Non sono solo canzonette, Elena Donazzan non può ricoprire il ruolo di assessore all’Istruzione alla Regione Veneto.

12.1.21

L’assessore all’istruzione Donazzan indossa una collanina con croce celtica

Elena Donazzan, assessore all’istruzione, al lavoro e alla formazione per la Regione Veneto è ormai diventata famosa per le sue intemperanze nostalgiche. Sono davvero numerosi gli episodi che attestano la nostra affermazione. L’ultimo in ordine di tempo ha fatto scalpore. Si tratta di un video postato sui social nel quale la Donazzan canta “Faccetta nera”. Non paga di ciò, una volta contattata dalla trasmissione “La zanzara”, che le chiedeva conto dell’accaduto, ha cantato nuovamente il motivetto in diretta radio, affermando poi che “Faccetta nera” era una canzone alla quale era legato lo zio Costantino, aderente alla Repubblica Sociale, la stessa che un altro suo collega di partito, il veronese Massimo Mariotti, in occasione della Festività del 2 giugno, definì come l’unica vera repubblica. Sarebbe il caso di ricordarle che la bella abissina della canzoncina “goliardica” era probabilmente una delle tante bambine di dodici o tredici anni che dovevano provvedere al soddisfacimento dei bisogni sessuali dei giovani invasori italici, come lo stesso Indro Montanelli, protagonista di una di queste vicende, testimoniò in alcune interviste.

Evidentemente all’assessora tutto questo sembra del tutto normale e, sempre nella trasmissione radiofonica, è arrivata ad affermare che a quei tempi mentre in alcune case italiane si cantava “Faccetta nera” in altre si cantava “Bella Ciao”. Parrebbe quasi raccontare di un sereno festival canoro e, rispetto alla scelta di campo, lei non ha dubbi e afferma candidamente di preferire di gran lunga “Faccetta nera”!

La vicinanza di Elena Donazzan agli ambienti nostalgici dell’estrema destra è mal camuffata dietro la retorica della pacificazione nazionale. In un post facebook dell’anno scorso, ad esempio, nello spiegare come lei non partecipi alle commemorazioni della Festa della Liberazione, (di fatto disconoscendola), aspirando ad un più alto piano, (secondo il suo punto di vista) nel quale si arrivi alla commemorazione delle vittime di tutte le guerre e di tutte le fazioni in lotta al di là del chiarirne le responsabilità, scrive, in riferimento alla lotta tra repubblichini e antifascisti, di pregare per “coloro che hanno combattuto, chi per la libertà, chi per difendere l’Onore d’Italia”.

E’ in queste situazioni che Elena Donazzan, fervente cattolica, si commuove e prega. Nulla di sbagliato in questo, se non fosse per il fatto che questa fede la porta a considerare la sua religione superiore alle altre, e a dimenticare che la scuola è un’istituzione che deve rimanere laica.

E’ in questi casi che la Donazzan si commuove e prega. Prega molto l’assessora perché fervente cattolica. Non vi sarebbe nulla da ridire se non per il fatto che questo suo ardore per il primato della religione cattolica sulle altre, come da lei sostenuto in diverse occasioni, al punto tale che, in passato, dimenticando il ruolo laico che dovrebbe avere l’istruzione scolastica, materia di sua stretta competenza, è arrivata a proporre di “regalare” a tutti gli studenti e le studentesse della regione una Bibbia!

Vale la pena ricordare che il luogo dove l’assessora si reca ogni anno per commemorare il suo particolare 25 Aprile, Il Monte Como, è, a suo dire, una foiba dove vennero gettati soldati repubblichini e civili.

La tragedia delle foibe appassiona l’assessora all’istruzione che però, anche in questo caso, non riesce proprio a mantenere un comportamento oggettivo come il suo ruolo le imporrebbe. Nel 2019 “regalò” agli studenti e alle studentesse del Veneto un libro a fumetti dal nome “Foiba Rossa”, edito dalla casa editrice di estrema destra Ferrogallico, che ripercorre la storia di Norma Cossetto, infoibata dai partigiani titini nel 1943. La decontestualizzazione storica e un nazionalismo spinto che ammicca al regime fascista sono i tratti salienti del fumetto e vi invitiamo a leggerne una recensione non proprio edificante fatta dal famoso sito, appannaggio di storici, Novecento.org. L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, che ebbe l’ardire di criticare la scelta di Elena Donazzan contestando il “regalo”, incorse nelle ire dell’assessora, che minacciò addirittura lo scioglimento dell’associazione perchè “fomentatrice di odio”.

Ma il rapporto della Donazzan con i libri non prevede solamente il “regalo”, ma anche la censura. Nel 2011 propose di spedire una lettera a tutti i dirigenti scolastici veneti redigendo una lunga lista di autori, tra i quali Saviano, Evangelisti, WuMing e molti altri, che a suo dire erano cattivi maestri perchè sostenevano l’innocenza di Cesare Battisti, ex terrorista di estrema sinistra che, successivamente, sarà estradato e condannato in Italia.

Le vicende che abbiamo ripercorso è un parziale racconto delle azioni prevaricatorie messe in atto dalla Donazzan nella sua veste di assessora all’Istruzione. Riteniamo che lei non possa continuare a ricoprire un ruolo tanto delicato, nel quale l’equilibrio e il rispetto delle diverse culture e religioni che popolano gli istituti scolastici deve rappresentare criterio irrinunciabile.

Inoltre crediamo, come già detto in altre occasioni, che chi manifesti intendimenti riconducibili all’apologia del fascismo, siano o meno sanzionati giuridicamente, non abbia il diritto di ricoprire ruoli istituzionali in una Repubblica nata proprio dalla lotta al regime mussoliniano. In fondo è la stessa Elena Donazzan, in un’intervista rilasciata qualche anno fa a dichiarare che “l’antifascismo non è un valore”!

 

 

 

Tutti i soldi di Casa Pound

     29 dicembre 2020

 

 

 

 

Se c’è un elemento che colpisce nell’estrema destra neofascista  di oggi è il flusso di denaro frutto di attività commerciali e imprenditoriali che finisce poi per riversarsi nelle casse delle varie organizzazioni presenti nel nostro paese.

Casapound di questo è un esempio più che  evidente.

Dietro alla organizzazione che ha per simbolo la tartaruga frecciata, con base a Roma ma sedi e presenze in moltissime città italiane, tra cui Verona e Padova nel Veneto,  si possono tracciare tre filoni intorno ai quali girano alcuni personaggi di spicco di questo gruppo che, come vedremo, ricorrono in diverse situazioni, e   alleanze politico imprenditoriali anche a  livello internazionale che fruttano un notevole giro di soldi.

Questi tre filoni sono la ristorazione, la moda e l’editoria.

Ma, insieme a queste tre direttrici,  ci sono anche i finanziamenti che possiamo definire “istituzionali”, quelli che provengono dal 5 mille a vantaggio delle associazioni di area. E qui già si nota una caratteristica di questa formazione: la capacità di mimetismo, la presenza in diversi settori dalle onlus all’associazionismo culturale a quello, più frequentato nel loro caso, dell’associazionismo sportivo.

Intorno a Casapound ruota un universo di associazioni e gruppi: “La Salamandra”, ad esempio, è una onlus che si occupa di protezione civile che si è fatta conoscere soprattutto in occasione del terremoto in Italia centrale, anche se esisteva da prima.

A darle visibilità, un video girato ad Amatrice che mostra il soccorso di un anziano finito sotto le macerie.

“La Salamandra” è una onlus ma è anche  riconosciuta come organizzazione di protezione civile da alcune regioni italiane come ad esempio l’Emilia Romagna e la Campania.

Ma gli ambiti di azione sono i più vari: “La foresta che avanza”, sempre legata a Casapound, è invece un’associazione ecologista e antivivisezionista che fa campagne contro l’uso degli animali nel circo ma è anche la stessa sigla che ha ricostruito la scritta “dux” sul monte Giano, nell’Appennino abruzzese,  e che organizza la festa degli alberi ogni anno in onore di Arnaldo Mussolini.

Elia Rosati, nel suo libro “I fascisti del terzo millennio” (Mimesis, 2018) aveva messo a fuoco in modo estremamente chiaro questa strategia: “Spesso le onlus e le associazioni collaterali ai movimenti di estrema destra vengono inquadrate come la faccia pulita di queste realtà. Ma la situazione è più complessa. La strategia è di attirare militanti attraverso associazioni ambientalistiche, escursionistiche, sportive”.

A chi la carbonara? A noi

Che relazione ci può essere tra il mondo della ristorazione e i “fascisti del terzo millennio”? I ristoranti e le catene di ristoranti hanno avuto un autentico boom in questi ultimi anni complice anche l’enorme sviluppo del turismo- ovviamente in epoca preCovid-  soprattutto nelle città d’arte. E in questo mondo si sono buttati in tanti.

Gianluca Iannone e la sua compagna, Maria Bambina Crognale ad esempio.

I due rilevano un nome noto a Roma, l’Osteria Angelino dal 1899, vicino al Colosseo.

Proprietario è la Mag srl dietro cui troviamo la Crognale e Annamaria Grovino, giornalista de Il Secolo d’Italia.

Cucina romana, grande frequentazione di turisti ma anche un po’ una base accogliente e “rispettabile” per Iannone sfruttata per  incontri e colloqui. L’idea di rilevare il locale nasce insieme a Pierre Simoneau, francese, militante di estrema destra,  e da singolo  ristorante ora Angelino dal 1899 è diventata una vera e propria catena con 4 sedi, una addirittura in  Perù, a Lima.

E la Francia è un po’ la chiave per l’accesso a questo mondo per Casapound.

I rapporti coi camerati d’oltralpe si infittiscono e da rapporti politici diventano presto anche  commerciali.

L’ambiente neofascista francese che stabilisce questa alleanza imprenditoriale con Casapound è quella che esce dall’esperienza del Gud e che poi è passata al Front National della Le Pen.

Un legame così solido che a Roma sbarca un importante marchio francese della ristorazione, “Le Carrè francaise”: con due locali,  uno nell’elegante e centrale quartiere  Prati e l’altro a Monti.

Cucina francese, ostriche, cibi pregiati ma soprattutto un fatturato di più di mezzo milione di euro.

Proprietari di  “Le Carrè Monti” troviamo Chiara Del Fiacco, attivissima dentro Casapound, e uno degli avvocati dell’organizzazione Domenico di Tullio. In questo affare a metà tra la Francia e l’Italia entrano una serie di personaggi, come detto,  legati al Front National: Hildaz Mahe, e Sebastien de Boeldieu.

