha riaperto, se mai si fosse chiuso, il vaso di Pandora delle schifezze. Se qualcuno si fosse illuso  che l’esperienza della pandemia, dei 30mila morti, (solo in Italia) destinati purtroppo ad aumentare ancora, ci avrebbe cambiati rendendoci più solidali e attenti al valore della vita umana, crediamo debba ricredersi.

La casa di Silvia è presidiata dalla polizia perché moltissime minacce ed insulti le sono state recapitate via social, al punto che il suo profilo facebook è stato chiuso.

I giornali più conservatori  l’hanno attaccata e derisa definendola una “vispa Teresa”. Altri, più “politicamente scorretti” hanno invece criticato la sua scelta di andare in Africa ad aiutare bambini, specifcando “con la pelle nera”. In evidenza il fatto che il suo gesto di solidarietà è costato alle casse italiane circa 4 milioni di euro, cifra tutto sommato davvero irrisoria rispetto al denaro che ogni anno politicanti e “prenditori” rubano dalle stesse casse frodando il fisco o truffando i cittadini…Non abbiamo, ad esempio, dimenticato i 49 milioni di euro rubati dalla Lega. Certo, il nostro ragionamento non regge alla prova dei “falchi”, che invece preferiscono, dall’interno delle loro confortevoli redazioni e delle ampie sedi di partito, condannare la debolezza che esprime un pagament di riscatto ai terroristi. “Non va mai fatto, in qualsiasi caso!”, tuonano, figurarsi per salvare una ragazza che “se l’è andata a cercare”. Il loro modello sono i falchi dei falchi, quelli statunitensi, omettendo però che proprio loro non esitano a trattare con il gruppo terroristico dei Talebani in Afghanistan, peraltro, come ormai ampiamente documentato, da loro stessi, in collaborazione con i servizi segreti inglesi e pakistani, creati in chiave antisovietica.

In troppi non hanno “perdonato” a Silvia di essersi convertita alla religione islamica, la stessa dei suoi rapitori, e di essere scesa dall’aereo sorridente e felice, e non triste e provata, nonostante i milioni di riscatto pagati!  Anche chi ha preso le sue difese spesso lo ha fatto in modo ambiguo, mettendo in relazione la sua conversione con il contesto nel quale ha vissuto per 18 mesi. Può certamente essere una possibilità, ma perché escludere a priori, come Silvia ha ripetuto più volte, una libera scelta presa studiando il Corano?

Al di là dei giornalisti come Sallusti, che è arrivato a scrivere che la sua conversione all’Islam è paragonabile ad un internato in un campo di sterminio che, liberato, si presentasse con l’uniforme nazista, e dei leoni da tastiera che magari si nascondono dietro un profilo fake per vomitare il proprio odio, ciò che è più avvilente è la reazione di una certa destra, quella che da sempre propaga odio e che dovrebbe andare in lockdown perpetuo. Tanto per citare alcune “perle” qualche giorno fa, in Parlamento, un deputato leghista ha definito Silvia “neo-terrorista”, dimostrando grande ignoranza e dimenticando appositamente che il maggior numero di morti è dovuto ad attentati di suprematisti bianchi, e che la gram parte delle vittime di attentati di matrice integralista islamica sono proprio musulmani, il che, evidentemente, dimostra in modo incontrovertibile, se ve ne fosse bisogno, che solo una piccola parte degli islamici sono terroristi, proprio come solo una piccola parte di occidental sono suprematisti terroristi!

Per quanto riguarda il nostro territorio va invece segnalato il post facebook di Massimo Giorgetti, vicepresidente della Regione Veneto per Fratelli d’Italia, che ha scritto di non essere affatto contento della liberazione di Silvia, perché ora abbiamo (in Italia) un’islamica in più e 4 milioni in meno!

Il post di Massimo Giorgetti

La vicenda di Silvia riporta alla mente altri rapimenti, altre liberazioni e le stesse ingiurie. Ricordiamo bene, ad esempio, quella delle “due Simone” rapite in Iraq e sbeffeggiate dopo la liberazione per essere andate in luoghi così pericolosi, evidentemente appannaggio dei soli uomini. Ben altra sorte fu riservata agli aviatori Bellini e Cocciolone, abbattuti e catturati dall’esercito iracheno durante un bombardamento nella prima guerra del Golfo, e ricoperti di onore e promozioni alla loro liberazione per il coraggio dimostrato.

Ma il coraggio dimostrato dalle due Simone, come da Silvia, o da molti altri cooperanti e volontarie, che si sono recate in zone pericolose per portare solidarietà e aiuto, è, a nostro avviso, imcomparabilmente maggiore di quello di chi, ad esempio, sgancia bombe da 2mila metri di quota dall’interno di velivoli supertecnologici senza nemmeno saper bene chi ammazza, perché le bombe, proprio come i denigratori di Silvia, sono molto ciniche e poco intelligenti!