Covid, dal “Modello Veneto” al “Caso Veneto”.

22.1.21            

La vicenda dei tamponi rapidi e le menzogne consapevoli della giunta leghista guidata da Luca Zaia

Nella seconda metà di ottobre del 2020 era in corso una gara d’appalto, del valore di 148 milioni di euro, per una maxi-fornitura di test rapidi che ha coinvolto diverse regioni italiane e che vedeva come capofila il Veneto. L’appalto prevede, valevole per un bimestre, era riconfermabile per ulteriore due mesi.

In quegli stessi giorni il professor Andrea Crisanti, direttore del reparto di microbiologia e docente universitario a Padova, attraverso le analisi condotte su 1593 pazienti, (numero considerato statisticamente significativo), conduceva, in collaborazione con i reparti di Infettivologia e di Pronto Soccorso, uno studio basato su un doppio test diagnostico per rilevare il Covid19, effettuando prima il tampone rapido e poi quello molecolare. I risultati mettevano in evidenza un margine di errore riferito ai falsi negativi riscontrati nei test rapidi pari all’incirca al 30%. Infatti, dei 61 casi positivi rintracciati, ben 18 di questi erano sfuggiti al test rapido! Vittime illustri di questo tipo di errori sono state, ad esempio, Federica Pellegrini e Mara Maionchi di “Italia’s Got Talent”, dapprima risultate negative al test rapido e successivamente scopertesi positive.

Questo risultato ha portato lo stesso Crisanti ad affermare che “i dati sollevino delle criticità”. Per questo ha aggiunto: “In autotutela, questa Unità operativa da oggi non emetterà referti negativi basati sul test antigenico Abbott”.

Tali criticità, anche se non ancora sorrette dall’evidenza dei numeri, erano già conosciute da tempo, al punto che Roberto Rigoli, direttore dell’Unità operativa complessa di Microbiologia dell’Usl 2 di Treviso, diventato coordinatore delle microbiologie venete, già nell’agosto del 2020, pur affermando in una missiva all’Azienda Zero del Veneto, (quella che coordina tutte le altre aziende sanitarie della regione), che “i prodotti in questione sono da ritenersi idonei per un’attività di screening ad ampio raggio”, non ha però potuto esimersi dall’aggiungere che “Gli eventuali campioni che dovessero risultare positivi saranno sottoposti a esame di conferma mediante le tradizionali tecniche di biologia molecolare attualmente in uso, che rimangono quelle di elezione per la diagnosi di infezione da Covid-19”.

Il professor Rigoli ammetteva dunque una maggiore attendibilità dei test molecolari, al punto da stabilire che i casi di positività dovessero essere confermati da un test “di elezione” molecolare. Il problema però non sono i falsi positivi, (che al massimo rischiano un fastidioso perìodo di quarantena), ma i falsi negativi, che risultano ben più numerosi e possono aumentare i contagi.

Successivamente, il 29 settembre 2020, una Circolare del Ministero della Salute, sulla quale torneremo in seguito, attestava nuovamente, e con più determinatezza rispetto alle parole del professor Rigoli, la scarsa affidabilità dei tamponi rapidi di prima e seconda generazione rispetto a quelli molecolari.

Tutto questo non significa che quel tipo di test rapidi, e ci riferiamo a quelli di prima e seconda generazione, siano del tutto inutili o che la Regione Veneto abbia sbagliato nel comperarli, considerato il fatto che ad ottobre erano ancora i più innovativi e che in alcuni contesti, come quello scolastico, possano essere utilizzati come “screening di comunità”, in modo da capire in tempi rapidi se è necessario agire con test che abbiano specificità e sensibilità maggiore, come quelli molecolari.