Un ambiente- quello del partito della Le Pen- che in Francia ha goduto dell’interesse e dei finanziamenti anche da parte della Russia che ha foraggiato varie organizzazione sovraniste e di estrema destra in mezza Europa.

De Boeldieu poi non è un personaggio di poco rilievo: è la persona che ha gestito  le ultime campagne elettorali della La Pen e che ha intessuto un’alleanza con ambienti vicinissimi a Bashar al Assad in Siria con una società chiamata Riwal.

Società anche questa sbarcata nel nostro paese- con la denominazione Riwal Italia- e che ha trovato sede in uno splendido e lussuoso palazzo del centro della capitale. Ma gli interessi di questo personaggio non finiscono qui: se la comunicazione politica è il suo mestiere perchè non praticarlo anche in Italia? A questo serve “Squadra Digitale”, società di comunicazione che la sede l’ha trovata in un luogo simbolico per il post fascismo italiano: via della Scrofa, siamo sempre a Roma, dove ha la sua sede la Fondazione  Alleanza Nazionale e la redazione de Il Secolo d’Italia.

 

Stile, affari e Casapound 

 

Insieme alla ristorazione- versione casareccia e versione “nouvelle cuisine”- troviamo però anche la moda.

Casapound ha una vera e propria ossessione per lo “stile” tanto da farne  un elemento importante che la differenzia dagli altri gruppi neofascisti oltre  ad essere una fonte di investimento e quindi di finanziamento per tutta la macchina organizzativa.

Dietro a Pivert, il nome scelto per la linea di abbigliamento, troviamo un altro dei personaggi più noti di Casapound, Francesco Polacchi.

Pivert vuole vestire “l’uomo che si sporca le mani ma non sopporta la massa, gli standard e le cose di tutti per tutti. L’uomo Pivert combatte sul ring o nella vita, non fa differenza”.

E Polacchi per combattere ha combattuto:  magari con una spranga tra le mani alla guida di un manipolo di suoi camerati del Blocco Studentesco come nel 2008  in piazza Navona. Una giornata di scontri tra l’organizzazione giovanile  di Casapound, il Blocco, e il movimento studentesco di allora. Tante le foto e i filmati che testimoniano il suo ruolo negli scontri. Un ruolo che viene riconosciuto anche nei processi che seguono quella giornata: Polacchi, che era il responsabile nazionale di Blocco studentesco a quel tempo, viene condannato infatti  ad  un anno e 4 mesi.

Il marchio Pivert però  circola e ha successo: i negozi aperti ora sono diventati 14 e la casa madre è sempre a Roma, non lontano dalla sede di Casapound. E il marchio riesce a farsi pubblicità anche con testimonial importanti: Matteo Salvini, ad esempio, che sfoggia un giubbino  Pivert per uno dei suoi innumerevoli selfie.

Ma  la moda per Casapound non è una novità: c’era già stata un’altra avventura in questo settore  con un’altra catena di negozi, prima di Pivert: ad aprire questa strada, con i “Badabinding Shop”, ancora Chiara Del Fiacco.

E assieme all’abbigliamento ora  ci sono anche le scarpe con un altra linea di prodotti, Stolen.

Libro, moschetto e fake news

Per un gruppo che punta all’egemonia nella propria area l’editoria e la comunicazione sono fondamentali e anche Casapound non sfugge a questa regola. Anche se l’organizzazione è più orientata all’azione e all’ imprenditoria- come queste vicende testimoniano- piuttosto che alla produzione teorica.

Ma una casa editrice ci vuole e Altaforte risponde a questa esigenza.

I nomi si rincorrono e i protagonisti sono sempre quelli: anche qui a fare da proprietario c’è ancora Francesco Polacchi che nelle interviste cerca di sostenere l’insostenibile, cioè l’estraneità di Altaforte al circuito dell’organizzazione politica.

“Io sono un editore- dice Polacchi- ma prima un militante di Casapound e non mi vergogno di questo”.

A gestire la casa editrice non è da solo: ad aiutarlo l’ex vicepresidente di Casapound Andrea Antonini protagonista dell’assalto alla redazione del programma “Chi l’ha visto?”- colpevole di avere trasmesso alcuni  video degli scontri di piazza Navona- negli studi della Rai,   assalto che Casapound definì “passeggiata futurista”.

La missione di Altaforte è quella tipica dell’editoria di ultradestra e sovranista, “dare spazio al pensiero non omologato”.

In catalogo troviamo “La dottrina del fascismo” di Mussolini e Gentile- a proposito di fascismo del terzo millennio- come “Diario di uno squadrista toscano” ma anche “Nascosti tra le foglie” di Franco Nerozzi, veronese, titolare della onlus Popoli, oppure “Ho difeso Licio Gelli” dell’avvocato Augusto Sinagra.

E troviamo anche le graphic novel su Sergio Ramelli e quella su Marta Cossetto, “Foiba rossa”, entrambi distribuiti  dal consigliere comunale veronese  di estrema destra Andrea Bacciga  nelle scuole cittadine.

Ma troviamo anche “Io sono Matteo Salvini”, libro intervista e ritratto del leader leghista curato dalla giornalista Chiara Giannini.

Un libro che è poi all’origine  della vicenda Altaforte-Salone del libro di Torino.

La casa editrice di Casapound era stata prima invitata, poi esclusa da quella che è la principale manifestazione dell’editoria del nostro paese. La rescissione del contratto tra Altaforte e il Salone era stata chiesta anche dal Comune di Torino e da altri soggetti istituzionali, ma ne era nata una polemica sui giornali e anche una causa giudiziaria, peraltro ancora in corso, con la richiesta di Altaforte, rappresentata dall’avvocato ex senatore di Forza Italia Paniz,  di 200 mila euro di risarcimento.

Ma la presenza editoriale di Casapound non si ferma alla casa editrice Altaforte: c’è spazio anche per un quotidiano online, che si definisce “sovranista”, Il Primato Nazionale, che esce anche nelle edicole come mensile.

La proprietà della testata è della società Sca 2080 e dietro questa sigla troviamo per l’ennesima volta Francesco Polacchi insieme stavolta al fratello Mauro.

Sca 2080 è legata, attraverso compartecipazioni, alla holding Minerva che ha svariate connessioni: tra le tante una società denominata Eized che fa capo a Lorenza Lei, la prima direttrice generale donna della Rai.

Primato Nazionale, nella versione mensile, ha una tiratura dichiarata di 20 mila copie, il suo direttore è Adriano Scianca, già responsabile nazionale per la cultura di Casapound.

Molte le firme di personaggi affermati: Vittorio Sgarbi, Alessandro Meluzzi, Diego Fusaro, il giornalista della Verità Francesco Borgonovo e il giornalista sportivo di Mediaset Paolo Bargiggia.

E moltissimi gli infortuni del mensile e quotidiano online sovranista, più volte accusato di diffondere notizie false o infondate.

Primato Nazionale attribuì infatti  a Carola Rackete una frase che la comandante della Sea Watch e attivista umanitaria non aveva mai pronunciato: “Berlino ci ordinò di portare i migranti in Italia”.

Una autentica fake news come la creazione in un laboratorio cinese del Covid 19, altro falso che ogni tanto torna nel dibattito pubblico italiano.

L’ultima comparsa in senato, grazie a Matteo Salvini. Ma tra i primi a diffonderla troviamo proprio l’organo di stampa di Casapound.

 

COMUNICATO STAMPA – Natale 2020, il regalo di Prefettura e Comune: centinaia di persone esposte al freddo e al coronavirus

24.12.20

Come è noto il decreto-legge cosiddetto Salva Italia, il n. 34 del 19 maggio 2020 poi convertito nella legge n. 77 del 17 luglio, prevedeva all’art. 103 di attivare quella che viene comunemente  chiamata sanatoria.

Al comma 1 erano i datori di lavoro ad inoltrare la richiesta, mentre secondo il comma 2 erano gli stessi migranti a farlo.

Sui requisiti di accesso nel corso dell’estate molti sono stati i dubbi.

Una circolare del ministero dell’Interno, da molte associazioni e realtà giuridiche ritenuta illegittima, ha stabilito che un richiedente asilo non potesse accedere alla sanatoria mediante il comma 2, lasciandogli come unica alternativa la rinuncia alla sua richiesta di protezione internazionale. Al comma 1 invece, attivato dai datori di lavoro, la richiesta di asilo poteva procedere.

Malgrado questo, molti richiedenti asilo si sono decisi a presentare istanza di sanatoria secondo il comma 2.

A Verona, grazie ad una rete di associazioni, sportelli dei diritti, sindacati, patronati e avvocati, si è realizzato il più alto numero di richieste di questo tipo in Italia con oltre 700 pratiche, quasi il doppio della stessa Milano che figurava al secondo posto con circa 400.

Un risultato importante che permetterà ad un numero considerevole di migranti di avere finalmente un permesso di soggiorno per lavoro.

Una buona parte di queste 700 persone viveva nei Centri di Accoglienza gestiti dalla Prefettura di Verona per i richiedenti asilo e, non risultando più tali dopo la rinuncia, avrebbero dovuto uscire da quel sistema.

Ma come, e quando? Questione posta da mesi alla Prefettura.

Il buon lavoro fatto a Verona potrebbe diventare, a causa della cattiva gestione istituzionale, un elemento problematico.

Trovare casa per uno straniero a Verona è un’impresa difficilissima, ma questo, si sa, non rientra tra le problematiche all’attenzione della politica e delle istituzioni veronesi.

Nessuno nel mezzo di una pandemia, all’inizio dell’inverno, in una situazione sociale così dura, dovrebbe sognarsi di mettere fuori dai centri di accoglienza centinaia di persone.

Nessuno a parte la Prefettura di Verona, che già in novembre ha provveduto a revocare l’accoglienza da un giorno all’altro a sei ragazzi che fortunatamenta hanno trovato una soluzione grazie alle associazioni di volontariato. Per il Prefetto che coordina il tavolo dell’emergenza Covid quelle persone avrebbero dovuto tranquillamente vivere in strada.

Nei giorni scorsi sono piovute altre decine di queste revoche, rilasciate a caso, anche a persone che ancora non sanno se la loro istanza di sanatoria è stata recepita.

Questo comportamento da parte della Prefettura è di una gravità e di una miopia imperdonabili.

Anziché accompagnare con tranquillità questo passaggio fondamentale di uscita, che vedrà Verona essere provincia virtuosa, si opta per la cacciata. Un boomerang sociale e istituzionale sciocco che getta ombre sulla capacità gestionale della Prefettura.

E tutto questo si riverserà sui Comuni, in primis quello di Verona, che vedrà aumentare considerevolmente il numero dei senzatetto.

Il Comune di Verona in ogni modo, con delibera di Giunta n 391 del 17 novembre 2020, ha deciso di non accogliere nei dormitori persone con permesso di soggiorno per richiedenti asilo. La logica è quella di rimandare alla Prefettura la sua responsabilità, fingendo di non sapere come funziona il sistema di accoglienza ministeriale, che sistema agevolmente chi arriva dal mare ma ha enormi difficoltà e tempi di attesa non sempre certi per chi è arrivato per altra via, come quella balcanica, ha difficoltà ad accogliere  richiedenti di rientro da altri paesi europei, ad accogliere nuclei familiari.

Ancora, la Prefettura revoca spesso accoglienze a causa del mancato rispetto delle regole interne del centro. Purtroppo l’ospite cacciato non ha quasi mai la possibilità di far valere le proprie ragioni, così il procedimento è a senso unico. Con il cambio della dirigenza in quest’ultimo anno abbiamo assistito ad un apparente cambiamento in questo senso, e gli ospiti hanno formalmente la possibilità di far sentire le proprie ragioni, ma le loro motivazioni vengono accolte con una rigidità che invalida l’apertura.

Altri motivi per cui un richiedente asilo potrebbe aver bisogno di essere accolto nei dormitori sono l’assurdo principio di non riammissione nel sistema una volta usciti e revoche dovute a regole come il divieto di allontanamento anche fosse per motivi di lavoro.

Il Comune ha fatto finta di non sapere che esistono centinaia di persone revocate per motivi diversi dalla rinuncia alla richiesta di asilo. Ma quelle persone esistono, sono lì e hanno davanti un inverno fatto di freddo e di nessuna possibilità di proteggersi dal Coronavirus e dalle multe e gli sgomberi.

La nostra proposta è semplice e precisa:

nessuna revoca fino a fine emergenza covid ed emergenza freddo, e accoglienza per tutti nei dormitori.

O verremo a bussare alle vostre porte

 

Rifondazione Comunista Verona, Circolo Pink – Pink Refuges, Potere al Popolo Verona, Adl Cobas, Laboratorio Autogestito Verona, Associazione Equilibrio Precario, Cub Verona, Osservatorio Migranti Verona, Pianeta Milk Verona, Non Una di Meno Verona, Infospazio 161, Sportello Sociale per i Diritti Verona, Assemblea 17 dicembre, Verona in Comune, Sinistra in Comune, PCI Verona, FGCI Verona, Rude Firm 1921, Sinistra Italiana Verona

 

ALLEGATI (a cura del Centro di Documentazione G.Bertani)

Legge n°77 del 17 luglio 2020. – Conversione in legge, con modifiche, del decreto legge n°34 del 19 maggio 2020, recante misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da Covid 19

 

Decreto Legge n°34 del 19 maggio 2020. – Il cosidetto “Decreto Rilancio” verrà modificato e tradotto nella Legge n°77 del 17.7.20

 

Dettaglio Comma 1 e Comma 2 dell’articolo 103 contenuto nel Decreto legge n°34 del 19 maggio 2020

 

Circolare del Ministero dell’Interno in data 19.6.20 con disposizioni aggiuntive al D.l. n°34 in materia di emersione

 

Circolare del Ministero dell’Interno in data 7.7.20 con disposizioni aggiuntive al D.l. n°34 in materia di regolarizzazione

 

Lettera alla Prefettura per chiedere il blocco delle revoche all’accoglienza. In data 12.11.20 e firmata da Osservatorio Migranti e sindacato Cub

 

Delibera del Comune di Verona n°391 del 17.11.20 in materia di accoglienza invernale per l’anno 2020-2021 e contrasto alla marginalità

 

Casa Pound tra ipocrisia e criminalità organizzata

 21 dicembre 2020

 

I militanti di Casa Pound stanno pattugliando il quartiere di Veronetta, dove già da tempo hanno aperto una sede, (“Il Mastino”), ubicata in via Nicola Mazza.

Si tratta di vere e proprie ronde, spesso contraddistinte dalla presenza del “vessillo italico”, che comportano talvolta comportamenti intimidatori e violenti.

Il loro intento, dicono, è quello di riportare ordine e sicurezza in un rione che è pericoloso per l’alto tasso di migranti che vi risiedono.

Definizioni che non rispondono al vero e pratiche che sono apertamente illegali.

Le loro ronde non apportano alcun giovamento agli eventuali problemi riguardanti la sicurezza ma, al contrario, ne aggiungono altri.

Potremmo chiudere così la vicenda, in modo lapidario e senza molte parole in più.

Ma quello che vorremmo evidenziare con questo articolo è l’ipocrisia di un movimento politico che in realtà nasconde, dietro un velo di retorica, ben altre vicende, in aperto contrasto con le affermazioni e le finalità che prova, nonostante tutto, a veicolare ad un’opinione pubblica disillusa e distratta.

Il fatto è che Casa Pound ha documentati intrecci con il clan mafioso degli Spada, a Ostia, e stretti legami con un boss camorrista dedito al traffico internazionale di droga o con organizzazioni impegnate nel reclutamento e nell’addestramento di mercenari e in tentativi di colpo di stato in paesi stranieri.

In fondo potremmo dire che non c’è nulla di nuovo in vista, perché i movimenti fascisti, da sempre, sono stati protagonisti di traffici e trame eversivi.

Casa Pound e il clan mafioso degli Spada.

 

Lo scenario inquietante che fa da sfondo a questa vicenda è quello di Roma e del suo litorale.

Il primo contatto evidente tra Casa Pound tra la famiglia Spada, (a detta degli inquirenti dedita all’usura, all’estorsione e al traffico di stupefacenti), risale all’8 dicembre del 2015, quando ad Ostia Nuova, (“territorio di famiglia”), e precisamente in Piazza Gasparri, Casa Pound organizzò la festa “Giovinezza in Piazza”. La motivazione ideale era quella di riqualificare il quartiere, liberandolo proprio dalla criminalità e dallo spaccio, ma l’iniziativa, come denunciarono al tempo i givani del Partito democratico in una nota, era organizzata in collaborazione con Famus Boxe, palestra di proprietà proprio della famiglia Spada e messa sotto sequestro per occupazione abusiva. Ad esaltare la buona riuscita della festa era Luca Marsella, all’epoca a capo del movimento per il litorale romano, e indagato, nel luglio 2019, per violenza privata aggravata dai futili motivi, proprio in merito alle ronde che i neofascisti conducevano nelle spiagge della costa romana. L’ennesimo ribaltamento della realtà, quindi, pratica alla quale le forze dell’estrema destra attingono da tempo, mostrandosi, ma solo apparentemente, paladini  della legalità, della giustizia, della sicurezza e della tutela dei cittadini. Se a compiere reati sono i forti detentori del potere malavitoso non esitano ad assoggettarsi ad essi; se invece sono i migranti senza voce che cercano di sopravvivere vendendo le loro merci sulle spiagge la violenza e l’arroganza rappresentano la quoridianità.

A dire il vero quell’iniziativa di piazza non è stato il primo abboccamento tra i “fascisti del terzo millennio”, (come amano definirsi), e la famiglia Spada.

Se infatti facciamo qualche passo indietro nel tempo scopriamo che, nel 2012, l’allora leader locale del movimento, Ferdinando Colloca, fece una società con il genero di Armando Spada, esponente di spicco del clan. Con la complicità dell’ex capo dell’ufficio tecnico del X Municipio di Roma tolsero al legittimo proprietario uno stabilimento balneare impossessandosene.

Colloca per questo motivo è stato condannato in primo grado per corruzione aggravata dal metodo mafioso, mentre Federica Angeli, cronista di Repubblica, per aver scritto della vicenda è per avere assistito ad una sparatoria che coinvolse due degli Spada, è costretta da diversi anni a vivere sotto scorta.

Nell’aprile del 2016, nell’ambito dell’inchiesta Sub Urbe dieci appartenenti alla famiglia Spada vennero arrestati. Il Gip di Roma Anna Maria Fattori scriveva che il clan si è fatto largo sul litorale tra minacce, tradimenti, “stanze delle torture” e pestaggi, “sostituendo il potere già detenuto dalla famiglia Fasciani con la quale era alleata e “prendendo possesso delle case popolari di gran parte di Ostia Ponente”.

Anche quest’ultima circostanza segnalata dal magistrato, se confrontata con il pogrom che nel 2019 i militanti di Casa Pound hanno scatenato, con violenze e intimidazioni inaudite a Casal Bruciato, rione della periferia romana, al fine di impedire l’ingresso di una famiglia rom in una casa popolare regolarmente assegnata, restituisce un’immagine estremamente ipocrita e vigliacca del movimento neofascista.

Nemmeno gli arresti e le incriminazioni servono, in ogni caso, ad interrompere Il sodalizio tra il clan Spada e Casa Pound, che si concretizza in modo ancor più forte nelle elezioni amministrative del 5 novembre del 2017. Roberto Spada, sul suo profilo facebook scrive:

” qua sto periodo se vedono tutti sti politici a raccontarci barzellette ,mai visti prima, e dopo le votazioni risparirranno a guardarsi i cazzi propri….gli unici sempre presenti sempre esclusivamente Casapound”……..e questa la realtà ho molti errano? Cosa hanno fatto le altre forze politiche in questi due anni?”

Il candidato di Casa Pound Luca Marsella assieme al mafioso Roberto Spada

 Solamente due giorni dopo, il 7 novembre, Roberto Spada reagirà violentemente ai giornalisti della trasmissione Rai “Nemo” e per questa reazione violenta verrà  condannato in Corte di Cassazione a sei anni di reclusione per lesioni aggravate dal metodo mafioso.

 

Casa Pound e il boss della camorra

 

Ma quello con il clan mafioso degli Spada non è certo l’unico connubio che i “fascisti del terzo millennio” intrattengono con la criminalità organizzata. Andrea Antonini, ad esempio, vicepresidente di Casa Pound Italia e attualmente indagato anche  per aver aggredito alcuni giornalisti, nell’aprile del 2016 è stato condannato a due anni di reclusione per aver fornito un documento d’identità falso ad un boss della camorra dedito al narcotraffico internazionale. Lo stesso Antonini, nel 2011 era stato gambizzato in circostanze mai chiarite. Le due vicende sono forse correlate tra loro? Antonini dichiarò che a sparargli in pieno giorno mentre, a bordo del suo scooter, percorreva la Via Flaminia a Roma, furono gli estremisti di sinistra, senza però portare alcun indizio rispetto a questa versione. Potrebbe essere stato, invece, un regolamento di conti nell’ambito del mondo della criminalità? Quale legame vi può essere tra Mario Santafede, il camorrista dedito al traffico internazionale di cocaina e il vicepresidente di Casa Pound?