E’ necessario fare un passo indietro per raccontare come i rapporti tra il professor Crisanti e il governatore Luca Zaia si siano fortemente incrinati al finire della prima fase della pandemia. Lo riteniamo importante perché ci appare evidente come al centro della vicenda vi sia, ancora una volta, lo scontro tra una visione politica, incarnata da Zaia, e l’evidenza scientifica, sostenuta da Crisanti. Nonostante l’innegabile apporto che il microbiologo ha dato con lo studio epidemiologico di Vò Euganeo nelle fasi iniziali dell’emergenza sanitaria, e il conseguente sdoganamento dell’utilizzo dei tamponi molecolari, all’epoca sconsigliati addirittura dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, Crisanti è stato poi bruscamente emarginato non appena la prima fase di contagio acuto si è indebolita. Luca Zaia ha preferito, o ha dovuto, rientrare nei ranghi della visione politica del suo partito, la Lega, che insisteva nel minimizzare gli effetti del virus e nel sostenere la priorità dell’emergenza economica. Abbandonati i consigli del professore, evidentemente giudicato troppo prudente, il governatore ha disconosciuto anche i suoi innegabili meriti, forse impaurito dalla popolarità che Crisanti stava assumendo nell’avvicinarsi delle elezioni regionali. Luca Zaia ebbe modo di ripetere in più occasioni che il merito del “salvataggio del Veneto” era da ascrivere più alle decisioni politiche che all’impegno della scienza. Nell’immediatezza della scadenza elettorale il presidente della Regione Veneto ha stravolto il consolidato contenuto, (incentrato sulla conoscenza orografica e della natura del territorio) di un diario che la regione destina ogni anno ai bambini delle scuole primarie, per trasformarlo in un pacchiano fumetto dove lui stesso, autoproclamatosi per l’occasione “Re del Veneto” appare in compagnia della professoressa Russo, (la dirigente dell’ente di prevenzione al contagio del Coronavirus, indicata come colei che non ha attivato l’app Immuni in regione), nei panni della principessa, in una narrazione che racconta come proprio il Re del Veneto, assieme ai suoi fedelissimi, avrebbe sconfitto il virus. Pubblicazione da ventennio, insomma, nella quale colpisce la mancanza assoluta del riferimento al professor Crisanti… Forse, vista la caratura del diario, è davvero meglio così.

Un assaggio del fumetto del “Re del Veneto”.

Tornando al perìodo nel quale esce lo studio sui test rapidi, il  problema che si palesa alla Giunta regionale è che, nonostante il professor Crisanti sia stato emarginato, continua ad affermare le sue tesi, forte del suo studio epidemiologico (che non è mai stato messo in discussione), e della popolarità ormai acquisita che lo mette nelle condizioni di essere ascoltato e apprezzato. Il danno d’immagine per Luca Zaia, fino ad ora osannato come il fautore del “Modello Veneto”, e che ha spinto molto nella Conferenza Stato-Regioni perché altre regioni si avvalessero dei test diagnostici rapidi, avrebbe potuto quindi essere consistente. Ad aggravare la situazione è la coincidenza temporale nella quale si chiude la gara d’appalto per la fornitura dei test e la pubblicazione della verifica condotta dallo staff di Crisanti che, pubblicata il 21 ottobre, viene inviata dopo una settimana agli enti governativi interessati. Inoltre, con l’innalzamento dei contagi in Veneto è lo stesso modello Zaia, portato ad esempio in tutta la nazione, a venir messo sotto osservazione.

E’ a questo punto che, secondo un’inchiesta de “L’Espresso” inizia una campagna finalizzata a screditare il professor Crisanti.

Pochi giorni dopo la pubblicazione dello studio, infatti, un giornale locale dà notizia di una lettera interna all’ospedale di Padova ed indirizzata al primario Luciano Fior, nella quale sia il primario Vito Cianci del Pronto Soccorso che quello di malattie infettive Anna Maria Cattelan, prendono le distanze dalle verifiche sui test rapidi effettuati da Crisanti, affermando di non essere «mai stati contattati da Crisanti».

La lettera non mette in dubbio i dati scaturiti dalle analisi, ma mette in evidenza la violazione della privacy dei pazienti e le forme procedurali rispetto alle autorizzazioni per condurre i test clinici. Nei giorni successivi, racconta sempre “L’Espresso”, i medici e i collaboratori dei due primari firmatari della missiva hanno chiesto, perplessi, spiegazioni ai loro diretti superiori. Uno dei due ha risposto che la lettera non rappresentava un atto spontaneo, ma “sollecitato dalle alte sfere della Regione”. Le parole del secondo primario, riportate testualmente, sono ancora più esplicite: «Siamo stati presi per il collo, con tutte le relative possibili minacce sottostanti».