 

L’omicidio Fanella

 

Giovanni Ceniti, nel momento in cui si svolge la vicenda che ci accingiamo a raccontare, non faceva più parte di Casa Pound. Era stato espulso un paio di anni prima non per comportamenti criminali, si affretta a spiegare Gianluca Iannone, per una “certa pigrizia intellettuale” che non si confaceva al ruolo di dirigente della zona di Verbania, in Piemonte, che ricopriva. Lo citiamo comunque perché riteniamo interessante il suo profilo alla luce dell’impegno “solidale” che egli elargì, mentre ancora faceva parte di Casa Pound, nel sostegno alla causa dell’etnia Karen, che analizzeremo nel prossimo paragrafo.

Fanella era il “cassiere” di Gennaro Mokbel, imprenditore legato all’estrema destra e autore della famosa maxi truffa ai danni di  Fastweb e Telecom Sparkle. Pare che l’obiettivo del sequestro e del conseguente omicidio fosse proprio quel “tesoretto”, quantificato in circa 50 milioni di euro, frutto della truffa stessa. Giovanni Ceniti, condannato a 20 anni per l’omicidio avvenuto nel 2014, ha fatto parte, fino al 2012, proprio di Casa Pound, e, in particolare, come responsabile della onlus “La Salamandra” nella zona di Verbania. La sua presenza in Birmania, come d’altra parte in Kosovo, è stata ampiamente documentata.

 

Casa Pound e i rapporti con i terroristi internazionali

 

L’incontro tra la Onlus Popoli e Casa Pound ha aperto la strada della Birmania ai neofascisti.

Popoli è un’associazione, apparentemente filantropica, nata in riva all’Adige per volontà del giornalista Franco Nerozzi che si autodefinisce “un bieco e delirante anticomunista”. Il cronista veronese è uno dei  fautori del comunitarismo, l’ideologia post-fascista che crede nel superamento del conflitto tra fascismo e comunismo in nome di un’alleanza in chiave antiamericana e antisemita. Inoltre è anche  un emulo di Bob Denard, il mito dei mercenari contemporanei.

La Onlus da lui fondata si occupava di sostenere la popolazione dei Karen, che dal 1948 si batte per sottrarsi all’assoggettamento del regime birmano. Negli anni sono stati costruiti, nel territorio della minoranza etnica, un ospedale da campo e due villaggi, “Little Verona” e “L’uomo libero”.

La Onlus di raccordo tra i neofascisti e il giornalista è “La Salamandra”, fondata nel 2009 e della quale, all’epoca dei fatti che vi stamo raccontando, era presidente proprio Pietro Casasanta, l’attivista di Casa Pound condannato assieme ad Antonini per il documento d’identità falso fornito al boss della camorra. Si tratta di una struttura associativa con compiti di protezione civile in Italia e all’estero.

Nel 2010 Nerozzi porta i neofascisti in Birmania, per mostrare loro i villaggi Karen. Nell’occasione entrano nel paese asiatico le figure apicali di Casa Pound, a cominciare dal suo fondatore Gianluca Iannone, (frontman del gruppo nazirock ZetaZeroAlfa), Andrea Antonini e, ovviamente, Pietro Casasanta. Con loro altri camerati dello stesso movimento, tra i quali figurano anche Giovanni Ceniti e Alberto Palladino. Da allora, ma alcune fonti dicono già dal 2008, diversi viaggi in Birmania sono stati affrontati dai militanti di Casa Pound.

Quest’ultimo personaggio non lo abbiamo ancora descritto. Ci apprestiamo a farlo visto che sarà uno dei maggiori “conferenzieri” che, in giro per l’Italia, racconteranno le gesta solidali di Casa Pound nei confronti dei popoli oppressi.

Alberto Palladino, nella notte del 13 novembre 2011 era alla testa di una quindicina di camerati armati di caschi, bastoni e mazze ferrate. L’aggressione a tre attivisti del Partito democratico gli costerà una condanna a due anni in primo grado.

Dopo poco tempo lo ritroviamo però come penna de “Il Giornale” diretto da Sallusti in qualità di “reporter di guerra” nell’occhiello guerra.it.  In quella veste Palladino dispensava elementi propagandistici cari al fascismo del ventennio, esaltando crismi nazionalistici e identitari. Tra gli altri articoli ne spiccano alcuni dal titolo inequivocabile: come: “I Karen tra identità e estinzione” o “Io, legionario cristiano contro il califfato”.

Le parole che il Palladino scriveva erano piene di retorica machista e militarista, come, ad esempio:

“C’è un indole antica sopita negli uomini è l’istinto al combattimento, alla reazione, alla difesa. Una tradizione che ricorre spesso nella storia europea”.

Chiudendo la parentesi di presentazione inerente Alberto Palladino, pensiamo sia utile chiedersi perché il movimento neofascista appronti una galassia di associazioni e onlus, alcune delle quali comunque rintracciabili sul suo stesso portale internet sotto la voce associazioni.

Evidentemente è difficile presentarsi in alcune circostanze, come nel caso del terremoto del centro Italia, dove Casa Pound si è improvvisata Protezione civile con “La Salamandra”, con la faccia violenta e razzista. Forse per questo nasce l’esigenza di trasformarsi, costruirsi una faccia diversa, caritatevole e solidale. In realtà, come testimoniano le violenze dei “legionari caritatevoli”, scavando appena sotto il trucco, si scopre per cio che davvero è.

Riprendendo il filo del racconto riguardante il sodalizio tra “Popoli” e “La Salamandra”, va sottolineato che esso si dipana anche a Verona, arrivando a propagandare il proprio “filantropismo” anche nelle scuole.

La conferenza di Popoli all’Istituto G.Marconi

Dal 12 al 14 gennaio del 2012, all’interno dell’Istituto tecnico G.Marconi, si tenne una tre giorni nella quale la presentazione dell’attività della Onlus Popoli si intervallò con proiezioni di film espressamente solidaristici e umanitari come…”John Rambo”! L’iniziativa, guarda caso, fù voluta dai tre rappresentanti di istituto eletti nelle liste di Blocco Studentesco, (la sezione giovanile di Casa Pound). Ne dava notizia la giornalista Alessandra Vaccari in un articolo su “L’Arena”, che, evidentemente entusiasta dell’iniziativa scrive che“se ai ragazzi vengono spiegate le cose per quello che sono, la loro attenzione resta alta”.

Una frase davvero infelice perché incurante della condanna inflitta proprio al fondatore della Onlus, Franco Nerozzi, (in seguito a patteggiamento e quindi riconoscimento del reato compiuto) per aver violato la legge «chi recluta, finanzia o istruisce persone con lo scopo di combattere in un territorio straniero». L’inchiesta svolta dalla Procura di Verona nel 2001 nacque quasi per caso in seguito al rinvenimento di alcune scritte antisemite sui muri della Sinagoga e della casa del rabbino, ma approdò ben presto a vicende ancora più oscure. Nel computer di Nerozzi vennero trovate fotografie che lo ritraevano assieme a diversi avventurieri nei territori dei Karen, attorniato da mitra, bombe di mortaio e granate. L’evoluzione dell’inchiesta portò alla luce un vero e proprio campo di addestramento per formare mercenari in vista di un colpo di stato alle Isole Comore, commissionato proprio da Bob Denard. All’epoca venne indagato anche Giulio Spiazzi, figlio del colonnello Amos, (implicato in molti deglli intrighi eversivi riconducibili all’estrema destra avvenuti in Italia). Giulio Spiazzi scelse come avvocato difensore proprio Roberto Bussinello, il camerata all’epoca a capo di Forza Nuova e che oggi invece è leader del movimento veronese di Casa Pound.

Le missioni umanitarie di Popoli rappresentarono quindi una copertura per gli addestramenti di mercenari.

Guerriglieri Karen con la bandiera di Casa Pound

In seguito all’inchiesta non vi fù, in ogni caso, alcuna presa di distanza di Casa Pound da Franco Nerozzi e, al contrario, il connubio continuò come nulla fosse accaduto, come dimostra, ad esempio, proprio l’iniziativa che si svolse all’iatituto G.Marconi ben sette anni dopo la condanna.

A ben vedere, viste le vicende che hanno coinvolto le figure apicali di Casa Pound Italia, anche se non vi è nessuna prova del coinvolgimento diretto nell’intrigo birmano, possiamo affermare che il militarismo machista e la mancanza di scrupoli del giornalista veronese era perlomeno condivisa dai “fascisti del terzo millennio”.

I militanti di Casa Pound combattenti nel Donbass

 

Se per quanto riguarda la Birmania sembra non vi siano evidenze di un coinvolgimento militare degli attivisti di Casa Pound nel conflitto tra guerriglieri Karen e truppe governative, parrebbe invece documentata la presenza di combattenti legati al movimento neofascista italiano nel teatro di guerra che vede l’Ucraina contrapposta alla Russia, tra i quali spiccano Alberto Palladino, detto “Zippo”, che abbiamo già incontrato nel paragrafo precedente, e Francesco Saverio Fontana.

Quest’ultimo si è arruolato nella squadraccia nera del battagione ucraino Azov, famoso per essere formato da elementi nazifascisti e protagonista di diversi crimini contro la popolazione civile.

In realtà le posizioni dell’estrema destra nel conflitto tra Russia e Ucraina sembrano confuse; non si è certi, a parte alcuni casi, del chi combatta per chi e se, in cambio dell’aiuto militare, vi sia un corrispettivo in denaro pagato ai combattenti o alle organizzazioni di provenienza, individuabili in Casa Pound e Forza Nuova. Un’analisi sicuramente complicata e che ci farebbe uscire dal tema della criminalità per approdare alla sfera squisitamente politica.

La bandiera di Casa Pound nel campo di addestramento neonazista di Carpathia Sich

…E poteva mancare il candidato massone?….