In realtà “L’Espresso” ha scopero l’esistenza di una seconda lettera indirizzata al direttore dell’ospedale, e redatta nei giorni immediatamente successivi la consegna della prima, dove i due primari asserivano che i test clinici erano avvenuti «nell’ambito di un approfondimento diagnostico in pazienti sintomatici per sospetto covid-19 sulla base di criteri clinici e gestionali».

Alla stampa è stata però data notizia soltanto della prima lettera, evidentemente sempre su pressione delle “alte sfere della Regione”.

Ma non è tutto qui, anzi, il peggio, dal punto di vista sanitario, è scritto nel seguito del nostro articolo.

Con la delibera di giunta n°1422, promulgata il 21 ottobre 2020, e quindi lo stesso giorno in cui è stato pubblicato lo studio, la Regione Veneto ha varato un nuovo piano antipandemico, all’interno del quale spicca la nuova normativa diretta alle Aziende sanitarie e relativa all’utilizzo dei tamponi rapidi, in sostituzione a quelli molecolari, per lo screening periodico di monitoraggio sul personale medico. Per avvallare questa decisione nella delibera viene menzionata a testimonianza la Circolare del Ministero della Salute del 29 settembre alla quale abbiamo accenato precedentemente…E allora la citiamo anche noi, nel passaggio inerente alla differente affidabilità dei test rapidi rispetto a quelli molecolari, e a riprova della malafede della giunta regionale guidata da Luca Zaia. In essa si può infatti leggere:

“I tempi di risposta di questi tamponi (quelli rapidi ndr) sono molto brevi (circa 15 minuti) ma la loro sensibilità e specificità di questi test – a seguito di una validazione effettuata su campioni conservati a -80°C – sembrano essere inferiori a quelle del test molecolare”.

Rispetto a questo utilizzo distorto della Circolare il segretario regionale del sindacato Anaao Assomed, Adriano Benazzato, afferma:

“La delibera di Giunta travisa e viola il senso e la lettera della circolare ministeriale e della nota tecnica ad interim per avvalorare la scelta dei soli test rapidi”. Infatti, “la circolare del 29 settembre ha ad oggetto l’uso dei test antigenici rapidi ‘con particolare riguardo al contesto scolastico’”.

Nonostante l’esempio negativo della Lombardia durante la prima ondata pandemica abbia ampiamente dimostrato che quando l’infezione causa focolai all’interno delle strutture sanitarie, contribuendo ad alzare notevolmente i contagi e a mandare in sofferenza le stesse, la Regione Veneto, forse dovendo anche giustificare la maxi fornitura di tamponi, ha quindi deciso scientemente di correre il rischio di avere medici e infermieri che si spostano tra i reparti degli ospedali o tra i padiglioni delle case di cura, ignari di essere diventati vettori di contagio.

Il giorno prima che venisse promulgata la delibera della giunta leghista lo stesso Comitato scientifico della Regione Veneto, mai interpellati prima, ha preso le distanze dall’utilizzo dei test rapidi, chiedendo che medici e infermieri venissero sottoposti a test molecolari ogni otto giorni. Tra i firmatari, oltre a Crisanti, anche l’infettivologa Cattelan, la stessa che, grazie alle pressioni delle “alte sfere della Regione”, aveva siglato l’atto d’accusa contro il microbiologo operante a Padova.

La risposta della Regione Veneto, come abbiamo visto, non si è fatta attendere e, oltre alla delibera in oggetto, ha chiesto un consulto al Comitato tecnico scientifico nazionale.

La risposta è arrivata nei primi giorni di gennaio, con l’ennesima Circolare del Ministero della Salute che conferma, ancora una volta, l’inaffidabilità dei tamponi rapidi di prima e seconda generazione. I parametri minimi richiesti dal Ministero, ad esempio, sono quantificati in 80% di sensibilità, mentre i test utilizzati dalla Regione Veneto arrivano al 70%.

La Circolare si sofferma sui nuovi test, quelli di terza generazione, definendoli “sovrapponibili ai test molecolari”. Nello stesso tempo all’interno del documento si continua a giudicare comunque prevalente il test molecolare.

A questo punto come pensate abbia reagito la Regione Veneto? Facendo mea culpa rispetto agli errori del passato? Tacendo e mettendovi riparo?

Nulla di tutto questo. Infatti se da una parte ha dovuto tornare, con passo felpato, sui suoi passi rispetto all’imposizione dei test rapidi effettuati sul personale sanitario, anche grazie ad una diffida depositata dai sindacati, dall’altra, e cioè nei confronti dell’opinione pubblica, ha mantenuto il comportamento già utilizzato con la precedente Circolare ministeriale del 29 settembre, travisando la nuova circolare e continuando a raccontare bugie cantando vittoria. In un comunicato stampa pubblicato sul portale della regione il 9 gennaio, infatti, il professor Rigoli afferma; “Test di ultima generazione assimilabili alla biologia molecolare. Conferma che il Veneto aveva visto la strada giusta”, “dimenticando” però di rivelare che proprio il Veneto non utilizza i tamponi di terza generazione ma quelli precedenti, e cioè quelli definiti in tutte le circolari ministeriali meno affidabili. Zaia, da parte sua, affida ad un post facebook la sua “vittoria”, non usando nemmeno la sottigliezza mendace di Rigoli e scrivendo semplicemente che la Regione Veneto aveva ragione, perché i tamponi rapidi, (senza quindi nemmeno distinguere tra i vecchi e i nuovi) sono sovrapponibili a quelli molecolari!

A questo punto ci si dovrebbe aspettare un atto di resa all’evidenza scientifica, e invece Luca Zaia e il professor Rigoli, microbiologo operante a Treviso e braccio destro del Presidente per quanto riguarda la lotta al Covid, hanno cantato vittoria, citando la sovrapponibilità dei due test, evitando accuratamente di dire che tale sovrapponibilità si riferisce solamente ai tamponi rapidi di terza generazione, mentre quelli utilizzati dalla Regione sono quelli vecchi, quelli di seconda generazione!

Il “modello veneto” della prima ondata pare sia stato sostituito dal “caso Veneto” durante la seconda. L’incremento esponenziale di casi positivi e decessi ha raggiunto il suo apice in dicembre, attestandosi tra le regioni più colpite dal virus.

Quanto ha inciso l’utilizzo generalizzato dei test rapidi, effettuati quoridianamente in misura doppia rispetto ai tamponi molecolari?

ALLEGATI INSERITI NELL’ARTICOLO:

DOCUMENTI:

ARTICOLI:

Manifestazione dei giovani medici in mobilitazione permanente

29 maggio 2020

MEDICI IN MOBILITAZIONE PERMANENTE: UNITI per il SSN

Le mobilitazioni di venerdì 29 maggio

I primi esiti della mobilitazione (dalla pagina facebook di Chi si cura di te? – Veneto – 29.5.20)

29 MAGGIO: HABEMUS TAVOLO

I nostri quattro delegati hanno ricevuto la seguente notizia da parte del Ministro Manfredi: l’istituzione di un Tavolo di Lavoro per la RIFORMA.

Oggi è il nostro punto di partenza.
Il punto d’arrivo è la RIFORMA.

La Mobilitazione non si fermerà finché non avremo raggiunto i nostri obiettivi.

1 GIUGNO

La mobilitazione continua.

…Alcuni Ordini Professionali provinciali e la stessa Federazione nazionale degli Ordini dei Medici si sono espressi in merito all’importanza delle nostre rivendicazioni. Riteniamo fondamentale tale presa di posizione… – Documento a firma di “Chi si cura di te?”

 

Le realtà promotrici

 

Il documento redatto dalle realtà del coordinamento per invitare a partecipare alle iniziative di venerdì 29 maggio 2020

Siamo Medici in formazione. Siamo Studentesse e Studenti, neo-abilitati, camici grigi, Medici in formazione specialistica, Corsisti di Medicina Generale.
In questi mesi più che mai abbiamo dimostrato il nostro ruolo fondamentale nel Servizio Sanitario Nazionale, il più delle volte senza le adeguate tutele, quasi sempre senza il giusto riconoscimento, talvolta vedendoci pubblicamente denigrare.
Siamo medici costretti in un limbo di precarietà ed incertezze dall’assurdità dell’imbuto formativo, impossibilitati a formarci in modo da rispondere alle esigenze di salute della popolazione.
Siamo medici in formazione specialistica, indispensabili a riempire i buchi di un sistema ridotto allo stremo da decenni di politiche di definanziamento.
Siamo convinti che la risposta ai problemi che riguardano la salute e la formazione medica non possa derivare che da un’azione unitaria e trasversale. Non siamo più disposti ad accettare soluzioni tampone, incomplete o parziali. Lo stanziamento di contratti aggiuntivi in numero insufficiente a rispondere alle reali esigenze di salute della popolazione non è altro che una pezza parziale e inefficace: la rifiuteremo in ogni modo.