 

Il Fatto Quotidiano del 31 gennaio 2018 dàva notizia di un candidato a dir poco discutibile per quanto riguardava le elezioni politiche. Si tratta del numero uno in lista per Casa Pound nel Lazio e rispondeva al nome di Augusto Sinagra. Ex magistrato, avvoccato di Licio Gelli e di diversi collonnelli del dittatore argentino Videla. Piduista, con tessera n°2234, della Loggia massonica che, negli anni ’70, tra i suoi iscritti annoverava molti soggetti che cospiravano per fomentare in Italia un golpe fascista di stampo sudamericano. Sinagra precisa che in realtà lui non riuscì mai ad entrare ufficialmente nella loggia del “Venerabile” perché “sequestrarono le liste prima della mia iniziazione”

Nella sua carriera avvocatizia Sinagra, che vanta il titolo di Console onorario della Repubblica Turca di Cipro, ha anche rappresentato proprio il governo turco contro Ocalan in occasione della sua estradizione dall’Italia. Tra i colonnelli difesi da Sinagra figura anche Jorge Antonio Olivera che fù scarcerato clamorosamente nel 2000 dalla Corte d’Appello di Roma in seguito alla presentazione di un certificato poi rivelatosi falso. Olivera era un torturatore accusato di aver reso desaparecida una ragazza francese dopo averla violentata. L’ex magistrato figura anche tra i fondatori di Alleanza Nazionale e con i nazisti Merlino e Signorelli ha fatto parte della “Consulta per la revidione storica”. Il primo, Mario Merlino, dopo aver seguito un addestramento, nel 1968, alle tecniche di infiltrazione in Grecia, all’epoca del regime dei colonnelli ha utilizzato le conoscenze acquisite ai danni dei  gruppi anarchici romani, dopo aver militato nella comitiva neofascista tra i quali spiccava Stefano Dalle Chiaie. Per quanto riguarda Paolo Signorelli egli è noto come intellettuale nazifascista, fondatore e collaboratore di diverse riviste d’area.

L’ex giudice Carlo Palermo ritiene Augusto Sinagra “frequentatore del circolo trapanese di Salvatore Scontrino dove nell’86 i carabinieri scoprirono sei logge massoniche e una superloggia coperta denominata Loggia C punto d’incontro fra massonerie e cupola mafiosa”

Altri frequentatori del circolo erano il principe Alliata di Monreale, coinvolto in diversi episodi della strategia della tensione e Michele Papa, l’agente Z del Sismi che, secondo l’ex giudice Palermo, rappresentava gli interessi di Gheddafi in Italia.

Ecco, ora, quando vedete i palestrati ragazzotti di Casa Pound impegnati a pattugliare le strade per garantire la “sicurezza” dei cittadini (rigorosamente italiani), o leggete articoli nei quali viene esaltata la loro sensibilità nel distribuire qualche pacco di pasta, sapete di quale organizzazione criminale fanno parte, e potete ben capire perché essi non possono risolvere alcun problema, rappresentando in realtà una pericolosità aggiuntiva.

Verona non sarà capitale italiana della cultura. Le lacrime di coccodrillo versate dal sindaco Sboarina

22 novembre 2020

 

Verona non solo non sarà Capitale italiana della Cultura per l’anno 2022, ma si è vista umiliata con l’esclusione anche dalla selezione che ha scelto le dieci finaliste.

Le ragioni per le quali tutto questo è avvenuto sono diverse.

Va detto, innanzitutto, che dal punto di vista del patrimonio monumentale, museale, bibliotecario, storico, Verona avrebbe avuto diversi assi nella manica, vantando ad esempio alcune unicità mondiali, come l’anfiteatro romano all’aperto più grande e importante, o l’essere l’unica città a che può fregiarsi di una tradizione dantesca, ma anche shakespeariana, fino alla diversificazione delle sue mura, che comprendono manufatti di epoca romana, longobarda, scaligera, veneziana e austriaca. La Biblioteca Capitolare è stata a lungo una delle più importanti d’Europa, mentre il Musero di Scienze Naturale racchiude, tra gli altri, pezzi rarissimi che lo contraddistinguono a livello continentale.

Ci fermiamo qui, ma l’elenco delle magnificenze della nostra città potrebbero continuare a lungo, ma, evdentemente, non bastano le vestigia del passato per decretarla capitale della cultura.

L’amministrazione Sboarina ha cercato di fare tutto da sola, senza avvalersi dell’aiuto di esperti e studiosi, senza coinvolgere attivamente le piccole realtà culturali che lavorano quotidianamente sul territorio e affidando il compito di redigere il dossier relativo al bando ad agenzie esterne all’amministrazione stessa.

La visione culturale della giunta comunale, d’altra parte, è stata sempre incentrata sul gigantismo dei grandi eventi, e dei grandi autori, promuovendo spesso il “divertimentificio” e penalizzando le produzioni del territorio, “colpevoli” forse di non avere abbastanza “mercato” e visibilità.

Uno degli esempi più eclatanti di queste pulsioni, (che non esitiamo a definire insane proprio per il danno che arrecano alla cultura veronese), è riscontrabile nella cosidetta “rigenerazione” del quartiere universitario e multietnico di Veronetta, nel quale noi stessi abbiamo aperto la sede. Veronetta è una vera è propria fucina di attività culturali e sociali autorganizzate e autoprodotte. La volontà politica dell’amministrazione è quella di “normalizzare” il quartiere, rendendolo forse più “pulito” e “decoroso”, ma anche asettico e impersonale, azzerando così la sua linfa vitale. Invece di fornire strumenti e servizi al caleidoscopio rappresentato dal rione storico per permetterne la crescita, la giunta, nel gennaio del 2019, ha pensato bene di cancellare d’imperio la programmazione dell’unico teatro esistente nella zona, (da sempre, e per statuto, dedicato al sociale), per consegnarlo allo showmen Adriano Celentano che lo ha trasformato in un set televisivo da dove veicolare sulla rete nazionale Canale 5 la sua ultima produzione, quell’”Adrian”, che di teatrale aveva davvero poco o nulla, e che si è rivelato un incredibile flop, sia dal punto di vista artistico che di audience, al punto da essere clamorosamente interrotto e sepolto.

L’interno del Teatro Camploy

Ma se parliamo di cultura non possiamo fare a meno di accennare alla situazione della Fondazione Arena, l’ente, presieduto da regolamento dal sindaco, che è stato portato sull’orlo del fallimento nonostante le sue produzioni inerenti il Festival lirico areniano siano un eccellenza a livello mondiale. I “bilanci creativi” dell’amministrazione Tosi hanno consegnato la Fondazione nelle mani dei commissari governativi, che hanno decretato, con il plauso di un sindaco che ne avrebbe comunque preferito la privatizzazione, sacrifici immani a carico di artisti e maestranze. Il licenziamento del corpo di ballo, fortemente voluto da Flavio Tosi, rappresenta ancora oggi una grave ferita, non sanata dal successore Federico Sboarina, nonostante le promesse elettorali.

Rispetto al tema della scarsissima attenzione dedicata ai circuiti di settore, da quello cinematografico, a quello teatrale, letterario ecc…, pensiamo sia rilevante la relazione che il regista veronese Alessandro Anderloni ha argomentato durante una seduta della Commissione Cultura. Si tratta di un documento che, nonostante risalga al 2 ottobre 2018, a nostro avviso mantiene inalterato, purtroppo, tutto il suo impianto. Nel file audio originale, che era archiviato nel portale del Comune di Verona, ma che oggi risulta rimosso, si sentiva il consigliere Andrea Bacciga, oggi nominato alla vicepresidenza della stessa Commissione, (nonostante abbia un processo in corso con l’accusa di essersi esibito in aula consiliare in un saluto fascista), abbandonare indispettito l’aula in segno di forte critica verso le parole di Anderloni.

Ci colpisce particolarmente, visto che abbiamo intitolato il Centro di documentazione alla sua persona, la sostanziale indifferenza rispetto alla figura di Giorgio Bertani, l’editore eclettico e ribelle che era stato anche nominato membro onorario della Società Letteraria di Verona. Se non fosse stato per l’interessamento di alcuni attivisti veronesi e per l’impegno di Marc Tibaldi, che hanno anche prodotto un docufilm sulla sua opera e sul contesto nel quale viveva, la sua dedizione al mondo della cultura sarebbe caduto nel dimenticatoio con il beneplacito dell’amministrazione Sboarina.

Visto che il sindaco Sboarina e la sua giunta, nei giorni scorsi, hanno fatto esercizio di vittimismo e indignazione rispetto alla decisione della giuria che ha estromesso Verona dalla gara, buttandola in politica e accusando i giurati di voler favorire le candidature di città governate dal centrosinistra, bocciando invece quelle amministrate dal centrodestra, non possiamo certo esimerci dal seguire il sindaco sullo stesso terreno da lui proposto.

Noi pensiamo che la cultura, quella con la C maiuscola, dovrebbe rappresentare uno strumento di apertura nei confronti delle diverse soggettività che vivono sul territorio, favorendone la crescita, (non solo dal punto di vista economico) e il confronto.

La cultura, a nostro avviso, ha davvero poco a che fare con i muri, fisici o virtuali che siano, tesi a limitare proprio i valori insiti nel concetto più alto di cultura. Non ha a che fare con la propagazione dell’odio, del sospetto, o con il tentativo di ledere i diritti di chi è ritenuto “diverso”, e non ha a che fare nemmeno con la censura.

Insomma, per dirla con le parole di Alessandro Anderloni, la cultura dovrebbe essere inclusiva e non tesa ad escludere!

Ebbene, tutte queste modalità sono invece ben radicate nell’ideologia di gran parte delle destre, sia di quelle appartenenti all’ultradestra, sia in quelle più istituzionali, alle quali il sindaco Sboarina e la sua giunta attingono a piene mani.

Davvero il sindaco pensava di poter censurare come se nulla fosse quei libri che affrontano la tematica omosessuali come espressione di libertà, arrivando persino a ritirare quelli già presenti nelle biblioteche pubbliche e nelle scuole, tenendo così fede a quanto sta scritto nel suo programma elettorale?

Davvero credeva che le ripetute affermazioni e mozioni sessiste e omofobe, o i sistematici patrocinii e finanziamenti concessi ad eventi di carattere discriminatorio e che strizzano l’occhio all’ideologia nazifascista, non avrebbero pesato sulla bilancia delle decisioni?

E l’organizzazione di un Convegno mondiale, quello delle famiglie (esclusivamente “naturali”), tenutosi a Verona nel marzo del 2019, e fortemente voluto dai consiglieri della maggioranza e adagiato in un contesto fortemente antiabortista e sessista, è forse stato un buon viatico per presentare la candidatura o, invece, ha gettato l’ennesima ombra oscurantista sulla nostra città, prima in assoluto ad ospitare quel baraccone demenziale in tutta l’Europa occidentale?

L’imponenete corteo organizzato da Non Una di Meno che ha attraversato le vie di Verona contrapponendosi al Convegno mondiale delle famiglie

Tornando poi sul già nominato Andrea Bacciga, il vicepresidente della Commissione Cultura, non crediamo sia stata considerata con entusiasmo dai giurati l’episodio che lo ha visto protagonista del “dono” di quindici libri inneggianti al nazifascismo recapitato alla Biblioteca Civica.

Sono solamente alcune delle vicende più eclatanti che hanno costruito lo “spessore culturale” della giunta Sboarina, e che hanno mortificato e umiliato la città, troppe volte finita sulle pagine dei giornali nazionali per motivazioni che traspirano ignoranza e non certo cultura. Le colpe non sono attribuibili solamente all’amministrazione vigente, ma sono il risultato di un lunghissimo perìodo nel quale le pulsioni più retrive hanno alimentato una certa politica e da essa sono state restituite come un’onda ad investire ampie fasce di popolazione, mentre altri, anche se non imbevuti dall’aquitrino formatosi, per troppo tempo si sono limitati a minimizzare crogiolandosi nella loro inconsapevolezza.

Il fatto è che Verona, per ambire a diventare Capitale della Cultura, dovrebbe avere ben altri amministratori. Non possiamo che essere rammaricati per l’esclusione di Verona dalla possibilità di competere per quell’importante titolo ma, nello stesso tempo, avremmo considerato il contrario come un segnale davvero pericoloso, in quanto avrebbe costituito l’ennesimo sdoganamento dell’ignoranza che si atteggia a cultura!

Gli studenti protestano e vogliono risposte…Qualcuno è in asolto?

18 novembre 2020

La locandina dell’iniziativa

 

Ieri gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado hanno messo in scena dei flash-mob davanti ad alcuni istituti cittadini. Si tratta di un’iniziativa nazionale concordata con Priorita alla scuola e Ridateci il futuro, e condotta a Verona dalla Rete degli Studenti Medi.

Essi rivendicano il diritto al tornare nelle aule in presenza, per evitare che, come scrivono in un comunicato stampa, “un’emergenza ne crei un’altra”.

 Non si tratta nè di sottovalutare la pandemia, ma semplicemente di agire con un minimo di buon senso e alla luce dei dati che certificano la scuola come luogo

Ma perché sacrificare la scuola e mettere in gioco il futuro di ragazzi che già hanno pagato un alto prezzo durante la prima ondata di emergenza sanitaria? Perché creare i presupposti per un ulteriore aumenti dell’abbandono scolastico? La scuola dovrebbe essere uno strumento per dare la possibilità a tutte e tutti di non rimanere indietro, riuscendo a colmare le differenze sociali che sono create dal mondo degli adulti e che i ragazzi subiscono loro malgrado. Nemmono in condizioni normali questo principio basilare è sempre garantito, e figuriamoci cosa può accadere in regime di didattica a distanza, quando non tutti partono dalle stesse condizioni, perché alcune famiglie non hanno la connessione internet, altre non hanno il denaro per acquistare i computer o i tablet, e altre ancora vivono in spazi così ristretti da non permettere una soluzione adeguata per seguire le  lezioni.

Ma la scuola è anche fucina di socialità, una necessità alla quale i giovani hanno già rinunciato per diversi mesi e alla quale, proprio per la loro formazione e il loro benessere, non possono rinunciare nuovamente.

Non si tratta di egoismo, come qualcuno potrebbe pensare, perché il presupposto dal quele parte il nostro ragionamento, lo ricordiamo, sono sempre e solo i dati del contagio nelle scuole, forniti dalle autorità competenti.

Tutti devono fare la loro parte, si continua a ripetere, ma pare sia un messaggio inascoltato. Prestando ancora attenzione ai dati è stato ampiamente chiarito che i contagi che si verificano tra gli studenti, e non solo, sono dovuti al mancato adeguamento del trasporto pubblico.

L’estate scorsa sarebbe stato il momento delle scelte e delle azioni e invece, pre quanto riguarda questa tematica, si è forse preferito pensare che il problema non si sarebbe ripresentato.

Il governo era troppo impegnato nel glorificare la mignificenza del caso Italia, così risolutivo nello sconfiggere l’epidenia da apparire ormai un modello vincente e studiato nel mondo. L’opposizione si spingeva a dichiarazioni pericolose affermando che il virus non esisteva più, o era talmente depotenziato da rendere inutili le mascherine. Entrambi minimizzavano la possibilità di un ritorno dell’emergenza, troppo occupati nel favorire la stagione turistica e a far ripartire gli affari. Chi provava a mettere in guardia dal facile ottimismo, scienziati compresi, veniva ignorato o additato come corvo terrorista.

E’ stato questo il brodo nel quale alcune prevenzioni dirimenti sono state accantonate, salvo poi, all’ultimo momento, cercare di porvi parzialmente rimedio con ordinanze e decreti framcamente ridicoli. La capienza sui trasporti pubblici ridotta all’80%, (mica poco tra l’altro) senza nemmeno indicare chi e come avrebbe potuto effettivamente controllare l’afflusso delle persone ne è forse l’emblema. Il braccio di ferro tra Regioni e Governo nell’occasione è riaffiorato dirompente ed è stato risolto con compromessi mai all’altezza della situazione.

Difficile anche attribuire le responsabilità di tutti questi errori e delle sottovalutazioni. Le regioni accusano il governo, che sicuramente ha delle colpe, dimenticando però che la riforma del titolo quinto delega proprio alle regioni tematiche come quelle inerenti il trasporto pubblico, devolvendo ad esse il denaro necessario.

In fondo sarebbe forse bastato stipulare convenzioni tra regioni e ditte private del trasporto turistiche, concedendo loro un adeguato compenso in un momento nel quale sono totalmente inattive.

Lo scontro tra regioni e stato centrale è del tutto incacettabile ma con esso si raggiunge il torbido obiettivo di nascondere le responsabilità, di non far uscire la polvere da sotto il tappeto.

A farne le spese sono stati i contagiati, e purtroppo i molti morti, che nella prima ondata si sono registrati a Bergamo e in gran parte della Lombardia, a causa della mancata chiusura della Val Seriana, oggetto di un rimpallo di responsabilità che ha eretto una vera e propria cortina fumogena.

Oggi invece, per le stesse identiche modalità, nè pagano il conto gran parte dei ragazzi, costretti ad una didattica a distanza che li preclude alla socialità, ad una formazione adeguata e, in alcuni casi, allo stesso diritto allo studio sancito nella Costituzione.

Gli studenti, con le loro iniziative di ieri in tutta Italia, chiedono se, almeno ora, si stanno prendendo quei provvedimenti che sono mancati fino ad oggi per tornare nelle aule in prsenza e in sicurezza…Toc, Toc, Toc…C’è qualcuno nei Palazzi dove si prendono le decisioni? Qualcuno risponde? O dovranno buttare giù la porta?

(le foto sono state tratte dalla pagina facebook di Rete Studenti Medi Verona)

COMUNICATI STAMPA:

17.11.15 Rete degli Studenti Medi Verona #Ancora_dimenticati

RASSEGNA STAMPA:

20.11.17 Veronasera “La scuola si fa a scuola”. Sit-in di protesta davanti agli istituti chiusi”.

Un presidio vincente e l’imprescindibilità di un reddito universale di esistenza

14 novembre 2020

 

La locandina dell’iniziativa

Ieri mattina si è tenuto un presidio davanti alla sede della municipalizzata di Verona Agsm, erogatrice di acqua, corrente elettrica e gas. La protesta è stata motivata dalla necessità di risolvere una vicenda legata al distacco di luce e gas subita da una famiglia che non riesce più a pagare le bollette.

In realtà la situazione portata alla ribalta ieri è paradigmatica rispetto alle molte famiglie, o persone singole, che sono in grave difficoltà economica a causa delle attuali difficoltà nel percepire reddito in questo perìodo contraddistinto dalla mancanza totale di “ristoro” nei confronti di chi è già penalizzato dal lavoro nero o di chi è sottoposto a contratti di lavoro talmente precari da non poter accedere comunque a nessun tipo di amortizzatore sociale.

La questione del reddito, inteso come strumento per continuare a soppravvivere al di là dell’effettiva possibilità di lavorare, diventa oggi centrale, e dovrebbe assumere ancor più centralità anche dopo che la crisi pandemica sarà risolta, perché in ogni caso la precerietà di milioni di persone sacrificate allo “sforzo produttivo” non è più accettabile.

Il ritorno alla normalità da più parti invocato rappresenta per molti un incubo, perché proprio quella normalità costituisce il problema.

Affrontare in questo articolo le connessioni tra la pandemia e l’attuale sistema economico capitalista non è possibile perche equivarrebbe a lanciare slogan senza proporre un’analisi ponderata, come solitamente siamo abituati a fare, ma, in attesa di affrontare tale argomento in modo più complesso, riteniamo di non poterci esimere dall’indicare proprio questo tipo di sistema produttivo come responsabile principale della pandemia.

Anche per questo pensiamo che tutte le iniziative tese alla redistribuzione della ricchezza siano, anche eticamente, imprescindibili. Il denaro per istituire un reddito universale a prescindere dalla situazione lavorativa vanno presi a chi, anche in questi mesi, sta aumentando i profitti in modo esponenziale. L’iniziativa più semplice e veloce per affrontare le posizioni più drammatiche è sicuramente la tassa patrimoniale che, mentre nel nostro paese resta un tabù, è stata già introdotta in un altro paese dell’Unione Europea come la Spagna.

 Un reddito svincolato dal lavoro è tanto più necessario anche perché è logico immaginare che la maggior parte dei prossimi investimenti privati, tanto anelati da tutta la politica e la classe imprenditoriale, saranno destinati, per quanto possibile, alla sostituzione della forza lavoro con i robot e le macchine, in nome di una trasformazione industriale peraltro già iniziata da tempo, ma destinata ad una notevole accelerazione, finalizzata al mantenimento del massimo profitto anche nel caso di eventuali prossimie pandemie  che causerebbero nuovi blocchi produttivi.

 

 

Tornando al presidio davanti all’Agsm, che tutto ciò sottende, segnaliamo che i promotori dell’iniziativa, (Laboratorio Autogestito Paratodos, Falegnameria Resistente e Adl Cobas) sono riusciti ad ottenere un incontro con il Presidente della municipalizzata, che ha preso l’impegno, tutto da verificare al di là degli annunci, di bloccare i distacchi di luce, acqua e gas per un lungo perìodo, e a farsi parte attiva anche verso il Comune perché dia tempestive informazioni riguardo alle morosità , cosa che oggi non avviene.

Nel contempo gli stessi promotori,  assieme all’associazione “Equilibrio Precario” hanno aperto uno sportello sociale denominato “Stop bollette e taglio utenze” con l’obiettivo di supportare le persone che riscontrano queste problematiche.