Siamo convinti della necessità di una riforma globale, che riguardi tutta la filiera formativa e lavorativa medica, dai corsi di laurea, alla formazione specialistica e generalista, all’assunzione nel SSN, al ruolo del medico del territorio.

Nella situazione attuale, frutto di oltre un decennio di politiche di austerità e ora segnata da una pandemia mondiale, è necessario rivedere con urgenza la programmazione della formazione medica. Il numero di Contratti di Formazione Specialistica e generalista deve essere adeguato ai fabbisogni di salute della popolazione, soprattutto visti i risultati di anni di tagli alla Sanità: dal 2010 il Servizio Sanitario Nazionale è stato privato di circa 37 mld di Euro.
Vorremmo che gli effetti di questa pandemia fossero di lezione al Governo, affinché possa aprire gli occhi e investire nella Sanità, senza fare ricorso ai vincoli di bilancio.
Il nostro Servizio Sanitario Nazionale universalistico difende quotidianamente il diritto alla salute di tutte e tutti, nonostante l’aziendalizzazione e i decenni di tagli. Pensiamo che per poter agire al di fuori delle logiche di mercato sia necessario avere medici numerosi e formati adeguatamente, con tutele e garanzie per il loro lavoro. Investire e migliorare la formazione medica quindi non è una battaglia esclusiva di noi medici in formazione, ma rappresenta la base per la tutela della salute dei cittadini.
Ci teniamo a sottolineare un dato emerso oggi: il 52% dei medici europei è italiano. Sono tutti nostri colleghi emigrati perché le condizioni in cui siamo non gli permettevano o di specializzarsi o di trovare uno sbocco lavorativo soddisfacente. Questo è un numero dietro cui stanno delle persone, dei Medici, che scelgono poi il più delle volte di non tornare. Un numero che deve far riflettere.

Dalle numerose iniziative di confronto svoltesi in questi ultimi mesi fra studentesse e studenti, medici neaobilitati, camici grigi, medici in formazione specialistica ed in medicina generale è emersa la necessità di unirci per organizzare una mobilitazione che abbia come tema centrale una riforma della formazione medica che risolva l’imbuto formativo, riconosca maggiori diritti e tutele ai medici in formazione specialistica e garantisca l’immissione di specialisti nel SSN quanto prima.
Cosa vogliamo?
● Chiediamo l’azzeramento dell’imbuto formativo. Chiediamo un rapporto 1:1 tra neolaureati e posti di formazione specialistica o generalistica e rifiuteremo qualsiasi proposta al ribasso. Rifiutiamo qualsiasi possibilità di formazione senza retribuzione. Chiediamo che questa estensione sia finanziata stabilmente per rispondere al fabbisogno di salute della popolazione e non ad esigenze di bilancio, allargando la formazione alle realtà del territorio attraverso rotazioni fra ospedali universitari e periferici, in modo da mantenere un adeguato rapporto tra medici in formazione e strutture di formazione. Chiediamo, inoltre, che vengano riviste le modalità concorsuali per l’accesso alle specializzazioni mediche.

● Chiediamo una vera evoluzione del contratto del medico in formazione specialistica, con il riconoscimento e la retribuzione di guardie e straordinari e l’introduzione di forme contrattuali di formazione lavoro nelle forme più opportune e adatte a tutelare la qualità della formazione, ma allo stesso tempo che permettano la tutela della responsabilità professionale e i diritti di un professionista in formazione.

● Chiediamo la garanzia di una formazione di qualità, uniforme fra tutte le scuole, rispettando la possibilità di rotazioni previste nel tronco comune e nella rete formativa nonché assicurando la formazione frontale prevista. Chiediamo una certificazione della graduale assunzione di competenze, inquadrata in un percorso formativo definito e non assoggettabile alle esigenze delle aziende ospedaliere, che ci consenta di assumerci formalmente le responsabilità che già ci assumiamo informalmente. Chiediamo che in ogni sede venga garantita una rappresentanza degli specializzandi che abbia voce per intervenire attivamente sui contenuti e sui metodi della nostra formazione.