Per Informazioni

adlcobasverona@gmail.com

paratods19@gmail.co

Dove va l’America? Trump, verso la sconfitta, prova ad incendiare le polveri

5 novembre 2020

 

 

 

Ieri mattina presto l’elezione di Joe Baiden alla Casa Bianca pareva compromessa, ma già a metà mattinata abbiamo assistito ad un’inversione di tendenza. Il candidato democratico è passato avanti nei conteggi in Michigan e Wisconsin, come peraltro in Nevada e Arizona. I primi due stati sono stati attribuiri ai democratici mentre negli altri due, oltre a Pennsylvania, Gerorgia e Carolina del Nord, lo spoglio prosegue.

Un record Baiden lo ha già raggiunto, ottenendo il maggior numero di voti mai quantificati da un candidato durante la lunga storia elettorale statunitense. Il merito, in questo caso, più che a lui va però attribuito al presidente in carico, talmente divisivo da aver trasformato la tornata elettorale in un referendum sulla sua gestione presidenziale, oltre chè sulla sua persona, dal carattere spigoloso, ambiguo e contigua alle posizioni dei suprematisti bianchi. Moltissimi americani probabilmente hanno votato Baiden turandosi il naso perché, al di là della sua esperienza politica di lunghissimo corso, egli esprime posizioni moderate e centriste, tanto che, su alcune questioni, è sicuramente più vicino alle rivendicazioni repubblicane che a quelle della sinistra del suo stesso partito.

Sta di fatto che la situazione è tale per cui anche noi, che ci definiamo “di sinistra” senza se e senza ma, ci troviamo a tifare per Joe Baiden.

Il ribaltamento dei primi risultati che parevano dare a Donald Trump una certa sicurezza è dovuto anche all’enorme afflusso di voti postali.

Si tratta di una tipologia di votazione in voga fin dai tempi della Guerra civile americana, quando la si inaugurò per permettere ai soldati di votare, e fino ad ora, a dispetto delle affermazioni di Trump, non è mai stato dimostrato che si sia prestata a brogli nel suo utilizzoi. La campagna elettorale dell’attuale inquilino della Casa Bianca è stata contraddistinta dai tentativi di sabotare il voto postale perché, ha dichiarato csndidamente Trump, “favorisce i democratici”. In effetti questo è ampiamente dimostrato dal fatto che interessa principalmente i grandi centri urbani, normalmente appannaggio del voto democratico, ma anche questo voro è, ovviamente, del tutto legittimo. Questa tendenza è incentivata, quest’anno, dalla paura di infettarsi durante l’attesa nelle code ai seggi.

Trump per questo sta cercando di veicolare il messaggio che solamente i voti espressi direttamente nei seggi siano legittimi e, per avvallarlo, sta provando a interrompere lo spoglio nei seggi degli stati in bilico che si apprestano a scrutare proprio i voti postali, dopo aver rivolto la stessa azione al voto diretto.

 In realtà, quello che si prefigura come un tentativo di scippo elettorale da parte del presidente, non sta decollando  e si riduce, fino ad ora, alla concessione da parte dei giudici che sono chiamati ad esprimersi sulle cause intentate da Trump, di un maggior controllo da parte dei repubblicani sulle operazioni di voto in Pennsylvania. Una situazione che, se si può definire sicuramente intimidatoria, non permette però, come auspicato, il blocco del conteggio dei voti.

Rispetto a questa forzatura, (cosa ben diversa dal riconteggio dei voti, prassi normale in caso di distanze minime tra i candidati e già utilizzato anche dai democratici), pare che gli stessi maggiorenti del partito repubblicano si mantengano abbastanza distaccati, dopo aver anche, in alcuni casi, criticato aspramente Trump per essersi attribuito, nelle ore scorse, la vittoria mentre il conteggio era ancora ampiamente in corso. Il risultato per i repubblicani è in ogni caso davvero positivo, e forse ad alcuni di loro non dispiacerebbe liberarsi di Trump che, lo ricordiamo, rappresenta comunque un corpo estraneo nel partito.

L’attaccamento alla presidenza di Donald Trump non è dovuta semplicemente alla “passione politica” o ad una sana competizione, seppure aspra. Quello che spaventa il presidente è in realtà la possibilità concreta che, una volta persa l’immunità presidenziale, possa ritrovarsi al centro di numerose inchieste giuridiche e congressuali. Non dimentichiamo che l’apparente opulenta ricchezza di Trump nasconde l’opacità delle origini di quello che è effettivamente stato il suo patrimonio, ma anche un debito attuale di 409 milioni di dollari, gran parte dei quali dovrebbero essere restituiti nei prossimi tre anni.

Insomma, potremmo ben dire che la parabola di Trump, “sceso in campo” per salvare le sue aziende, ricorda quella del famoso imprenditore brianzolo sceso nell’agone politico con le stesse motivazioni.

Tutta questa incertezza e le manovre del presidente per invalidare parte dei voti, unitamente alla denuncia di brogli, senza peraltro dimostrarli, sta creando una situazione di alta tensione. Diversi cortei, sia di sostenitori repubblicani che democratici, stanno attraversando molte città degli Stati Uniti. Intimidazioni repubblicane si registrano al di fuori dei seggi in Pennsylvania e Arizona e alcuni arresti sono avvenuti a New York. Per ora niente di eclatante ma se Trump continuasse, come pare intenzionato, a tirare la corda bloccando le operazioni di voto, aizzando nel contempo il suo elettorato, le cose potrebbero precipitare.

Zaia, il “Re del Veneto”, immune al senso di decenza!

Abbiamo scoperto, sfogliando i quotidiani dei giorni scorsi, che la famosa app Immuni, quella ritenuta indispensabile per tracciare gli eventuali contatti con soggetti positivi, in Veneto non ha mai funzionato.

Il problema non è riscontrabile in qualche errore nel sistema dell’app stessa, ma nel fatto che la Regione non ha mai approntato le procedure per attivarla.

Il caso è venuto alla luce grazie ad un cittadino padovano che, dopo aver riscontrato la sua positività attraverso il classico tampone, ha comunicato, in un eccesso di zelo, il suo codice personale all’Ulss di competenza affinchè fosse inserito nella banca dati dei tracciamenti ma, a quel punto, si è sentito rispondere che il suo gesto era inutile in quanto i dati non vengono caricati proprio perché l’app Immuni, nella Regione Veneto, non è mai stata attivata!

 

La vicenda pare non abbia suscitato tutto lo scalpore che meriterebbe, soprattutto in un momento nel quale la curva dei contagi pare tornata a crescere in modo inesorabile.

L’ente preposto, che pare essere proprio quello diretto dalla dottoressa Francesca Russo, si è affrettato a dire che nei prossimi giorni il “problema” verrà risolto.

Di fronte ad una mancanza così macroscopica ci saremmo aspettiati un minimo di autocritica, se non delle scuse vere e proprie, ma il governatore del Veneto pare essere stato molto superficiale e generico rispetto alla vicenda, preferendo evidentemente mantenere un basso profilo nella speranza che la questione si sgonfiasse.

Un comportamento che, vista la posta in gioco, è sicuramente grave, ma che acquista ulteriore gravità se ripercorriamo alcune delle vicende degli ultimi mesi,

Luca Zaia, infatti, è stato rieletto alla guida della Regione anche grazie alla narrativa, veicolata in tutti i modi, del vincente “modello veneto” nel contrasto nella fase più dolorosa dell’epidemia sanitaria. Nelle conferenze stampa quotidiane  ha vantato, giorno dopo giorno, i meriti di un sistema preso a modello a livello internazionale.

L’occupazione dei mass media non è però stato l’unico modo nel quale Luca Zaia, strumentalizzando la lotta al Coronavirus attribuendosi meriti non suoi, ha costruito la suggestione che l’ha portato ad una vittoria plebiscitaria.

La zampata finale della campagna elettorale, definita dall’opposizione “Propaganda da Corea del Nord-Est”, è stata la pubblicazione di un diario-fumetto, dedicato agli alunni delle scuole primarie venete, che racconta la saga del “Re del Veneto”, (che ha le fattezze del governatore Zaia) mentre, assistito dalla principessa, (che invece rappresenta la dottoressa Francesca Russo stilizzata),  e da elfi e maghi, “sconfigge il nemico invisibile”.

E’ così che il diario “Diversamente Veneto”, che normalmente aiutava i bambini ad individuare province e montagne, è diventato oggetto della prosopopea del Presidente della Regione, individuando nei bambini il target ideale per raggiungere i loro genitori in un esercizio di propaganda elettorale antipatico, arrogante e di cattivo gusto.

 

 

 

 

 

Riteniamo doveroso aprire una parentesi per ricordare che si tratta dell’ennesimo fumetto in stile revisionista dopo quello, completamente decontestualizzato e fuorviante, donato a tutte le scuole del “Regno” dalla riconfermata assessora all’istruzione Elena Donazzan. “Foiba Rossa” ispirato dal film “Rosso d’Istria riscrive le vicende relative alle foibe ripercorrendo la storia di Norma Cossetto, brutalmente uccisa dai partigiani titini ed eretta a simbolo nazionalista dalla destra italiana.

 

Tornando al fumetto di Luca Zaia, la nostra definizione di “pubblicazione revisionista” in questo caso è dovuta ad una narrazione del “modello veneto” di lotta al Coronavirus falsata  dall’esclusione dal racconto del vero artefice di quello stesso modello, il microbiologo Andrea Grisanti. E’ stato lui, e non Luca Zaia o la professoressa Russo, ad intervenire nel paesino di Vò Euganeo per impedire che quel focolaio determinasse ciò che è accaduto drammaticamente a Bergamo in seguito all’esplosione del focolaio della Val Seriana. Successivamente è stato sempre Andrea Grisanti, primo su tutto il territorio nazionale, e in contrasto con le stesse indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, a spingere il governatore Zaia ad utilizzare lo strumento dei tamponi. Il professor Grisanti è stato però defenestrato nel momento in cui il Presidente Zaia ha voluto riprendere in mano il timone, tornando ad anteporre l’economia alla salute pubblica e riallineandosi così nel solco del pensiero leghista più salviniano dimostrandosi sordo alle critiche che il microbiologo non lesinava.

D’altra parte, questa lettura distorta è perfettamente in linea con il concetto espresso più volte da Luca Zaia, secondo il quale i meriti nell’aver rallentato l’epidemia in Veneto devono essere attribuiti alla politica, (cioè a lui stesso) e non ai tecnici, (cioè ad Andrea Grisanti) perché è sulla prima che ricadono le responsabilità decisionali.

Seguendo il suo stesso pensiero, non possiamo esimerci dal chiederci perché allora oggi, in relazione al fallimento della sua non azione rispetto all’attivazione della app Immuni, Luca Zaia non abbia la coerenza di adossarsi la completa responsabilità.