● Chiediamo che venga riconosciuta la centralità della medicina sul territorio, realtà che si assume la cura della persona nella sua totalità e globalità. Chiediamo che venga garantito ai futuri Medici di Medicina Generale un percorso formativo di qualità, nel quale venga valorizzata l’importanza di una gestione globale e proattiva dei pazienti, e tutele pari a quelle dei colleghi in formazione specialistica.

Mobilitarci, in ogni modo possibile, sfruttando tutte le modalità esistenti, fisiche e virtuali. In questi giorni verificheremo le varie possibilità che abbiamo per scendere in piazza con le Autorità competenti, così da evitare di mettere a rischio la riuscita della nostra protesta. Ci siamo posti una data, il 29 Maggio. Partiamo da qui. Sia ben chiaro però che non ci fermeremo col dare una data: da oggi inizia una Mobilitazione Permanente. Costruiremo una catena di segnali alla politica giorno dopo giorno. Il 29 Maggio sarà un punto d’arrivo. Noi, tutte e tutti insieme, ci coordineremo per lanciare dei segnali forti alla Politica che ci siamo, che esistiamo, che non lasceremo correre.
È il momento di essere uniti, saldi verso un’azione che ponga una prospettiva più ampia del solo aumento dei contratti, verso un’evoluzione culturale della figura del Medico in formazione. Per la salvaguardia del nostro lavoro e del servizio sanitario nazionale. Vogliamo tutto, lo vogliamo adesso.
La salute non è in vendita. Noi non ci fermeremo.
Siamo i Medici in Mobilitazione Permanente.

#MobilitiamociAdesso #UnitiPerilSSN #29Maggio

 

Altri contributi dalle realtà promotrici:

Fotogallery

Il flash mob davanti al Polo Confortini di Borgo Trento a Verona

  

Comunicati stampa

Il comunicato stampa di sostegno e solidarietà di Potere al Popolo Verona

Rassegna stampa

29.5.20 L’ArenaCamici grigi: “Noi medici esclusi dalle “specializzazioni”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MEDICI IN MOBILITAZIONE PERMANENTE: UNITI PER IL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE

Viviamo in un Paese dove:
– Ogni anno più di 10.000 medici sono esclusi dalle scuole di formazione specialistica.
– Ogni anno 2000 giovani medici lasciano l’Italia per specializzarsi all’estero.
– Lo specializzando non ha diritti commisurati alle proprie responsabilità.
– Sono stati tagliati 37 miliardi alla sanità nell’ultimo decennio.

Siamo convinti sia necessaria una riforma per risolvere del tutto l’imbuto formativo e migliorare la formazione medica.

Il tempo dell’indignazione senza azione è finito: è giunto il momento di mobilitarsi tutti insieme per il futuro del Servizio Sanitario Nazionale.

🚨🚨🚨VENERDì 29 MAGGIO 🚨🚨🚨
Nelle piazze dei capoluoghi della regione Abruzzo, Calabria, Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sardegna, Toscana e Veneto (a breve comunicheremo gli altri comitati territoriali)

Vieni in piazza:
♦️ indossando il camice bianco;
♦️ una mascherina segnata con la ❌2⃣9⃣ rossa;

Ulteriori dettagli nei prossimi giorni! Stay tuned, stiamo sentendo le questure.

‼️ il DPCM del 17 Maggio consente lo svolgimento delle manifestazioni pubbliche in forma statica. Per tutelare la salute di tutte e tutti e per garantire che chiunque possa partecipare alla manifestazione chiediamo che siano osservate le distanze sociali prescritte e le altre misure di contenimento.

👇🏻Di seguito si riportano i gruppi WhatsApp divisi per regione e moderati dai nostri rappresentanti, per rimanere aggiornato sull’organizzazione della manifestazione e dimostrare la tua adesione all’evento:

Abruzzo https://chat.whatsapp.com/ExZSQ43c2fsKSR0437FFBC
Basilicata https://chat.whatsapp.com/GM2ycKGBt0PE0GNt4acNPR
Calabria https://chat.whatsapp.com/BwlsexdKbzjL6M6YXmgPLB
Campania https://chat.whatsapp.com/FaVw5UmCnsP4A9ONSlrQ7w
Emilia-Romagna https://chat.whatsapp.com/GW3JybUNvh666eoewMl7Pb
Friuli VG https://chat.whatsapp.com/JtkfwzTNk3j6OdGLxcmJIj
Lazio https://chat.whatsapp.com/EGTCRKP3bN2Dn71uv3PiCZ
Liguria https://chat.whatsapp.com/ICvyIi6NXy67gAfncD9fQa
Lombardia https://chat.whatsapp.com/G4f5LxP5HtI9Yd56k277d7
Marche https://chat.whatsapp.com/JC8V5GAfLu0GbFw1jJYd8Q
Molise https://chat.whatsapp.com/HlVsZBtJ9dFL1RKgS4EkF1
Piemonte https://chat.whatsapp.com/J2DxneJxFOCJTJbi5KNTms
Puglia https://chat.whatsapp.com/Fn8Xy2ZBMiaLIJDnSX23yS
Sardegna https://chat.whatsapp.com/HnOBRi5D0yn3GSdB9Linbn
Sicilia https://chat.whatsapp.com/DygybxT8EV7IVsLZAx4aQ9
Toscana https://chat.whatsapp.com/FTMAWRQkunsGhaFfMPja7f
Trentino AA https://chat.whatsapp.com/HYtnTVGOdw7K9VWz0NjiBr
Umbria https://chat.whatsapp.com/Cy5a2wvgaqBBwi5xZGDVwR
Veneto https://chat.whatsapp.com/JMdxYxdxF0m6RKXN1J5m6N

#MobilitiamociAdesso
#UnitiPerilSSN
#29Maggio

 

 

 

 

 

 

Il dominio dell’economia sulla salute si traduce, nel Decreto “Rilancio” in altri soldi alle imprese e nuovi tagli alla sanità

Logo

 

L’epidemia da Covid19 ha evidenziato una serie di fattori che fino ad ora erano rimasti in ombra come, ad esempio, l’assoggettamento delle scelte politiche ai dettami economici. Non abbiamo dimenticato le pressioni di Confindustria Lombardia per evitare che Alzano e la Val Seriana diventassero Zona rossa; una mancata decisione che influì non poco sull’esponenziale numero di contagi, e di morti, subiti dalla città di Bergamo. In quei terribili giorni nei quali non vi era più posto per le bare nei cimiteri qualcuno arrivo ad appendere, di fronte alla sede di Confindustria di Bergamo, uno striscione con la scritta “Padroni assassini”.

Lo striscione appeso di fronte alla sede di Confindustria di Bergamo

Il presidente di Confindustria Verona, Michele Bauli, allo stesso modo, mentre si avvicinava l’inevitabile scelta di attuare il lockdown affermava, come riportato dalle pagine dei giornali cittadini, che “la produzione non si può fermare. Giù le mani dalle aziende!”.

Le pressioni esercitate da Confindustria nazionale furono fortissime e nel momento in cui si decideva la chiusura totale, l’associazione degli industriali, assieme a governo e sindacati confederali, firmava un accordo che, in deroga ai famosi codici Ateco, permetteva alle attività produttive di rimanere aperte compilando una semplice autocertificazione da sottoporre ai Prefetti e che non prevedeva alcun previo controllo.

Tutto questo ha fatto sì che, secondo i dati Inail di una settimana fa, come dichiarato dal ministro Boccia al Corriere della Sera, in Italia sono ancora 300 i contagi, e dieci i decessi, che avvengono a causa della riapertura delle aziende.

Chi si accollerà questa responsabilità? Siamo davvero disponibili a pagare questo prezzo?  Sono state davvero scelte ineluttabili quelle prese dal governo Conte o forse, garantendo un reddito reale e non solo scritto sulla carta, ai lavoratori e alle lavoratrici ed un sostegno alle imprese, come avvenuto in altri paesi, sarebbe stato possibile preparare una fase due meno caotica e più sicura?

Queste domande chiamano direttamente in causa il governo italiano, che nella fase due sta dando l’impressione di barcollare e di cedere terreno anche alle pressioni delle Regioni, facilitando quella sorta di “ognuno per sé” che, al di là delle centinaia di pagine di decreti e linee guida, sta sotto gli occhi di tutti.

Una delle richieste che da sempre gli industriali pongono ai governi di ogni colore è la soppressione dell’Irap, una tassa in carico alle aziende e agli enti pubblici.