Potremmo fermarci qui, ma volendo affondare il colpo fino in fondo non possiamo non aggiungere che ricordiamo bene la spocchia con la quale Luca Zaia accolse la creazione di Immuni, arrivando ad affermare che il Veneto ne avrebbe creata una seconda, funzionante a livello regionale. Evidentemente il progetto si è perso nel rilassamento estivo, forse nella convinzione che tutto fosse ormai passato, ma la vicenda ci lascia in bocca un gusto amaro, che al di là del giudizio sull’utilità dell’app Immuni, pare avere il gusto del boicottaggio.

“Erosiva, la differenza è erotica” contesta e si contrappone alla narrazione al maschile del “Festival della Bellezza”.

Da diversi anni a Verona si tiene il Festival della Bellezza, organizzato dall’associazione Idea e patrocinato dal Comune. Nel corso del tempo l’iniziativa che vorrebbe parlare di eros si è dimostrato sempre più un festival caraterizzato da una visione quasi esclusivamente maschile della tematica, fino ad arrivare all’edizione di quest’anno dove le relatrici invitate sono davvero poche. Accompagnate, tra le altre, dalla scrittrice Michela Murgia, il gruppo femminista Non una di meno Vrona, in collaborazione con diverse altre realtà movimentiste veronesi hanno deciso di evidenziare questa grave mancanza, che loro definiscono “sistemica” organizzando a loro volta una sorta di Controfestival. in questa sezione cerchiamo di ricostruire l’intera vicenda attraverso la pubblicazione e la messa a disposizione di tutte t tutte i nostri lettori di articoli, comunicati stampa e documenti .

 

19 settembre 2020

UN ORGASMO VI SEPPELLIRÀ – Non Una di Meno Verona

 

La serata di ieri è stata incredibile. Dirompente, potente, erotica e, davvero, #erosiva.

Un grazie immenso a tutti e tutte quelle che erano con noi fisicamente in piazza e a chi ci ha seguito a distanza da tutta Italia. Grazie a tutte le realtà che hanno organizzato con noi questo evento nell’arco di una settimana, in barba a tutti i problemi logistici, all’attrezzatura da recuperare, ai permessi che non sono arrivati fino all’ultimo. Grazie infine a MP5, matita militante, per la splendida locandina che ci ha donato, e a tutte le donne meravigliose ed #erosive che hanno parlato:

Michela Murgia

, Chiara Valerio,

Federica Cacciola

, Vera Gheno, Maura Gancitano,

Giulia Blasi

. Avete reso questa serata davvero indimenticabile e siete riuscite a far ridere, godere e ‘venire’ mille persone all’unisono.

PS Ce lo state chiedendo in tantissim*, ma anche noi stiamo cercando di capire se verrà ripubblicato il link dell’intera serata registrata in streaming. Nel frattempo stiamo elaborando un video con alcuni spezzoni della serata… continuate a seguirci!

 

18 settembre 2020

EROSIVE. LA DIFFERENZA E’ EROTICA!

 

L’appello alla partecipazione redatto da Non Una di Meno Verona e siglato da:

Circolo Pink, Sat-Pink Verona e Padova, ANPI Verona,Laboratorio Autogestito Paratodos, Circolo della Rosa Verona, Associazione culturale Isolina e Il Filo Di Arianna, Pianeta Milk – Verona Lgbt Center arci-arcigay, AIED Verona, UDU Verona, Rete degli Studenti Medi Verona, Studenti Per – Accademia di Belle Arti Verona, Gruppo di lettura Berta Cáceres

Venerdì 18 settembre, a partire dalle ore 18.00 a Verona, in Piazza Bra.

Come la pensiamo sui festival di #tuttimaschi l’abbiamo già detto e scritto (badate bene, non stiamo parlando di una questione quantitativa, ma sistemica).

E dunque, ecco una serata che nasce dai nostri desideri, da sguardi e voci differenti: non un evento cultuale, ma di cultura, che racconterà l’eros partendo da sé attraverso letteratura, filosofia e linguistica. Una cultura erosiva: di stereotipi, muri, discriminazioni e declamazioni. E generativa, capace di mettere al mondo nuovi mondi.

IL PROGRAMMA

Michela Murgia Chiara Valerio: “Eros e Thanatos” Giulia Blasi: “Brutta” Federica Cacciola: “Shakespeare in sex” Maura Gancitano: “Il mito della bellezza” Vera Gheno: “Piccola antologia di discorsi sul sesso: dalla letteratura al porno”.

L’eros in piazza

Vieni in piazza, individua il tuo posto preferito e sistema la sedia, lo sgabello o il cuscino che ti sarai portat* da casa.

L’eros ai tempi del Coronavirus

Rispetteremo, con il distanziamento interpersonale e i presidi sanitari (ricorda la mascherina!), tutte le norme previste in materia di prevenzione dal rischio di contagio.

L’eros ai tempi della sorellanza e del consenso

Grazie a tutte le favolose ospiti e a MP5 per la locandina.

Sarà una festa, vi aspettiamo!

 

IL VIDEO DI MICHELA MURGIA AL CONTROFESTIVAL

IL LINK CHE CONDUCE AL VIDEO DELL’INTERA SERATA

 

FOTOGALLERY (Estratte da Facebook)

 

16 settembre 2020

 

12 settembre 2020

Veronasera – «Per ristabilire le quote rosa rinuncio volentieri alla mia partecipazione», scrive ironico Vittorio Sgarbi dopo le polemiche e propone al suo posto «mia sorella Elisabetta» – FESTIVAL BELLEZZA SENZA DONNE, GLI OSPITI COSA DICONO? SGARBI: “RINUNCIO, MANDO MIA SORELLA”.

 

11 settembre 2020

  • Veronasera – Dopo le polemiche a Verona, arriva anche la presa di posizione della consigliera regionale Sandra Miotto che in una lettera inviata agli organizzatori del Festival della Bellezza li invita al «rispetto del principio di parità, di non discriminazione di genere e delle pari – opportunità» – FESTIVAL DELLA BELLEZZA AL “MASCHILE”, SI MUOVE LA REGIONE VENETO: “FORTE SQUILIBRIO DI GENERE”.

 

10 settembre 2020

Regione Veneto (Documento) La lettera della consigliera di parità della Regione Veneto Sandra Miotto, indirizzata agli organizzatori del Festival della Bellezza, che stigmatizza la quasi totale mancanza di presenza femminile

Partito Democratico Verona (Comunicato stampa) UN FESTIVAL DELLA BELLEZZA DEVE NUTRIRE QUESTA CITTA’ ANCHE DI PENSIERO FEMMINILE

 

9 settembre 2020

LA RIMOZIONE DI GENERE AL FESTIVAL DELLA BELLEZZA – Non una di Meno, Michela Murgia, Maggie Taylor

È arrivata anche sui giornali nazionali, spinta dalla presa di parola di molte e molti sui social, una questione che qui a Verona un numeroso gruppo di donne porta avanti da tempo con raccolte firme e proteste: al Festival della Bellezza, promosso da comune, regione, e con un elenco infinito di sponsor che spazia da gruppi editoriali a consigli notarili passando per banche e assicurazioni, sono praticamente #tuttimaschi.

Gli organizzatori si sono giustificati dicendo che “l’attuale programma non riflette quello originario”, e che il vero problema non è che le donne non le abbiano invitate, sono le donne che non ci sono volute venire, per timori e problematiche legate alla Covid-19 (“non se la sono sentita di intervenire”). E dunque, solo maschi coraggiosi e sprezzanti del pericolo al festival di quest’anno. Falso. Dai programmi degli scorsi anni risulta che la situazione è sempre stata quella del #tuttimaschi: o nessuna donna o al massimo tre su venti presenze.

Come scrive Michela Murgia oggi su Repubblica, il problema è generale: “La quota media di partecipazione femminile ai programmi dei festival italiani degli ultimi dieci anni non supera infatti quasi mai il 15%, ma spesso è inferiore, fino ai casi dove si azzera del tutto”. E ancora: “Gli eventi monogenere sono così frequenti che è sorta la necessità di coniare il termine “manels”, che sta per “all-man-panels” (conferenze di soli maschi) e il relativo boicottaggio internazionale, con cellule di attivismo anche in Italia”.

Che fare? Comune e organizzatori da anni ignorano le proteste e, anzi, per il sindaco Sboarina parliamo di un evento che «ha elevato l’offerta culturale della città». Verona che ospita congressi mondiali antiabortisti, che ignora la voce delle donne osannando in Arena uomini accusati di molestie e in cui l’amministrazione sostiene e difende di continuo eventi legati all’estrema destra e al cattolicesimo più estremo si è tra l’altro candidata ad essere capitale della cultura nel 2022.

Che tipo di “cultura” vuol rappresentare questa città?

Murgia suggerisce di rivolgersi ai partecipanti maschi del festival: «Ovviamente a nessuno di loro è stato detto: vieni, non c’è nemmeno una donna, ma immagino che nessuno di loro abbia detto a sua volta: se non c’è nemmeno una donna non vengo. Avrebbero dovuto dirlo? Forse. E forse sono ancora in tempo a dirlo». Si può fare, basta volerlo.

Infine: c’era una giovane donna presente sulla locandina del festival, ora rimossa, ma l’autrice dell’illustrazione, Maggie Taylor, ha fatto sapere che dell’uso ripetuto della sua immagine da parte di un festival-di-soli-maschi non era stata affatto informata.

 

Veronasera (Documento)Vespaio sul Festival della Bellezza: «Poche donne». Maggie Taylor: «Copyright violato»
„Organizzatori obbligati a rimuovere l’immagine tipica della rassegna, la fotografia “Ragazza con un abito di api” dell’artista Maggie Taylor. Critiche per la scarsa presenza femminile, ma il consigliere Pd Benini difende i promotori: «Lasciate perdere le puerili polemiche»“ – VESPAIO SUL FESTIVAL DELLA BELLEZZA: “POCHE DONNE”. MAGGIE TAYLOR: “COPYRIGHT VIOLATO”.

Malora (Documento) OGGETTI MA NON SOGGETTI? IL FESTIVAL DELLA BELLEZZA E LE DONNE. INTERVISTA A GIULIA SIVIERO (Non Una Di Meno Verona)

Traguardi (Comunicato stampa) – CATERINA BORTOLASO E BEATRICE VERZE’ INTERVENGONO SULL’ASSENZA DI OSPITI FEMMINILI NELLA RASSEGNA CULTURALE IN SCENA TRA AGOSTO E SETTEMBRE A VERONA

 

8 settembre 2020

La Repubblica (Documento) – La polemica sulla manifestazione in programma a Verona – IL FESTIVAL DELLA BELLEZZA CHE ESCLUDE LE DONNE – ARTICOLO DI MICHELA MURGIA