Nella situazione attuale, nella quale effettivamente le industrie arrancano, tale richiesta non poteva che assumere toni perentori. Il neopresidente di Confindustria Carlo Bonomi ha infatti richiesto a gran voce l’abolizione, o almeno il taglio, delle aliquote di quella che ha definito come “la tassa più odiata dagli italiani”.

Queste parole ci incutono un senso di fastidio; lo stesso fastidio che proviamo ogni volta che gli industriali provano a veicolare l’idea che, in fondo, i loro interessi e i loro problemi collimano esattamente con gli interessi e i problemi del resto della popolazione. E’ la retorica della “grande famiglia” che dovrebbe, secondo loro, accomunare nelle stesse rivendicazioni imprenditori e lavoratori. Una retorica che, almeno per un momento, pare essersi incrinata nel perìodo che stiamo vivendo.

Forse, se tutti gli italiani sapessero che la tassa in questione, l’irap, è utilizzata per finanziare il fondo per la sanità, quella retorica si incrinerebbe ulteriormente!

Il governo, da parte sua, non ha esitato ad accontentare Confindustria, inserendo nel Decreto-legge denominato “Rilancio” un taglio dell’Irap per 4 miliardi di euro.

Allo stesso tempo, e sempre all’interno dello stesso Decreto, ha anche previsto un fondo per la sanità pari a 3 miliardi e 250 milioni di euro, magnificando la scelta adottata come un evento unico nella storia recente della Repubblica. Lo stesso ministro della salute Speranza ha definito la quantità dei finanziamenti “senza precedenti”. I denari stanziati dovrebbero essere così ripartiti:

  • il finanziamento della medicina territoriale
  • l’assunzione di 9.600 infermieri
  • la creazione di 4200 borse di studio

A prima vista le cose sembrerebbero davvero così e parrebbe che il governo Conte abbia trovato il giusto equilibrio per rispondere sia alle esigenze degli industriali che a quelle sociali, e in particolare alle carenze sanitarie messe in luce dalla pandemia.

Se però proviamo ad addentrarci un po’ di più nei dettagli scopriamo che non è tutto oro quel che luccica.

Innanzitutto dobbiamo fare una premessa. Le risorse stanziate per la sanità non sono aggiuntive ma sostitutive, e cioè i soldi allocati non vanno ad aggiungersi a quelli che sarebbero derivati dal gettito Irap non incassato ma li sostituiscono.

Un altro dato imprescindibile è quello che abbiamo trovato sulla pagina della Camera dei Deputati e che fissa la percentuale esatta che va prelevata dall’intero ammontare della tassa Irap e devoluta al fondo sanitario. Questa percentuale è pari al 90%.

Il calcolo è presto fatto e risulta che il 90% dei 4 miliardi di Irap tagliata, che avrebbe dovuto quindi  rimpinguare le casse della sanità in situazione normale, sarebbe stata pari a 3 miliardi e 600 milioni.

Il raffronto tra l’ammanco dovuto al taglio della tassa e i 3 miliardi e 250 milioni stanziati in sostituzione ad essi ci illustra come, al di là delle parole roboanti, vi sia stato l’ennesimo taglio al fondo della sanità per 350 milioni di euro!

Per finire, se vogliamo fare un ulteriore raffronto, possiamo trovare, sempre all’interno del Decreto “Rilancio” uno stanziamento di 3 miliardi (e quindi di poco inferiore ai soldi devoluti alla sanità) in favore di Alitalia, una vera e propria mangiatoia alla quale si sono abbuffati, negli ultimi quindici anni, tutti i volti più noti dell’imprenditoria e della finanza italiana.

 

 

 

 

 

 

 

 

Verona e Veneto

Logo Materiali d'archivio

Case di riposo

Dispositivi di protezione individuale

 

16 giugno 2020

Corriere del Veneto Zaia guarda alla Fase 4, c’è il piano d’emergenza. «Speriamo non serva». Nuove regole per le Rsa – “MILLE POSTI IN RIANIMAZIONE PRONTI ALLA BATTAGLIA D’AUTUNNO”

 

29 maggio 2020

Le iniziative dei “Giovani medici in mobilitazione permanente”. In Veneto in piazza a Verona e Padova

13 maggio 2020

Veronasera24 sindaci a Zaia e Conte: «Ospedali, case di riposo, tamponi: che succede …